2013 Comunicati  24 / 04 / 2013

Terra Santa ­ Nuova provocazione sionista contro la Chiesa Cattolica

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 40/13 del 23 aprile 2013, San Giorgio

Terra Santa – Nuova provocazione sionista contro la Chiesa Cattolica

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Terra Santa – Occupazione “temporanea” di un eremitaggio cristiano da parte di coloni ebrei
Taybeh (Agenzia Fides) – Un piccolo eremitaggio con una cappella, costruito su un terreno del Patriarcato latino di Gerusalemme nei pressi della città di Taybeh (30 chilometri a nord-est di Gerusalemme), è stato teatro nei giorni scorsi di una breve occupazione da parte di alcuni coloni ebrei, probabilmente provenienti dal vicino insediamento di Ofra. L’episodio si è verificato venerdì 19 aprile. I coloni si sono temporaneamente insediati nell’eremitaggio, incustodito da circa un anno – dopo essere stato costruito e abitato da un monaco greco-cattolico – , e hanno issato sul luogo la bandiera d’Israele. L’iniziativa ha provocato l’intervento di alcuni giovani cristiani e musulmani dell’area, che hanno manifestato la loro contrarietà all’occupazione messa in atto dai coloni, i quali si sono allontanati. Sabato 20 aprile il vescovo William Shomali, Vicario patriarcale del Patriarcato latino di Gerusalemme, si è recato sul luogo insieme al sindaco cristiano di Taybeh e a quello musulmano del vicino villaggio di Deir Jarir per ascoltare direttamente dai testimoni la ricostruzione dei fatti e esprimere la sollecitudine della Chiesa per le popolazioni dell’area. “Sono andato per dire al popolo che noi proteggiamo i nostri Luoghi Santi, e non lasciamo che altri vengano a occupare le terre, le dimore e i luoghi di culto dove noi siamo da anni e da secoli” dichiara all’Agenzia Fides mons. Shomali. “Si è trattato più che altro di un’azione dimostrativa, messa in atto per vedere quali reazioni avrebbe provocato. Forse qualcuno dimentica” prosegue il Vicario patriarcale “ che la legge dello Stato d’Israele considera illegali le occupazioni di terreni e proprietà altrui”.

 
 
La distruzione della Palestina cristiana
Al Nakbah, la catastrofe per il popolo palestinese, coincide con la nascita dello stato di Israele il 15 maggio del 1948. A partire dal 1948 lo stato israeliano ha raso al suolo centinaia di villaggi palestinesi, tra cui diverse decine di villaggi cristiani. Uno di questi era Iqrit, nel nord della Galilea, che fu distrutto dalle truppe sioniste il giorno di Natale del 1951. Furono risparmiati solamente la chiesetta greco-cattolica e il cimitero. Il 25 dicembre 2012 come ogni anno la popolazione originaria di Iqrit ha partecipato alla funzione di Natale rivendicando il proprio diritto di ricostruire il villaggio. Sulla vicenda di Iqrit segnaliamo due video e un articolo. Riportiamo inoltre la testimonianza di un sacerdote cattolico sulla confisca della sua casa e la distruzione del villaggio cristiano di Bar-am da parte dei sionisti.
 
Il Natale di Iqrit

Iqrit, il villaggio fantasma
Il villaggio fantasma. Al di là del check point
Mentre scrivo sono seduto laddove un tempo sorgeva una scuola. Di quella stessa istituzione scolastica, che tutti abbiamo frequentato nella nostra infanzia, non rimane che un cartello. Mi trovo ad Iqrit, un villaggio arabo-cristiano situato a 25 chilometri da Akko (la gloriosa San Giovanni d’Acri,ndr) e raso al suolo dall’esercito israeliano nel 1951, a pochi anni di distanza dalla fondazione dello Stato di Israele. Dalla collina su cui si erge la chiesa, unico edificio “graziato” dall’esplosivo israeliano, si vede il Libano, terra verde ma rossa di sangue, analogamente a quella d’Israele. Proprio qui ad Iqrit, coloro che vi abitavano prima dello sgombero forzato e i loro discendenti, si ritrovano una volta al mese per pregare, in quanto la considerano ancora casa loro, sentono che le loro radici appartengono a questo luogo, dove un tempo c’era vita mentre oggi soltanto sassi. Grazie a loro, il cuore di questo paese  pulsa ancora e questa è una di quelle cose che nemmeno la crudeltà umana potrà mai distruggere. Il parroco di Iqrit mentre mi racconta la drammatica storia del villaggio, mi indica da un lato il confine con il Libano e dall’altro il cimitero, l’altro luogo rimasto intatto che è diventato un simbolo assai triste della loro condizione di esuli. “Possiamo tornare qui solo da morti”, mi confida sorridendo mentre i suoi occhi trasudano tristezza. Le sofferenze di questa popolazione sono state indicibili, eppure hanno avuto la forza di andare avanti, di ricostruirsi una vita altrove per assicurare un futuro ai loro figli: non dimenticano, né tantomeno si rassegnano a non veder mai applicata quella giustizia terrena che pur gli aveva dato ragione. Mi ha colpito molto la determinazione, l’attaccamento alla terra e anche la grande dignità con cui questa gente ha affrontato uno dei drammi peggiori per una popolazione e per qualsiasi essere umano: quello di essere scacciati dalla propria casa. Persino le foto di come si presentava il villaggio prima della sua distruzione sono rare, perchè l’evacuazione è avvenuta in tempi molto rapidi e i soldati avevano assicurato loro che sarebbero potuti tornare dopo solo 15 giorni: sono passati, invece, 60 anni. Gli abitanti però, non fidandosi solo della parola degli ufficiali dell’esercito israeliano, chiesero che quel patto venisse messo per iscritto: proprio quelle carte hanno costituito una prova inequivocabile nel processo con il quale la popolazione di Iqrit chiedeva il rispetto dei propri dirittti. Nel 1951 infatti, la Corte suprema israeliana riconobbe alla popolazione di Iqrit il diritto a fare ritorno alle proprie case, dopo che, tre anni prima, erano stati scacciati per “motivi di sicurezza”. Il governo doveva quindi autorizzare gli abitanti a fare ritorno, ma decise di provvedere in altro modo, ovvero autorizzando l’esercito a radere al suolo il villaggio. Iqrit è divenuto un simbolo dei soprusi subiti dai palestinesi dal 1948 ad oggi e il cartello all’entrata del villaggio è esemplificativo in questo senso: “Benvenuti a Iqrit, giustizia per Iqrit”. Non vogliono dimenticare, chiedono soltanto giustizia per quello che gli è stato fatto. E io sono con loro.
 
La memoria non è un privilegio del popolo ebraico 
Quello che accadde nel 1948 fu peggio di quello che accade oggi. Allora più di 460 città e villaggi palestinesi furono completamente distrutti, e centinaia di migliaia di palestinesi, di cui io facevo parte, furono cacciati dalle loro case. Io sono originario di Bar-am e ricordo perfettamente gli ebrei che accogliemmo quando giunsero da noi all’uscita dai campi di concentramento. Per loro uccidemmo il vitello grasso, secondo l’abitudine che il mio padre aveva per celebrare la Pasqua. Egli ci disse: i fratelli ebrei venuti da noi sono come risorti e usciti dall’inferno di Hitler; dobbiamo accoglierli bene. Noi offrimmo loro i nostri letti. Bambino, per loro dormii sul tetto della nostra casa. E tuttavia, dieci giorni dopo, essi diedero l’ordine a tutti i padri di famiglia di chiudere le loro case, di consegnare la chiave all’ufficiale e di andarsene per due settimane. “Non prendete niente con voi, solo le vostri mogli e i vostri figli. Ritornerete fra due settimane. Ecco il documento, è una promessa scritta: avrete il diritto di tornare a casa vostra senza problemi fra due settimane”. In un’atmosfera di guerra, di violenza e di paura, ma con l’assicurazione del ritorno, con la parola dell’esercito che avevamo accolto, noi partimmo. Ricordo, era di sera. Presi con me una coperta e partimmo per “due settimane”. Cinquanta anni dopo, le due settimane non sono ancora finite, noi non siamo ancora ritornati, e nonostante la decisione della Corte suprema di Israele, in nostro favore, nel 1951, il 24 dicembre, la vigilia di Natale, il nostro villaggio (cristiano) fu distrutto.
Dal libro “Ho fiducia in noi. Al di là della disperazione” di Elia Chacour (Ed. Jaca Book, Milano 2003, pag. 29-30). L’autore è un palestinese cattolico, ordinato sacerdote della Chiesa cattolica melchita nel 1965, fondatore di una scuola a Ibillin, un piccolo villaggio della Palestina.