Lettera da Aleppo

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaaleppo
Comunicato n. 87/19 del 25 novembre 2019, Santa Caterina d’Alessandria
 
Lettera da  Aleppo
Lettera da Aleppo n. 37 del 17/11/2019 dei Maristi Blu (cooperatori laici della Società di Maria)
 
Dopo l’offensiva turca contro la Siria di quasi un mese fa, riceviamo messaggi quotidiani dai nostri amici che chiedono notizie e domandano cosa stia succedendo. Proverò a riassumere brevemente una situazione molto complessa. Inizierò condividendo il contesto precedente il 9 ottobre, per illustrare poi gli ultimi sviluppi.
Da un anno e mezzo, non c’è stata quasi battaglia in Siria. Vivevamo in uno stato di “né guerra né pace”, uno status quo prolungato. Lo Stato siriano controllava il 70% del territorio comprese le principali città. Tuttavia, erano rimaste 3 aree occupate che dovevano essere liberate e dove la situazione era congelata:
Gran parte della Siria nord-orientale, una striscia di 25% del territorio, con la Turchia a nord e l’Iraq a est (e che contiene i principali giacimenti petroliferi) è stata occupata dalla milizia curda (YPG), sostenuta dagli americani (e dai francesi) che, oltre alla loro presenza fisica illegale, hanno addestrato, armato e finanziato i curdi. Questa milizia, composta da siriani curdi, pensava di poter approfittare del caos della guerra per creare un Kurdistan siriano o, in alternativa, una regione autonoma.  Un’altra piccola parte della Siria nel nord-ovest (la regione di Afrin), anch’essa abitata da siriani curdi, era stata occupata dall’esercito turco nel gennaio 2018, costringendo a fuggire quasi 140.000 persone.  Infine, la provincia di Idlib, occupata da diversi anni dal fronte islamista Al Nosra, tra cui decine di migliaia di terroristi stranieri.
Sull’altro versante, la situazione politica era allo status quo. I colloqui di Ginevra sono da tempo morti e sepolti, sostituiti dagli incontri di Astana e Sochi sotto gli auspici di Russia, Turchia e Iran, che organizzavano dei cessate il fuoco e stavano cercando di formare un comitato misto per riscrivere una nuova costituzione.
Per tornare al 9 ottobre, va notato che dall’inizio della guerra in Siria la Turchia ha considerato come la sua “bestia nera” i curdi siriani che vivono principalmente nelle città al confine con la Turchia e che hanno beneficiato della guerra nelle altre regioni della Siria per assumere il controllo della Siria nord-orientale. Ciò ha provocato l’ira dei turchi che non vogliono una regione curda autonoma in Siria che possa dare ali al movimento indipendente curdo in Turchia e alla sua milizia, il PKK. Devo sottolineare che i curdi rappresentano il 25% della popolazione turca e vivono nelle regioni meridionali, vicino al confine siriano. Molte volte in passato la Turchia ha minacciato di invadere le aree detenute dall’YPG, ma si tratteneva a causa delle minacce statunitensi.
Il 9 ottobre, dopo che il presidente Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria (in realtà, si sono solo spostati più a sud in Siria), la Turchia ha lanciato la sua operazione “fonte di pace” (sic) ed ha invaso illegalmente la Siria. L’offensiva è preceduta da raid aerei sulle principali città (Qamishli, Derbasiye, Ras Al Ayn, Ain Arab) della regione, abitata da curdi, cristiani e musulmani siriani, provocando un massiccio esodo di residenti verso altre città della regione. I combattenti curdi dell’YPG, abbandonati dagli americani, chiedono all’esercito siriano di venire in loro soccorso riaffermando la loro cittadinanza siriana e il loro attaccamento allo Stato siriano e fuggendo verso sud lasciando il campo aperto ai turchi. Dopo 5 giorni di combattimenti, la Turchia e la Russia negoziano un cessate il fuoco, stabilendo che tutti i combattenti curdi dovranno spostarsi a 35 km dalle frontiere turche, che l’esercito siriano potrà tornare e ripristinare l’autorità dello Stato e che pattuglie miste russo-turche controlleranno il confine.
Da allora, la situazione è di nuovo congelata. Tutto è successo come se lo scenario fosse stato scritto in anticipo. I turchi hanno ottenuto ciò che volevano: una zona di sicurezza in territorio siriano profonda 35 km dove è vietata la presenza militare curda. Lo Stato siriano è il grande vincitore avendo recuperato, senza combattere, gran parte dei territori che non aveva più controllato dall’inizio della crisi siriana e mostrando alla Turchia che è nel suo interesse fermare il suo sostegno ai terroristi islamisti e ristabilire le normali relazioni con la Siria. I russi hanno dimostrato la loro influenza che è diventata considerevole. Gli americani mantengono il controllo dei pozzi petroliferi siriani e si riconciliano con la Turchia, essendo il sostegno americano ai curdi il principale argomento di contesa tra loro. E i curdi, come molte volte in passato, sono al pari del ripieno del tacchino, usati per 3 anni dagli americani per indebolire lo Stato siriano e combattere Daesh e poi abbandonati quando la volontà del loro padrino lo decide. Eppure, molti attori politici li avevano avvertiti di questo possibile risultato e che era nel loro interesse rimanere nel seno dello Stato siriano.
Quasi in concomitanza, il Comitato costituzionale siriano, creato il 23 settembre dopo infiniti negoziati, ha tenuto la sua prima riunione a Ginevra il 30 ottobre. Nessuno si aspetta un rapido risultato in quanto le condizioni per l’adozione dei vari articoli della nuova costituzione sono difficili e richiedono la quasi unanimità dei 150 membri della commissione.
Per quanto riguarda la regione di Idlib, l’esercito siriano aveva lanciato diverse offensive per liberarla dai terroristi islamisti ma, ad ogni tentativo, doveva fermare l’offensiva a seguito delle pressioni delle potenze occidentali che, per impedire la vittoria dello Stato siriano, hanno paventato una possibile crisi umanitaria. Esattamente come fecero durante la liberazione di Aleppo 3 anni fa. Tuttavia, durante l’ultima offensiva, i ribelli armati hanno dovuto ritirarsi di 10 km più a nord, il che ha messo fuori portata dei loro cannoni le 2 città cristiane della regione di Hama, Mhardé e Squelbiyé. Queste 2 città sono state bombardate per 2 anni dai terroristi di Idlib e hanno subito diversi assedi. Bisognava vedere gli abitanti di queste città esultanti per le strade, per comprendere il loro sollievo e la loro gioia.
Ad Aleppo la situazione è stabile. Vengono forniti i servizi essenziali, acqua 5 giorni a settimana ed elettricità 18 ore al giorno. L’università e le scuole funzionano normalmente. Gruppi armati ribelli installati nei sobborghi occidentali continuano a lanciare bombe su Aleppo in diverse occasioni. Di recente, un proiettile è caduto a 200 metri dall’ospedale St. Louis e dal mio ufficio ed ha causato la morte di una persona e altri numerosi feriti. La crisi economica è molto acuta con un impressionante tasso di disoccupazione, un costo della vita da capogiro, inflazione al galoppo e continuo aumento della povertà. (…)
In effetti, anche se la guerra sta finendo, non è ancora l’appuntamento con la pace. Dopo otto anni e mezzo di una guerra assurda e atroce, è tempo che i siriani possano vivere normalmente come qualsiasi altro cittadino del mondo.
Con questa speranza nel cuore, vi ringrazio, cari amici, per la vostra amicizia, la vostra solidarietà e il vostro sostegno, e vi trasmetto i saluti di tutto il nostro gruppo. (…)
Nabil Antaki (medico), per i Maristi Blu.
PS: La violenza persiste. I cristiani in Siria sono di nuovo in lutto. Lunedì 11 novembre un prete cattolico di Qamishli e suo padre sono stati assassinati mentre si recavano a Deir Al Zor per sostenere il loro gregge. Lo stesso giorno, due autobombe sono esplose vicino alla chiesa caldea di Qamishli.