Quando san Pio X insorse contro l’ebreo massone Nathan

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 34/21 del 9 aprile 2021, Santa Maria di Cleofa

Quando san Pio X insorse contro l’ebreo massone Nathan

Oggi le logge massoniche ricordano il centenario della morte di Ernesto Nathan, ebreo e massone (figlio di Moses Meyer Nathan e di Sara Levi Nathan, molto vicina a Giuseppe Mazzini, per alcuni non solo politicamente, tanto da ipotizzare che Ernesto fosse un figlio naturale del menagramo genovese), sindaco di Roma dopo l’occupazione del 20 settembre 1870 che consegnò la Città Santa del Cattolicesimo alla Setta.

Nel 1910, nel 50° anniversario della breccia di Porta Pia, nella veste ufficiale di sindaco della Città sede del Papato, pronunciò un violento discorso contro la Chiesa. La reazione di san Pio X non si fece attendere: due giorni dopo (22 settembre 1910) indirizzò un rescritto al Cardinal Vicario per protestare pubblicamente contro le parole “empie” e “blasfeme”. Pubblichiamo i due documenti, quello del settario Nathan e quello del santo Papa Pio X.

 1) Discorso di Ernesto Nathan a Porta Pias, 20 settembre 1910.

«Cittadini,

Non parlo in nome della sola Roma, ne è segno la corona or ora presentatami, la presenza del Consiglio provinciale, presieduto dall’illustre suo vice-presidente. È tutta la plaga intorno a noi, è tutta la provincia che s’unisce alla città, solidale con essa nelle libere affermazioni, nelle popolari aspirazioni.

E, se di nuovo io m’indirizzo a Voi da questo storico luogo, è per volontà vostra, da poco manifestata col vostro suffragio; voleste che la voce dell’Amministrazione popolare risonasse di nuovo qui, e questa rappresentanza voleste nell’anno quando da ogni lato d’Italia e da fuori, dai due emisferi, connazionali e stranieri si recheranno qui in pellegrinaggio per rammemorare il giorno in cui, mezzo secolo fa, il Parlamento subalpino, nella certa visione dei destini nazionali, Roma rivendicò Capitale dell’Italia nuova.

Dinanzi alla volontà del popolo, all’opera dei grandi fattori, l’Apostolo, il Guerriero, il Re, lo Statista, dinanzi al prode esercito, ai valorosi volontari, ai cittadini, quanti oprarono, soffrirono, morirono, per la prescienza che talvolta illumina uomini ed assemblee, così allora statuì quell’illustre patriottico consesso, e così, nella maturità degli eventi, fu! Conferma di quel voto solenne, noi siamo qui oggi; e domani il mondo intero nelle molteplici sue rappresentanze qui converrà per constatare come la Roma dell’oggi, la Roma della Terza Italia, riprenda il cammino dal destino assegnatole, riassuma in sé la volontà e le aspirazioni di un grande popolo, varchi le frontiere, e nelle estrinsecazioni della vita, nelle manifestazioni del pensiero, attraverso i monti, attraverso i mari, s’affratelli con gli altri popoli.

Tale la Roma ch’è onorato mio ufficio qui rappresentare, vindice della libertà del pensiero, entrata in un con la bandiera tricolore, attraverso questa breccia; un’altra Roma, prototipo del passato, si rinchiude entro un perimetro più ristretto delle mura di Belisario, intesa a comprimere nel brevissimo circuito il pensiero, nella tema che, come gli imbalsamati cadaveri del vecchio Egitto, il contatto con l’aria libera abbia a risolverla in polvere. Da lì, dal fortilizio del dogma, ultimo disperato sforzo per eternare il regno dell’ignoranza, scende, da un lato, l’ordine ai fedeli di bandire dalle scuole la stampa periodica, quella che narra della vita e del pensiero odierno; dall’altro risuona tonante — elettricità negativa senza contatto con la positiva — la proscrizione contro gli uomini e le associazioni desiderosi di conciliare le pratiche e i dettati della loro fede, con gl’insegnamenti dell’intelletto, della vita vissuta, delle aspirazioni morali e sociali della civiltà…

Ritornate, o cittadini, alla Roma di un anno prima della breccia; nel 1869. Convennero allora in pellegrinaggio i fedeli da tutte le parti del mondo, qui chiamati per una grande solenne affermazione della cattolicità regnante. S. Pietro, nella monumentale sua maestosità, raccoglieva nell’ampio grembo i rappresentanti del dogma, in Eucumenico Concilio; vennero per sancire che il Pontefice, in diretta rappresentanza e successione di Gesù, dovesse, come il Figlio, ereditare onnisciente illimitato potere sugli uomini, e da ogni giudizio umano i decreti suoi sottrarre, in virtù della infallibilità proclamata, riconosciuta, accettata. Era l’inverso della rivelazione biblica del Figlio di Dio fattosi uomo in terra; era il figlio dell’uomo fattosi Dio in terra! Vi fu chi, forte nella storia dei Pontefici attraverso i secoli, reagì alla bestemmia rivolta a Dio e agli uomini, Doellinger. Rimase solo! Revocare in dubbio, discutere i decreti del Capo della Chiesa per la gerarchia era il primo passo per sottometterli al libero esame; era il forellino attraverso cui passava l’aria ossigenata della scienza, del progresso civile. E però sulle vecchie mura del dogma si sovrappose l’intonaco dell’infallibilità per unanime consenso. Fu l’ultima grande affermazione dinanzi al mondo della Roma prima della breccia, era l’ultimo pellegrinaggio al Pontefice-Re.

Confrontate il fatto di allora con quello che ora si prepara, e misurate il cammino percorso in quarant’anni, un giorno nella vita della città eterna?

Guardatela nelle nuove forme, nei nuovi atteggiamenti! Le mura di Belisario trapassate da ogni lato, come le mura di Servio Tullio, stanno là a determinare il circuito della vecchia Roma, coi suoi orti, con le sue ville, con le sue straducole inondate dal Tevere; oggi le ville e gli orti si protendono verso il colle e il mare, senza soluzioni di continuità, e appena qualche albero, tra le nuove, larghe, illuminate vie, fra le case moderne, delle altre ricorda l’esistenza. Il Gesù è divenuto un archivio nazionale, archivio anche di tristi memorie; Castel S. Angelo, la tomba del morto imperatore romano, ridotta poi a tomba dei viventi sudditi papali, è un museo di ricordi e d’arte medioevale, per insegnamento ed affinamento dei cittadini; l’insigne e colossale monumento della grandezza romana, le Terme Diocleziane, ridotte a fienili, magazzini e sconci abituri, ora si circonda di giardini e ritorna in vita, degna vita, grande, impareggiabile museo nazionale di arte antica.

E potrei continuare; mostrarvi la scuola elementare, il Lungo Tevere, là dove si ergeva, monumento di stolta intolleranza, il Ghetto; i bagni pubblici in recinti ove la tolleranza consentiva la corruzione dei costumi: riassumo. Nella Roma di un tempo non bastavano mai le chiese per pregare, mentre invano si chiedevano le scuole; oggi le chiese sovrabbondano, esuberano; le scuole, non bastano mai! Ecco il significato della breccia, o cittadini! Nessuna chiesa senza scuola! Illuminata coscienza per ogni fede, ecco il significato della Roma d’oggi…».

«Cittadini,

Ovunque, da Torino a Marsala e Palermo, da Napoli a Perugia, ai campi di Castelfidardo, l’Italia ha celebrato la ricorrenza cinquantenaria dei fasti della sua ricomposizione ad unità, ed ovunque fu presente Roma nel cuore della sua cittadinanza nella parola dei rappresentanti suoi. Oggi alla quarantenaria ricorrenza del giorno fatidico, che ha sacrato l’unità patria, il Paese tutto è qui presente, nella sua più Augusta Rappresentanza; con noi ricorda il passato, con noi fraternamente opra il presente, con noi prepara nella coscienza del comune dovere l’avvenire. Un solo grido prorompa dai vostri petti dinanzi a questa breccia: evviva la Terza Italia».

2) Rescritto di Papa Pio X al Cardinal Vicario del 22 settembre 1910.

«Al diletto figlio Pietro cardinal Respighi Nostro Vicario Generale.

Signor Cardinale,

Una circostanza di eccezionale gravità Ci muove a rivolgerle la Nostra parola per manifestarle il dolore profondo dell’animo Nostro. Da due giorni un pubblico funzionario nell’esercizio del suo mandato, non pago di ricordare solennemente la ricorrenza anniversaria del giorno in cui furono calpestati i sacri diritti della Sovranità Pontificia, ha alzato la voce per lanciare contro le dottrine della Fede Cattolica, contro il Vicario di Cristo in terra e contro la Chiesa stessa lo scherno e l’oltraggio. Parlandosi in nome di questa Roma, che pur doveva essere, secondo autorevoli dichiarazioni, la dimora onorata e pacifica del Sommo Pontefice, si è presa direttamente di mira la Nostra stessa giurisdizione spirituale, arrivando impunemente a denunziare al pubblico disprezzo perfino gli atti del Nostro Apostolico Ministero. A questa audace contestazione della missione affidata da Cristo Signor Nostro a Pietro ed ai suoi successori, accoppiandosi pensieri e parole blasfeme, si è osato d’insorgere altresì pubblicamente contro la divina essenza della Chiesa, contro la veracità dei suoi dommi e contro l’autorità dei suoi Concili.

E poiché all’odio della Chiesa va naturalmente congiunto l’odio più dichiarato ad ogni manifestazione di pietà cristiana, non si è indietreggiato neppure dinanzi al proposito malvagio e anti-sociale di offendere il sentimento religioso del popolo credente.

Per questo cumulo di empie affermazioni, quanto gratuite altrettanto blasfeme, non possiamo non levare alta la voce di giusta indignazione e di protesa, e richiamare in pari tempo, per mezzo di Lei, Signor Cardinale, la considerazione dei Nostri figli di Roma sulle offese continue ed ognor maggiori alla Religione Cattolica, anche per parte di pubbliche autorità, nella sede stessa del Romano Pontefice.

Questa nuova e ben dolorosa constatazione non sfuggirà certamente ai fedeli tutti del mondo cattolico, offesi anche essi, i quali si uniranno con i Nostri cari figli di Roma per innalzare con fervore le loro preghiere all’Altissimo, affinché sorga a difesa della sua Sposa divina, la Chiesa fatta così indegnamente bersaglio a calunnie sempre più velenose e ad attacchi sempre più violenti dalla impune baldanza dei suoi nemici.

Facciamo voti che, per l’onore stesso della città Eterna, non abbiano a rinnovarsi questi intollerabili attacchi; ed intanto come pegno della Nostra speciale benevolenza Le impartiamo di cuore, Signor Cardinale, l’Apostolica Benedizione».