2019 Comunicati  11 / 09 / 2019

Aramco non olet

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzamediadc.brightspotcdn
Comunicato n. 62/19 dell’11 settembre 2019, San Giacinto
 
Aramco non olet
Nei regimi autoritari la caduta di un personaggio non è mai solo un capriccio di corte o una gelosia di partito. Questo vale anche per l’Arabia Saudita, uno dei Paesi più “pesanti” del Medio Oriente. Nel giro di pochi giorni il potente Khalid al-Falih, ministro dell’Energia, è stato brutalmente ridimensionato. Il suo ministero prima ha perso le competenze sulle attività minerarie, poi allo stesso Al-Falih è stata tolta la presidenza di Saudi Aramco. Il colosso petrolifero nazionale è stato affidato a un fedele consigliere del principe Mohammed bin Salman, Yasir al-Rumayyan, che è anche presidente del fondo sovrano nazionale. Per Al-Falih è l’anticamera della liquidazione.
Della sua crisi “professionale” può importarci poco. Ci deve invece importare, perché ci riguarda, il meccanismo che l’ha provocata. Al-Falih paga il deludente andamento del prezzo del petrolio. Per tutta l’estate il greggio è stato trattato a meno di 60 dollari a barile, quando l’Arabia Saudita ha bisogno di un prezzo sopra gli 80 per far quadrare i conti. Il ministro in disgrazia è stato l’artefice della politica che i sauditi hanno varato all’inizio del 2017, cioè tagli alla produzione per far risalire il prezzo. Al-Salih è stato un buon politico, ha convinto l’Opec e anche la Russia a tagliare. Ma il risultato pratico è stato infine deludente. Soprattutto alla luce del fatto che entro i prossimi due anni l’Arabia Saudita vorrebbe mettere sul mercato il 5% delle azioni di Aramco. Ed è chiaro che le azioni di un’azienda valgono meno se la merce che essa tratta, in questo caso il petrolio, a sua volta vale poco.
Le domande che ci riguardano arrivano a questo punto. Perché il petrolio vale così poco? Gli esperti offrono due spiegazioni. La prima è che le riserve Usa di shale oil (il petrolio estratto dalle rocce e dalle sabbie), dopo un periodo di calo, si sono riformate e resteranno stabili. Ciò vuol dire tanto petrolio sul mercato, quindi prezzo basso, quindi problemi per le economie dei Paesi produttori, con relativa depressione dell’economia internazionale. Troppa offerta, quindi. Ma anche poca domanda. La guerra dei dazi tra Usa e Cina (ma non solo) intimorisce le imprese e fa rallentare l’economia, innescando i timori di una recessione globale che a loro volta intimoriscono le imprese e così via.
La seconda domanda è: perché la vendita di azioni Aramco è così importante? Ci sono ragioni immediate, “facili”. Per esempio: Aramco è l’azienda più redditizia del mondo, 111,1 miliardi di dollari di utile nel 2018. Nello scorso aprile l’azienda ha emesso obbligazioni per 10 miliardi di dollari e ha raccolto ordini per oltre 100 miliardi, il più clamoroso successo finanziario nella storia dei Paesi emergenti.
Per queste ragioni gli investitori di tutto il mondo attendono con impazienza la vendita delle azioni Aramco. Ed è già un giallo la scelta della “piazza” su cui essa dovrà avvenire. La Borsa di Londra sconta la Brexit, quella di Hong Kong le proteste anti-cinesi, quella di New York è per i sauditi un pò rischiosa… Dove avverrà il business del secolo?
Di questo si tratta, del business del secolo. Il che conferma una cosa: non c’è guerra nello Yemen, massacro del giornalista Kashoggi, repressione delle donne o pratica della condanna a morte che possa controbilanciare il fascino poco discreto del denaro. E quindi avremo ancora Yemen, giornalisti massacrati, donne represse, condannati a morte. E non cesserà il ruolo destabilizzante, da “Paese canaglia”, che l’Arabia Saudita esercita in Medio Oriente e altrove. Senza che alcuno, in questo mondo prodigo di embarghi e di sanzioni, alzi il ciglio.