2013 Comunicati  11 / 01 / 2013

Tu es Petrus: Papa Liberio

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 5/13 dell’ 11 gennaio 2013, Sant’Igino

Tu es Petrus: Papa Liberio

CH50057a (1) Per contrastare uno degli errori del mondo tradizionalista, secondo cui il papa può errare nell’insegnamento della dottrina, pubblichiamo un lungo articolo sulla figura di Papa Liberio. Come scrive l’Autore, “il caso di Liberio venne citato, per negare la giurisdizione suprema e l’infallibilità del Sommo Pontefice, da protestanti, conciliaristi, gallicani e anti-infallibilisti”.

Papa Liberio, S. Atanasio e gli ariani
di don Giuseppe Murro

Molte persone affermano che il Sommo Pontefice può sbagliare. A sostegno di quest’idea viene spesso chiamato in causa Papa Liberio che secondo costoro avrebbe errato nella fede. Prima di studiare il fatto storico, ricordiamo che il caso di Liberio venne citato, per negare la giurisdizione suprema e l’infallibilità del Sommo Pontefice, da protestanti, conciliaristi, gallicani e anti-infallibilisti. Si trova quindi in buona compagnia chi oggi vuol riproporre questo esempio per sostenere la tesi secondo la quale il Papa può sbagliare. L’Editto di Costantino nell’anno 313 aveva chiuso il periodo delle grandi persecuzioni per i cristiani; ma se essi erano ormai liberi di professare la loro fede, sopravvennero comunque altre difficoltà ad ostacolare la Chiesa. Tra di queste, vi fu il sorgere delle eresie e l’ingerenza del potere temporale nelle cose spirituali.

L’arianesimo
Uno dei dogmi della fede cristiana è la dottrina della Trinità, un solo Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Già nel III sec. la Chiesa aveva dovuto combattere contro le eresie trinitarie: alcuni affermavano che Nostro Signore era un semplice uomo, investito dalla potenza di Dio con un’intensità eccezionale; altri affermavano che in realtà Gesù è il Padre stesso, per cui non vi era più distinzione personale tra il Figlio e il Padre. Nel condannare tali eresie, la Chiesa aveva insegnato che Gesù è una persona divina, distinta dal Padre. Non fu determinato dal Magistero quale fosse il rapporto preciso fra la divinità del Figlio e quella del Padre. Noi sappiamo che sono uguali, hanno la stessa sostanza, hanno gli stessi attributi (onnipotenti, onniscienti, eterni…) benché le persone restino distinte.
In seguito si era diffusa la tendenza a subordinare in qualche modo, pur senza negarne la divinità, il Figlio al Padre. Il noto presbitero di Alessandria d’Egitto, Ario, non si limitò solo ad affermare la dipendenza di natura del Figlio dal Padre, ma giunse perfino a negare al Figlio la natura divina e gli attributi divini, come l’eternità e l’essere ex Deo, da Dio. Così si esprimevano due formule principali della dottrina ariana a proposito del Figlio: “Vi fu un tempo in cui Egli non era” e “Egli è dal non essere”. Per Ario il Verbo (Logos) è una creazione del Padre (che l’ha creato dal nulla), creatura prima o più eminente destinata ad essere strumento per la creazione degli altri esseri, ma non è Dio. Ario iniziò a diffondere le sue dottrine nel 315 ad Alessandria d’Egitto; il vescovo della città, tenne un grande sinodo nel 318, lo espulse dalla comunione ecclesiastica e comunicò al Papa Silvestro tale decisione. Ario dovette lasciare la città.
La controversia assunse proporzioni sempre più grandi; vi intervenne anche l’imperatore Costantino il Grande ma in maniera indebita e infelice. Venne finalmente celebrato il concilio di Nicea, in Bitinia, nel 325, dove fu redatto il famoso Simbolo (o Credo) che viene recitato durante la Santa Messa, in cui si afferma che il Verbo è della stessa natura del Padre (consustanziale): “Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui furono fatte tutte le cose in cielo e in terra”. Furono colpite con l’anatema le principali tesi di Ario, e i vescovi a lui favorevoli furono scomunicati e mandati in esilio.
Ma l’arianesimo era stato solo respinto, non vinto. Si era diviso in varie sette e Ario, dopo il suo esilio, aderì a quella degli eusebiani, i quali dichiaravano di non essere avversi al Concilio di Nicea, ma rifiutavano il “consustanziale”: come se fosse possibile fare una cernita nel Magistero della Chiesa. Il punto comune di tutte queste sette era l’avversione al “consustanziale” e la lotta ad Atanasio, paladino della fede cattolica. Ma se gli ariani erano uniti nell’opporsi al consustanziale, come spiegavano il rapporto tra Padre e Figlio? “Se il Verbo non è uguale al Padre nella sostanza (homoousios), gli è almeno simile (homoios) o dissimile (anomoios)? Il bizantinismo non poteva perdere questa occasione per lavorare di sofismi e di sottintesi” (1). Per questo motivo le posizioni di coloro che negavano che la sostanza del Verbo fosse simile a quella del Padre erano divise in tre fazioni.
Coloro che negavano recisamente ogni similitudine tra le due sostanze (divina quella del Padre, umana e creata quella del Verbo): eran questi gli anomei dissimilisti, o anomei aperti, rappresentati da Ezio, Eudossio e Acacio.
Coloro che accettavano la formula homoios (simile), ma non homoiousios (simile nella sostanza): il Verbo era simile al Padre solo in senso relativo e accomodato, come l’immagine riflessa nello specchio è simile a chi vi si specchia. “Evidentemente giocavano con le parole, specialmente dopo che l’anomeismo aperto fu condannato anche dall’imperatore” (1); ad essi aderirono gli eusebiani e gli acaciani: erano questi chiamati anomei dissimulati o psuedo-similisti o omeisti.
Infine vi erano i similisti, detti comunemente semi-ariani: ritennero l’homoiousios, cioè che il Verbo è simile nella sostanza al Padre. Rifiutavano la formula del “consustanziale”, temendo che inducesse alla soppressione della distinzione delle tre Persone divine. “In fondo era un errore di formula e non di fede”, afferma Benigni (1). Certamente tra costoro vi furono anche alcuni che ebbero un concetto inesatto di questa somiglianza, e non avevano pertanto la fede cattolica; “ma altri erano cattolici e furono riconosciuti dallo stesso intransigente Atanasio (De synodis, XII) come cattolici ingannati da un equivoco di formula e da un equivoco di opportunismo” (1). Proclamavano l’homoiousios ma non osavano affermare l’homoousios; e così per uno “iota” non affermavano integralmente la fede. Come vedremo, i vescovi cattolici si sforzarono per far rientrare questi ultimi nella comunione della Chiesa cattolica.
Alla corte di Costantino lavorarono con successo gli ariani, appoggiati soprattutto dalla sorella dell’imperatore, Costanza. Nel 328 gli esuli poterono rientrare in patria e alcuni furono reintegrati da Costantino nelle loro sedi episcopali, da dove erano stati allontanati a causa della loro eresia; e così in breve tempo gli ariani riuscirono a cacciare dalle sedi episcopali i capi del partito “niceno”, cioè i vescovi cattolici, tra cui Atanasio, divenuto vescovo di Alessandria, mandato in esilio a Treviri. Addirittura Costantino aveva già predisposto la solenne riammissione di Ario, senonché quest’ultimo morì improvvisamente.
Dopo la morte di Costantino, ci furono fasi alterne nella lotta contro l’eresia: l’Impero venne diviso tra i figli di Costantino, Costante che reggeva l’Occidente e Costanzo II l’Oriente, e per alcuni anni vi fu pace. Ma quando Costanzo, che aveva in gran simpatia gli ariani, divenne unico imperatore in seguito alla morte del fratello, la lotta si riaccese e cominciarono le persecuzioni. “Di mano in mano che i pericoli dello stato scemavano, in Costanzo riprendeva forza la smania dei concili e delle controversie teologiche” (2). Nel 351 si tenne un Sinodo a Sirmio (l’attuale Mitrovicza) in Pannonia, dove risiedeva allora l’imperatore, e venne stabilito un simbolo di fede (prima formula sirmiana) nel quale si taceva che il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza. Ursacio e Valente, i due vescovi ariani più faziosi, divennero i consiglieri teologici dell’imperatore: i vescovi fedeli alla fede di Nicea furono privati delle loro sedi, S. Paolo di Costantinopoli venne esiliato ed ucciso.
Ma il nemico di sempre era Atanasio: bisognava cacciarlo dalla sua diocesi. Morto Giulio I nel 352, gli ariani fecero pressioni sul nuovo Papa, Liberio, affinché scomunicasse Atanasio. Liberio esaminate le prove, non solo rifiutò, ma dichiarò Atanasio innocente da ogni colpa; chiese quindi all’imperatore di riunire un concilio generale ad Aquileia. Ma Costanzo fece svolgere il Concilio nel 353 nella città dove lui risiedeva in quel momento, Arles, con l’evidente intento di dirigerlo con la sua influenza. Furono convocati anche i vescovi delle Gallie, ma il sinodo era guidato praticamente dai vescovi ariani: non fu presentata nessuna delle questioni teologiche allora discusse, ma solo un decreto già preparato che conteneva la condanna di Atanasio. I legati papali cercarono di opporsi inutilmente: Valente, uno dei due vescovi ariani consiglieri dell’imperatore, riuscì a presentare con destrezza il documento, e l’imperatore minacciò di destituire ed esiliare i vescovi occidentali se non avessero firmato le decisioni del sinodo. Così tutti i vescovi, l’uno dopo l’altro, firmarono, compreso il legato pontificio, Vincenzo da Capua, ingannato e malmenato; si rifiutò invece Paolino di Treviri, che venne esiliato in Frigia dove in seguito morì. Il papa Liberio rimase addolorato per la defezione dei vescovi e del suo legato (3). Quindi inviò al­l’imperatore una lettera in cui ribadiva con fermezza l’innocenza di Atanasio, i diritti della Chiesa, la scomunica per gli ariani, e la necessità di riunire un concilio.
Nel frattempo Costanzo fece uccidere suo cugino Gallo, che governava l’oriente, per timore che volesse rendersi indipendente da lui. Quando giunse la notizia della morte di Gallo, la corte si rallegrò come di una vittoria, adulò l’onnipotenza dell’imperatore e Costanzo stesso si firmava con i titoli di signore del mondo e eterno. “I vescovi ariani, che negavano questa qualità al Figliolo di Dio, non si vergognarono di darla al vano e ridicolo Costanzo” (4).

Il Concilio di Milano
Nel 355 Costanzo volle riunire un Concilio a Milano, presenti oltre trecento vescovi d’occidente. “Con questo sinodo ebbe inizio una umiliante tragedia che macchiò assai gravemente l’imperatore, il quale non tollerò la minima opposizione alla sua volontà e si lasciò trasportare da misure sempre più dure” (5). Liberio convinse S. Eusebio di Vercelli a parteciparvi, nella speranza di far trionfare la fede cattolica. Ma a Milano, gli ariani fecero attendere per dieci giorni sia Eusebio che i legati pontifici, senza iniziare il concilio, per organizzare meglio le loro macchinazioni. Difatti all’apertura del Concilio, essi vollero che si cominciasse con la condanna di Atanasio; i cattolici guidati dai vescovi S. Eusebio, Lucifero di Cagliari e S. Dionigi di Milano risposero che bisognava prima sottoscrivere il simbolo di Nicea, per assicurarsi della cattolicità dei presenti. Ne uscì fuori un gran trambusto: il popolo udendo il chiasso accorse, e scandalizzato cominciò a deplorare la mancanza di fede dei vescovi ariani. Questi ultimi temendo il peggio, si rifugiarono nel palazzo dell’imperatore. Costanzo decise allora di trasferire le sedute successive nel suo palazzo, invece che nella chiesa ove era iniziato, e con le minacce ottenne lo stesso risultato di Arles. Gli ariani lessero un editto di Costanzo pieno zeppo delle loro eresie. Non essendo riusciti a farlo accettare, Costanzo fece venire i tre oppositori, Lucifero, Eusebio e Dionigi e chiese loro, in nome della sua autorità di imperatore, di firmare la condanna di Atanasio. Ma i tre vescovi si rifiutarono fermamente, anche se minacciati di morte. Costanzo allora li mandò in esilio, mentre Ursacio e Valente fecero picchiare il diacono Ilario che accompagnava Lucifero. Così la maggior parte dei vescovi firmò per debolezza o per sorpresa la condanna di Atanasio. Chi non firmò, fu calunniato, cacciato subito dalla sua sede o poco tempo dopo (6).
Eusebio fu mandato in Palestina, Lucifero in Siria, Dionigi in Cappadocia. Papa Liberio scrisse loro una lettera: “Quale conforto posso darvi, diviso come sono tra il dolore della vostra assenza e la gioia della vostra gloria? La miglior consolazione che possa offrirvi è quella che vogliate considerarmi esiliato con voi. Oh quanto avrei desiderato, dilettissimi fratelli, di essere immolato io prima di voi! (…) Io supplico dunque la vostra carità di credermi presente con voi, e di pensare che il mio maggior dolore è di vedermi separato dalla vostra compagnia” (7). Questo desiderio di Liberio si realizzerà poco tempo dopo. Gli ariani infatti sapevano che per avere un successo definitivo, bisognava cercare di strappare il suo consenso.
Nel frattempo dei messi imperiali furono inviati presso i vescovi assenti per ottenere in qualsiasi modo la loro firma: ma nelle Gallie trovarono una forte opposizione con a capo S. Ilario di Poitiers. Per aggirarla, venne riunito un sinodo a Béziers nel 356, e S. Ilario fu costretto a parteciparvi: la firma alla condanna di Atanasio fu carpita con la violenza e le minacce alla maggioranza dei vescovi. Si rifiutarono solo S. Ilario e Rodanio di Tolosa, che furono esiliati in Frigia (8).

Liberio e Costanzo
L’imperatore pensò quindi di inviare a Liberio un suo messo, l’eunuco Eusebio, con dei doni per ottenerne il favore e nel contempo per chiedergli di aderire alla condanna di Atanasio ed essere in comunione con gli ariani. Al rifiuto dei doni, Eusebio si adirò e addirittura minacciò aspramente Liberio; quindi andò nella chiesa di S. Pietro e vi depose i suoi doni. Quando Liberio lo seppe, s’indignò con il guardiano che li aveva accettati, e fece gettare fuori quell’offerta profana.
Tornato Eusebio a Milano, Costanzo scrisse al governatore di Roma, Leonzio, affinché conducesse Liberio a Milano con le buone o con le cattive. Un gran terrore si sparse per Roma: molte famiglie furono minacciate, parecchi dovettero fuggire, le porte della città erano sorvegliate, insomma, si volle isolare il Pontefice. Anche Roma conobbe la violenza degli ariani, di cui fino ad allora aveva soltanto sentito parlare. Infine Liberio venne rapito di notte, per timore del popolo che l’amava.
Giunto a Milano, Costanzo gli diede udienza o piuttosto l’interrogò, davanti al suo concistoro ed in presenza di stenografi che ne registravano le parole. «L’imperatore voleva che Liberio sancisse ad occhi chiusi la condanna di Atanasio. Ma Liberio mantenne saldo quel principio romano che la Sede Apostolica non condanna se non i processati e giudicati da lei… Nel suo colloquio con il cesare, il papa chiese un processo ecclesiastico per Atanasio, “poiché non può farsi che noi condanniamo uno di cui non si è fatta la causa”. Costanzo replicò una verità ufficiale: che “tutto il mondo lo ha condannato”. Liberio rispose: “Quelli che sottoscrissero la sua condanna, non guardarono alle cose fatte, ma soltanto al tuo favore da conquistare o al tuo corruccio o almeno alla cattiva fama da sfuggire presso di te” (…). Allora il tiranno stringeva: “Questo solo ti si domanda (di condannare Atanasio); perciò pensa alla pace, e sottoscrivi perché tu possa tornare a Roma”. Eroica fu la risposta di Liberio: “A Roma ho già detto addio ai fratelli; importa più osservare le leggi della Chiesa che abitare a Roma”» (9). Costanzo gli lasciò tre giorni per riflettere, ma due giorni dopo, visto che il Pontefice non mutava parere, lo mandò in esilio a Berea nella Tracia. Era l’anno 356. Appena uscito Liberio, Costanzo gli fece pervenire 500 soldi d’oro per le sue spese, ma Liberio rispose a chi le portava: “Rendile all’imperatore, che ne ha bisogno per i suoi soldati”. Lo stesso fece l’imperatrice e Liberio nel dare al latore la medesima risposta, aggiunse che se l’imperatore non ne aveva bisogno, li donasse ai vescovi ariani che lo circondavano, i quali certamente ne avevano bisogno. Anche l’eunuco Eusebio gli offrì del denaro, ma Liberio gli disse: “Tu hai rese deserte tutte le chiese del mondo e m’offri un’elemosina come ad un condannato! Và, e comincia con il farti cristiano” (10).

La persecuzione
Appena partito il papa, Costanzo fece mettere al suo posto come vescovo di Roma Felice II, antipapa. Nonostante questi accettasse il Concilio di Nicea, per il solo fatto che era in comunione con gli ariani il popolo romano non volle entrare nella chiesa di cui aveva preso possesso.
La persecuzione cominciò in tutto l’impero. Gli ariani convinsero Costanzo che occorreva che il vecchio Osio (3) firmasse anche lui la condanna di Atanasio. Dopo uno scambio di epistole, ove Osio affermò la fede nicena e ricordò come Atanasio era stato sempre riconosciuto innocente da tutte le false accuse mossegli dagli ariani, l’imperatore lo mandò in esilio a Sirmio. Quindi furono inviati dappertutto dei ministri di Costanzo con ordini minacciosi: ai vescovi, affinché firmassero la condanna di Atanasio e comunicassero con gli ariani, sotto pena di bando, prigionia, castigo corporale e confisca dei propri beni; ai giudici, affinché facessero eseguire tali ordini ai vescovi. Per di più, i ministri di Costanzo erano accompagnati da chierici di Valente e Ursacio, che denunciavano i giudici più negligenti. Così avvenne che molti vescovi furono condotti davanti ai giudici per firmare la condanna di Atanasio. Chi si rifiutava di firmare, dopo un po’ di tempo era accusato di un qualsiasi delitto (calunnia, bestemmia…) e quindi mandato in esilio, mentre il suo posto era preso da un ariano.
Nel frattempo Costanzo inviò delle truppe ad Alessandria con l’ordine di prendere Atanasio: queste entrarono a mezzanotte nella chiesa dove Atanasio celebrava un officio notturno della vigilia di una festa. Il vescovo non volle muoversi finché tutti i fedeli non si fossero messi in salvo, ed allora – quando ormai la maggior parte fu al riparo – alcuni dei suoi chierici lo presero con la forza e lo fecero fuggire. Atanasio si nascose per parecchio tempo, dapprima ad Alessandria e poi nel deserto. Al suo posto venne nominato Giorgio di Cappadocia, mentre in tutto l’Egitto cominciava la persecuzione dei vescovi cattolici. Giorgio, il nuovo vescovo di Alessandria, si comportava con tal crudeltà, che anche i pagani se ne lamentarono con l’imperatore. I cattolici di Alessandria si riunivano ormai fuori della città: accadde una volta che mentre erano riuniti in un cimitero, vi giunse un capitano, Sebastiano, con tremila uomini armati mandato dagli ariani, e questi fece accendere un gran fuoco minacciando di farvi bruciare chi non volesse seguire la fede degli ariani. Poiché le minacce non atterrirono i cattolici, Sebastiano li fece battere con verghe uncinate, così che molti morirono per le sofferenze e i loro corpi furono gettati ai cani; i fedeli onorarono questi confessori della fede come martiri. Giorgio, a causa della sua crudeltà, dovette andar via da Alessandria una prima volta; in seguito, ritornatovi, venne ucciso durante una sollevazione di pagani.

Costanzo a Roma: liberazione di Liberio
Nell’aprile del 357 Costanzo, che non aveva mai visto Roma, vi fece il suo ingresso solenne. Le matrone romane di nobili e ricche famiglie supplicarono insistentemente l’imperatore di restituire a Roma il suo pastore: Felice comunicava con gli ariani, gli dissero, e nessun romano entrava in chiesa quando lui vi si trovava. Ma Costanzo “adottò un provvedimento assai bizantino”: dopo aver promesso che le avrebbe esaudite, diede poi ordine che a Roma vi fossero allo stesso tempo Liberio e Felice. Al che il popolo, “che non era bizantino e non voleva bizantinerie”, venutone a conoscenza, mentre era nel circo ad assistere ai giochi, gridò: “Un solo Dio, un solo Cristo, un solo vescovo!” (11). Quando in seguito Liberio poté tornare a Roma, il popolo l’accolse trionfalmente e poco dopo cacciò Felice.
Papa Liberio proclamò esclusi dalla comunione ecclesiastica quelli che non ammettevano una totale somiglianza, nella sostanza e in tutto il resto, del Figlio con il Padre, riaffermando così la fede cattolica integralmente.

La “caduta” di Osio
Il vecchio Osio ormai centenario, trovandosi in esilio a Sirmio, maltrattato e ferito, venne nuovamente avvicinato dagli ariani nel 357. Si dice che fu convinto a firmare una formula di fede (seconda formula sirmiana), nella quale non solo si taceva del consustanziale, ma anche del “simile”; tuttavia egli rifiutò di sottoscrivere la condanna di Atanasio. Quest’ultimo afferma di Osio: “Cedette agli ariani un istante, non perché credeva che noi eravamo colpevoli, ma solo perché non sopportò i maltrattamenti a causa della debolezza della sua vecchiaia” (12). S. Febadio, vescovo di Agen, ne stigmatizzò il fatto, per mostrare ai cattolici di non farsi impressionare da questa caduta tanto vantata dagli ariani: “…Ci oppongono il nome di Osio, il più antico di tutti i vescovi, quegli la cui fede fu sempre tanto sicura; ma rispondo che non si può usare l’autorità di un uomo che ora si inganna o si è sempre ingannato… Se ora difende ciò che condannò in passato, la sua autorità non vale; infatti se egli ha creduto male per quasi novant’anni, io non stimerò che creda bene dopo novant’anni… L’autorità del giusto non lo salverà s’egli cada una volta nell’errore” (13).
Non si può affermare con certezza che Osio abbia ceduto: occorre tenere presente che il fatto della sua caduta fu raccontato dagli ariani che lo tenevano prigioniero e poi fu ripreso dai discepoli di Lucifero di Cagliari e Gregorio di Elvira, di tendenza rigorista, che raccontarono poi delle leggende contro Osio (14). Comunque, se egli firmò veramente la seconda formula sirmiana, lo fece in un momento in cui la sua volontà non era libera, trattandosi di un uomo quasi centenario, maltrattato ed esiliato.

Divisione fra gli ariani
L’ala estrema della fazione ariana, i dissimilisti, tennero un concilio ove venne condannata l’espressione di simile nella sostanza (tenuta invece dai similisti), con il pretesto che così era stato affermato nella seconda formula sirmiana. Contro di loro i similisti (o semi-ariani) tennero un concilio ad Ancira, in cui scomunicarono chi negava che il Figlio è simile al Padre nella sostanza, ma condannarono il termine “consustanziale”. Inviarono poi una deputazione guidata da Basilio d’Ancira ed altri a Sirmio, ove era l’imperatore, per presentargli questa professione di fede, privata però dell’articolo che condannava il consustanziale. L’imperatore, che aveva appena approvato i dissimilisti, si ritrattò, diede nuovi ordini e minacciò gravi pene per chi non si fosse ricreduto come lui. Questo dimostra la faciloneria e la leggerezza con cui Costanzo trattava di argomenti gravissimi.
Inoltre convocò un altro concilio a Sirmio nel 358, in cui prevalsero i semi-ariani: il concilio ebbe un carattere anti-ariano, venne condannata la seconda formula di Sirmio, venne escluso il termine “simile nella sostanza”, come pure il termine “consustanziale” (terza formula di Sirmio). In questo concilio dunque si fece un passo in avanti nella condanna dell’arianesimo, anche se la dottrina cattolica non era esposta pienamente.
S. Ilario che si trovava in esilio, scrisse in questo periodo il De Synodis, in cui lodava i partecipanti al Concilio d’Ancira, chiamandoli dilettissimi fratelli, per aver condannato la seconda formula di Sirmio. Spiegava loro che non dovevano aver paura del termine “consustanziale”, poiché esso non toglieva la distinzione tra le persone divine ed il Concilio di Nicea l’aveva utilizzato. S. Ilario sperava di venire ad un chiarimento con i semi-ariani.

L’epilogo
A questo punto Costanzo volle riunire un nuovo concilio, ma gli ariani dissimilisti lo convinsero a farne due, separando i vescovi occidentali dagli orientali. Si trattava di concili convocati dall’imperatore (che non era neanche battezzato ma catecumeno), e in cui il papa non era stato interpellato. Nel 359 si riunirono dunque a Rimini quasi cinquecento vescovi rappresentanti l’occidente e a Seleucia circa centottanta per l’oriente. Gli ariani si erano già riuniti a Sirmio per preparare i documenti: là venne stesa la quarta formula sirmiana, in cui si bandiva il termine di “sostanza” e si diceva che il Figlio è simile al Padre in tutto. Aperto a Rimini il concilio, dopo varie dispute i vescovi rigettarono questa formula e riconfermarono i decreti di Nicea; Ursacio e Valente, che non volevano firmare i decreti, furono condannati e deposti. Il concilio inviò dieci legati all’imperatore, ma questi, circondato com’era solo da ariani, tergiversò finché giunse a far firmare agli stessi legati un’altra formula (a Nice in Tracia, città scelta espressamente per farla confondere con Nicea della Bitinia), che ricalcava la quarta formula sirmiana (sopprimendo “in tutto”) e la fece portare a Rimini per essere accettata. I Vescovi ormai stanchi di essere là da più mesi, l’accettarono in gran maggioranza, certuni apponendo delle aggiunte alla loro firma. Ma il popolo insorse per la prevaricazione avvenuta ed allora, nella chiesa dove i vescovi erano riuniti, fu fatta una professione di fede generale ad alta voce, ma solo orale: in essa l’errore ariano era condannato, tuttavia la fede cattolica non era affermata in modo tale che l’errore fosse completamente smentito. Valente e Ursacio, spergiuri, non ebbero difficoltà ad unirsi a questa professione di fede orale, facilitati anche dalle formule ambigue: in realtà la loro professione era fatta solo con le labbra. Papa Liberio condannò il concilio di Rimini.
Il concilio di Seleucia era stato dominato dai semi-ariani; ma gli omeisti se ne separarono e ricorsero all’imperatore che impose loro la stessa formula di Rimini. La protesta dei semi-ariani fu vana, anzi molti di essi finirono in esilio.
Costanzo era deciso a riportare ad ogni costo entro l’anno 360 la pace religiosa; perciò inviò l’ordine ai vescovi di firmare la formula di Rimini, soprattutto nell’oriente. Questa formula doveva ormai sostituire quella di Nicea, la fede ariana era l’unica confessione cristiana ammessa. Anche le tribù germaniche cominciarono a convertirsi all’arianesimo omeista. Fu allora che S. Girolamo esclamò: “Il mondo, gemendo, stupì di trovarsi ariano”.

Fine della persecuzione
Dopo aver condannato il concilio di Rimini, Papa Liberio offrì ai vescovi, che avevano firmato la formula, di poter ritrovare la comunione ecclesiastica a condizione di ritrattare: molti di loro erano stati vittime di inganni; ma il Papa non fece tale offerta agli autori del testo, conoscendo la loro malafede. L’occidente fu più risparmiato dalla persecuzione dell’oriente, dato che nel 360 S. Ilario poté riunire un sinodo dei vescovi delle Gallie a Parigi, ove fu condannata la formula di Rimini, e in Spagna Gregorio d’Elvira non aveva aderito alla formula di Rimini.
Furono gli avvenimenti politici ad arrestare il trionfo dell’arianesimo. Costanzo morì nel 361, dopo aver ricevuto il battesimo da un vescovo ariano; suo cugino Giuliano l’apostata aveva preso il potere, e per gettare maggior confusione (sperava che nuove lotte tra ariani e non-ariani avrebbero favorito il paganesimo) aveva fatto rientrare nelle loro sedi tutti i vescovi esiliati. Anche S. Atanasio tornò ad Alessandria ove nel 362 tenne un sinodo che approvò il credo di Nicea, condannò gli ariani, ma usò clemenza verso i semi-ariani (cosa che provocò la disapprovazione di Lucifero di Cagliari, il quale in seguito sembra che fece scisma) (15).
Morto Giuliano, Valentiniano I divenne imperatore d’occidente (364-375), e suo fratello Valente, che favorì gli ariani dissimilisti, fu imperatore in oriente (364-378): nuovamente furono mandati in esilio i cattolici, tra cui Atanasio, ed anche i semi-ariani; una delegazione di questi ultimi andò a Roma, dove fu accolta da Papa Liberio. Egli chiese e ottenne da loro il ripudio della formula di Rimini, la professione della fede di Nicea, e quindi li accettò in comunione. Molti vescovi semi-ariani ritornarono così nell’unità con Roma.
Liberio morì nel settembre del 366, Atanasio nel 373. Dopo la morte di Valente la fede di Nicea trionfò anche in oriente difesa dai tre grandi Cappadoci: S. Basilio, S. Gregorio di Nazianzo e S. Gregorio di Nissa. Durante l’impero di Teodosio il Grande (379-395), sotto il pontificato di S. Damaso si tenne nel 381 a Costantinopoli il Concilio Generale dell’Oriente, che in seguito fu riconosciuto come secondo Concilio Ecumenico. La fede di Nicea fu riconfermata, l’arianesimo e le eresie affini vennero definitivamente condannate. L’arianesimo sopravvisse ancora qualche tempo presso le tribù germaniche, come religione nazionale, osteggiata da S. Ambrogio, finché tramontò quando la tribù germanica dei Franchi aderì al cattolicesimo.

La “caduta” di Papa Liberio: il racconto dei testi
In seno alle controversie tra cattolici, semiariani, ariani, si colloca il problema della “caduta” di Papa Liberio: se risultasse vera, proverebbe che un Papa non è infallibile, dando ragione agli anti-infallibilisti. Molti autori affermano che il papa sarebbe stato liberato dall’esilio a causa di una sua concessione: avrebbe firmato una formula di fede o decisamente ariana o ambigua, o avrebbe accettato di essere in comunione con gli ariani, o avrebbe condannato S. Atanasio.
L’episodio della caduta di Liberio è discusso dagli storici: abbiamo visto che gli ariani e Costanzo avevano tutto l’interesse a farlo cedere, e perciò lo mandarono in esilio. È vero che capitolò per ottenere la sua libertà? “Molte e molto diverse sono state le soluzioni date a questa domanda, nelle quali, è giusto dirlo, appare molte volte la tendenza dei rispettivi storici” (16). Ogni storico deve oggettivamente ricercare i fatti e i documenti, provarne l’autenticità, e poi fare una critica che non forzi ciò che è conforme alla sua opinione, né tacere ciò che la contraddice. Inoltre deve, per quanto può, dare una risposta a tutte le questioni e i dubbi; là dove non può, deve onestamente dire che, allo stato attuale, non è in grado di saperne di più. Vediamo innanzitutto i fatti, come sono illustrati dall’Enciclopedia Cattolica.
“S. Atanasio nell’Apologia contra Arianos, scritta nel 350 e ampliata verso il 360, menziona Liberio tra i vescovi a sé favorevoli; però aggiunge che non ha sopportato sino alla fine le privazioni dell’esilio (cap. 8); nell’Historia arianorum ad monachos, scritta verso la fine del 357, dice che Liberio dopo due anni di esilio, vinto dalle minacce di morte, vacillò e sottoscrisse (cap. 41). Ambedue i passi sembrano indicare, nel loro contesto, che la colpa consistesse nell’abbandono di Atanasio. S. Ilario, nell’invettiva lanciata nel 360 contro Costanzo, scrive di non sapere se l’Imperatore commise maggior empietà nell’esiliare Liberio o nel rimandarlo [a Roma] (Contra Costantium, cap. 2). S. Girolamo, sia nel Chronicon (Ad an. Abr., 2365 = 352) che nel De viris illustribus (cap. 97), parla di sottoscrizione di una formula eretica. Il primo documento della Collectio Avellana nel riportare la risposta di Costanzo alle richieste dei Romani: “Avrete Liberio migliore di come è partito”, commenta: “Ciò indicava il consenso con cui aveva ceduto alla perfidia”. Rufino finalmente riferisce, senza far sua l’una o l’altra, le due versioni correnti; del ritorno comprato da Liberio con l’acquiescenza alla volontà imperiale, o dovuto all’accondiscendenza di Costanzo alle richieste del popolo romano (Hist. eccl. I, 27).
È evidente che al momento del ritorno di Liberio a Roma correva la voce che Liberio avesse ceduto in qualche cosa a Costanzo. Lo storico greco Sozomeno, che scrive su buone informazioni nel sec. V, dice che Liberio avrebbe acceduto ad una delle formule di Sirmio, d’accordo con Basilio d’Ancira per rimettere la pace in Oriente e ritornare a Roma (17).
Rimangono però quattro lettere che Liberio avrebbe scritto dall’esilio e sono conservate nei Fragmenta di S. Ilario di Poitiers; in esse Liberio si mostra preoccupato di scindere la sua responsabilità da quella di S. Atanasio e di ottenere a qualunque costo il ritorno a Roma. La disputa sulla loro autenticità è tutt’altro che chiusa, e recentemente fu notato che “la mancanza del cursus velox e delle altre caratteristiche proprie del periodare di Liberio rendono molto improbabile l’opinione di coloro i quali sostengono che le quattro lettere aritmiche furono dettate dal Papa” (18)… Merita di essere ricordata l’osservazione di P. Battiffol: “Liberio ed Ilario avevano tesa la mano a Basilio d’Ancira; nessuno ne fece rimprovero ad Ilario; dovremo trattar meno bene Liberio?” (19).
Vediamo le ipotesi prospettate dagli autori ecclesiastici.

Prima ipotesi: non vi fu caduta
Gli storici che difendono Liberio, affermando che non ci fu nessuna caduta, adducono i seguenti argomenti.
1) La caduta di Liberio può essere stata inventata dagli ariani: la calunnia infatti era il loro sistema preferito per eliminare gli avversari. Più volte l’utilizzarono contro S. Atanasio e contro i vescovi che non firmavano le loro formule di fede o la condanna di Atanasio (nascosero in un convento il vescovo Arsenio, e poi accusarono il santo di averlo fatto uccidere; fuggito dal convento, il vescovo si mostrò pubblicamente, con grande confusione degli ariani).
A conforto di questa ipotesi vi è il fatto che se Liberio avesse veramente ceduto, gli ariani si sarebbero imbaldanziti, avrebbero sbandierato la notizia ai quattro venti: come mai si comportarono diversamente dalle loro abitudini? Anche da parte cattolica vi sarebbero state condanne, lamentele, rammarico, come fece S. Febadio per la caduta di Osio. Non troviamo praticamente nulla di questo.
Inoltre se si ammette che la caduta di Osio fu così ben inventata dagli ariani che S. Atanasio vi credette, è possibile che il santo abbia creduto erroneamente anche alla caduta di Liberio.
2) La “caduta” di Liberio narrata da S. Ilario, S. Atanasio, S. Girolamo e Filostorgio può essere stata: o qualcosa di contrario alla fede o qualcosa di ambiguo.
Nel 401 circa, il Papa S. Anastasio I scrive a Venerio vescovo di Milano e afferma che l’Italia vincitrice conservava integra la fede trasmessa dagli Apostoli, mentre Costanzo vincitore otteneva il dominio del mondo. Fu conservata immacolata la fede di Nicea, egli dice, dai vescovi che sopportarono l’esilio, quali Dionigi, Liberio di Roma, Eusebio di Vercelli, Ilario della Gallia e molti altri pronti ad essere crocifissi piuttosto che affermare che N. S. Gesù Cristo è una creatura (20).
L’affermazione di Anastasio è confermata dai fatti. Se Liberio avesse accettato qualcosa di contrario alla fede, ad esempio la prima o la seconda formula di Sirmio, gli altri vescovi cattolici avrebbero protestato, si sarebbero rammaricati o l’avrebbero ammonito: non abbiamo la minima notizia di qualcosa del genere, neanche dai più “duri” quali Lucifero di Cagliari o Gregorio di Elvira.
Quanto all’ipotesi che Liberio abbia accettato un testo ambiguo, come ad esempio la terza formula di Sirmio (ciò è affermato da Sozomeno) (21), o qualcosa del genere, le eventuali condanne – se sono autentiche – dei suoi contemporanei S. Ilario e S. Atanasio dobbiamo riconoscere che furono esagerate e intempestive. Infatti il primo lodò, come abbiamo visto, Basilio di Ancira (22) a causa della stessa formula, e il secondo accettò in seguito formule simili a questa, con parole meno esplicite di “consustanziale”, per ricondurre alla fede i semi-ariani. È giusto il commento di P. Battiffol, che pure era un modernizzante: “Liberio ed Ilario avevano tesa la mano a Basilio d’Ancira; nessuno ne fece rimprovero ad Ilario; dovremo trattar meno bene Liberio?”.

I testi
I difensori di Papa Liberio aggiungono poi altri argomenti.
Non si è certi dell’autenticità e veridicità di molti testi che parlano della caduta di Liberio.
Vi sono seri dubbi sulle quattro lettere riportate da S. Ilario (Opus historicum, Libro II, frammenti IV e VI): in esse Liberio si ritirerebbe dalla comunione con S. Atanasio, chiederebbe la fine dell’esilio, indirizzerebbe una petizione a Valente e Ursacio, e addirittura avviserebbe un vescovo del suo cambiamento di atteggiamento. Come si è già visto, in esse la mancanza del cursus velox mostra la non-autenticità dell’Opus. Inoltre dell’Opus historicum esistono solo alcuni frammenti sparsi in disordine: “Tutti questi frammenti sono stati estratti dal­l’Opus historicum prima della fine del IV sec., e molti hanno potuto subire un’interpolazione, specialmente le lettere di Liberio (Libro II), la cui autenticità è lungi dall’essere certa” (23). Ma anche il testo è inverosimile: se Liberio era veramente così cambiato, come mai i romani poterono accettarlo, loro che rifiutavano Felice perché in comunione con gli ariani? Come mai Liberio non venne invitato al Concilio di Rimini? Se la prigionia era stata capace di piegarlo una volta, perché gli ariani non ritentarono di convincerlo nuovamente con le stesse “maniere”? Con qual coraggio poteva in seguito Liberio scrivere ai vescovi d’Italia, trattando con fermezza quelli che avevano ceduto a Rimini?
S. Atanasio parla della caduta di Liberio in due opere, nell’Apologia contra arianos scritta nel 348 e nell’Historia arianorum ad monachos, scritta verso la fine del 357. La prima fu dunque scritta circa dieci anni prima dell’esilio di Liberio. Si afferma che vi è stato un ampliamento dell’opera da parte dell’autore; ma si può anche pensare ad interpolazioni da parte ariana. La seconda fu scritta addirittura prima della supposta caduta di Liberio! Il falso è stato scoperto da un dettaglio: si parla infatti dell’ariano Leonzio come vivente. Invece si sa che già da tempo, da quando Costanzo era passato per Roma, la notizia della sua morte era pervenuta all’imperatore, cioè molto tempo prima che venisse dato l’ordine di liberare il papa (24).
Quanto a S. Girolamo, vissuto qualche anno dopo, può essere stato vittima di errore o nel riportare ciò che gli ariani avevano diffuso o nel ritenere giusti i giudizi affrettati di S. Ilario e S. Atanasio. Difatti afferma che Liberio firmò una formula eretica: ma l’assenza di una reazione da parte ariana e cattolica, esclude questa possibilità. Questo è ammesso dagli storici più recenti.
Quanto alla testimonianza di Filostorgio, essa non ha valore: era infatti un ariano fazioso che raccontò molte storie inventate di sana pianta, specie contro Atanasio, dicendo che avrebbe comperato il favore di Costante con regali, avrebbe causato la ribellione di Magnenzio contro di lui e avrebbe istigato l’assassinio di Giorgio di Alessandria… (25).

Altre prove dell’innocenza di Liberio
La caduta di Liberio venne sostenuta dagli avversari del Papato, ugualmente da Bossuet nella Difesa della dichiarazione gallicana, in cui si negavano il privilegio della giurisdizione universale e dell’infallibilità del S. Pontefice. Ma Bossuet nell’ultima revisione di quell’opera tolse tutto ciò che si riferiva a papa Liberio perché non ne aveva le prove (26).
Socrate e Teodoreto attribuiscono la fine dell’esilio di Liberio alle insistenze dei romani, i quali accolsero poi trionfalmente Liberio a Roma, il che sarebbe in contraddizione con una eventuale sua caduta.
Lo storico Rufino, discepolo di Origene, scrisse verso la fine del IV sec.: “Liberio vescovo della città di Roma, ritornò in patria quando Costanzo era ancora in vita; ma non so con certezza se Costanzo glielo consentì perché aveva sottoscritto, o per compiacere al popolo romano che l’aveva supplicato in punto di partenza” (27). Ora Rufino era di Aquileia, e certamente aveva conosciuto il vescovo di quella città, Fortunanziano, a cui si attribuisce la caduta di Liberio. Nonostante questo, Rufino non ha notizie certe, ammette di dover conservare lui stesso il dubbio. Se Liberio avesse ceduto, vi sarebbero state testimonianze di ariani; se avesse poi fatto una ritrattazione, non sarebbe passata sotto silenzio. Rufino non avrebbe avuto difficoltà a trovare prove: invece, dopo appena quaranta anni, non ne trova alcuna per risolvere il suo dubbio.
Gli orientali considerarono Liberio come colui che aveva sempre conservata pura la fede: così S. Basilio, S. Epifanio, S. Siricio. S. Ambrogio lo chiama pontefice di beata e santa memoria. Fu onorato come santo dagli antichi martirologi latini, che fissarono la festa il 23 o il 24 settembre; i greci, i copti e gli etiopi la fissarono al 27 agosto (28).

Seconda ipotesi: Liberio accettò un compromesso
I sostenitori di questa posizione affermano che considerate le testimonianze concordi di S. Ilario, S. Atanasio, S. Girolamo, cui si aggiunge la Collectio Avellana, non si può negare la caduta di Liberio: vinto dalle sofferenze dell’esilio finì per cedere. Probabilmente fu una breve caduta perché, rientrato a Roma, protestò nuovamente la fede cattolica. Però la sua reputazione ne fu sminuita tanto che, finché Costanzo visse, non lo si vide più, essi dicono, al centro della polemica ariana (29).
Per la maggior parte degli autori, afferma Llorca-Villoslada-Laboa, egli firmò la terza formula di Sirmio, come aveva ipotizzato Sozomeno: “Liberio cedette ai suoi avversari ammettendo la formula che gli presentarono. Questo supponeva che non abbandonava in nessuna maniera la causa difesa con tanto ardore; però era uno zoppicare nella fede… Lo stesso Atanasio, poco più tardi, usò lo stesso sistema con il fine di attrarsi i semi-ariani e avere con loro un accordo” (30). Ma queste parole sembrano dar ragione a P. Battifol: nessuno ha mai rimproverato per un simile accordo né S. Ilario, né S. Atanasio, campione della fede: perché per Liberio costituirebbe una caduta?
Quanto all’opinione che Liberio fu messo da parte, dopo il ritorno a Roma, per cui non compì più nulla di rilevante nella lotta all’arianesimo, essa è per lo meno discutibile. Difatti rientrato a Roma, scomunicò chi non riconosceva la somiglianza in tutto tra Padre e Figlio; in seguito condannò il Concilio di Rimini e accettò poi i Vescovi nella comunione. Ed anche a proposito di questo concilio, inizialmente i vescovi, finché furono liberi, in gran maggioranza (quattrocento contro ottanta) confessarono la fede di Nicea e condannarono Ario. Se Liberio fosse caduto, come poté l’episcopato resistere con fede ferma, proprio quell’episcopato che in precedenza ad Arles e a Milano aveva ceduto? Infine non bisogna dimenticare che in quel momento infieriva la persecuzione, tutti i cattolici erano ostacolati e la libertà di azione di Liberio era senza dubbio limitata.

Terza ipotesi: Liberio cadde nell’eresia
Le parole del Papa S. Anastasio che abbiamo riportato ci danno la certezza che Liberio conservò sempre la fede (31). Tuttavia potrebbe aver firmato una formula eretica, ingannato in buona fede, oppure spinto dalla violenza, senza aderirvi interiormente: si tratterebbe quindi di un’eresia materiale, oppure una mancanza nella testimonianza della fede da parte di Liberio.
Si è già visto che sono gli anticattolici, seguendo la testimonianza di S. Girolamo, a sostenere che Liberio avrebbe sottoscritto la prima o la seconda formula di Sirmio. D’altra parte abbiamo visto che il silenzio degli ariani, le poche testimonianze cattoliche e tutto quanto detto per le due ipotesi precedenti sembrano a più forte ragione escludere anche quest’ultima.

Soluzione del caso
La sana filosofia insegna che ogni atto umano ha valore se è compiuto liberamente, cioè se è scelto dalla volontà del soggetto. Ci possono essere a volte degli ostacoli che impediscono il libero esercizio della volontà, per cui la responsabilità dell’atto è diminuita o completamente tolta: più un atto è importante e grave, tanto più richiede ampia libertà per la sua validità. Un contratto firmato perché si è minacciati di morte, non ha nessun valore.
Un atto del Magistero della Chiesa, per essere tale, richiede il massimo della libertà del soggetto che lo promulga, dato che è un atto di estrema importanza. Infatti insegna quali sono le verità da credere per ottenere la salvezza, questione di gravissima importanza per la vita degli uomini sulla terra. Un documento pontificio estorto con la forza non ha nessun valore.
Il Papa Liberio si trovava in esilio nel 358 quando ottenne la libertà. Senza voler entrare nel dettaglio delle ipotesi viste sopra, qualunque cosa egli abbia fatto o detto, o sotto la pressione dei persecutori o comunque in stato di prigionia, non ha nessun valore per la Chiesa, non è un “atto del S. Pontefice”.
A questo punto la questione della caduta appare come di secondaria importanza. Il Papa difatti non ha usato del suo Magistero. Vera o non vera la caduta, se ha firmato o no cose eretiche o ambigue, poco importa: il Papa non era libero e qualunque cosa abbia potuto dire o fare, impegnava solo se stesso, la sua coscienza, la sua persona, non la Chiesa universale. Il Papa difatti non ha il privilegio dell’impeccabilità, e può commettere atti contrari alla legge di Dio: ma ciò può accadere quando agisce in tanto che persona privata, come uomo, non quando insegna per mezzo del Magistero rivestendo l’autorità di Sovrano Pontefice.
Se Liberio sia caduto in quanto uomo è difficile dirlo vista la discordanza dei testi. Ma certamente Liberio in quanto Papa non è caduto: prima dell’esilio egli affermò chiaramente la fede (come nel colloquio con Costanzo), al punto che finì prigioniero, e dopo l’esilio ugualmente riaffermò la fede, condannando l’errore di chi non accettava la formula “simile nella sostanza e in tutto al Padre”. Questo ci basta per risolvere la questione. Comunque siano andate le cose in Berea nella Tracia, esse riguardano la persona e la coscienza di Liberio. Anche in quegli anni terribili di eresie e di persecuzioni la Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo dimorò pura e senza macchia, e il Sovrano Pontefice conservò l’infallibilità per confermare i suoi fratelli nella fede.

Note
1) U. Benigni, Storia Sociale della Chiesa, vol. II Da Costantino alla caduta dell’Impero romano Tomo I, Vallardi Milano 1912, pagg. 239-40.
2) Rohrbacher, Storia Universale della Chiesa Cattolica, vol. 3°, libro 33°, Torino 1859, pag. 734.
3) Liberio si lamentò di queste defezioni con vari vescovi, tra cui l’anziano Osio, vescovo di Cordoba, che aveva partecipato al Concilio di Nicea.
4) Rohrbacher, op. cit., pag. 738.
5) Karl Baus, Eugen Ewig, Storia della chiesa, L’epoca dei Concili, diretta da H. Jedin, Jaca Book 1980, pag. 45.
6) Rohrbacher, op. cit., pag. 739-740.
7) Liberius, Epist. VII, Patrologia, Migne t. VIII, p. 1356. Rohrbacher, op. cit., pag. 741.
8) Karl Baus, Eugen Ewig, op. cit., pag. 46.
9) U. Benigni, op. cit., pag. 241-3.
10) Rohrbacher, op. cit., pag. 744-745.
11) U. Benigni, op. cit., pag. 244-5, che cita: Socrate, l. 2 c. 37. Teodoreto, H. E., II, 17; Sulp. Sev. II, XLIX. Vedi anche: Rohrbacher, op. cit., pag. 789.
12) S. Ilario, De syn. 11, 43, 8. Sozom. Hist. Eccl. 4, 12. Citati da Llorca, Villoslada, Laboa, Historia de la Iglesa Catolica, I Edad Antigua, B.A.C. 1990, pag. 414.
13) Bibl. Patrum, t. 4. Citato da Rohrbacher, op. cit., pag. 790.
14) Llorca, Villoslada, Laboa, op. cit., pag. 414.
15) Gli autori non sono daccordo se lo scisma venne iniziato da Lucifero oppure dai suoi seguaci dopo la sua morte.
16) Llorca, Villoslada, Laboa, op. cit., pag. 411.
17) Cfr. nota 21): si tratterebbe della terza formula di Sirmio.
18) Fr. Di Capua, Il ritmo prosaico nelle lettere dei papi, Roma 1937, pag. 240.
19) Enc. Cattolica, voce “Liberio” col. 1270-1
20) Epist. “Dat mihi”, D. S. 209.
21) Sozomeno, HE 4, 14-15. Citato da Karl Baus, Eugen Ewig, op. cit., pag. 49-50.
22) Ilario nel Trattato “De Synodis” chiama i semi-ariani “fratelli” e “uomini santissimi”.
23) F. Cayré, A. A., Patrologie et Histoire de la Théologie, Tome I, Desclée 1953, pag. 412.
24) Rohrbacher, op. cit., pag. 788 e 790.
25) U. Benigni op. cit., pag. 234-241. Filostorgio è autore di una storia ecclesiastica, di cui ci restano frammenti scelti da Fozio.
26) Rohrbacher, op. cit., pag. 789.
27) Rufino, Hist. Eccl. I, 127. Citato a P. Albers s. j., Manuel d’histoire ecclésiastique, Paris 1919, T. I, pag. 189.
28) Rohrbacher, op. cit., pag. 745; vol. 4°, libro 35°, pag. 27.
29) Karl Baus, Eugen Ewig, op. cit., pag. 49.
30) Llorca, Villoslada, Laboa, op. cit., pag. 412-3.
31) Per un cattolico, l’insegnamento del Papa significa certezza assoluta, per cui ogni fedele è tenuto ad abbracciare anche in foro interno la dottrina insegnata.

Dalla rivista Sodalitium , n. 55, dicembre 2002