La devozione a San Giuseppe (seconda parte)

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 21/21 del 3 marzo 2021, Santa Cunegonda

La devozione a San Giuseppe (seconda parte)

Nel mese di San Giuseppe pubblichiamo in due parti uno studio del padre Tarcisio Stamare (1928-2020), OSI (Oblati di San Giuseppe d’Asti).

San Giuseppe nelle devozioni

Dolori e le allegrezze di san Giuseppe

Tra le pratiche di pietà in onore di san Giuseppe una particolare attenzione merita quella dei Dolori e allegrezze di san Giuseppe sia per la sua antichità e sia per la sua diffusione.

Come già accennato all’inizio, essa risale a Giovanni da Fano (+1539), un italiano membro del nuovo ramo dei Cappuccini, il quale nel suo libro De arte unione(1536) aveva aggiunto come appendice il pio esercizio intitolato Li septe pater nostri de san Joseph, facendone autore lo stesso san Giuseppe.

Mentre egli si limita ai sette dolori, in seguito vennero aggiunte le sette allegrezze, come troviamo nel racconto riportato dal carmelitano Jerónimo  Gracián nel suo libro Sumario de las excelencias del glorioso San José esposo de la Virgen María(1597),  qui tradotto: “Fra Giovanni di Fano, nella sua storia di san Giuseppe racconta che due padri dell’Ordine di san Francesco navigavano verso le Fiandre e che la nave nella quale si trovavano affondò con trecento persone. I due si abbracciarono a una tavola; sballottati tra le onde del mare tre giorni e tre notti, si raccomandarono al glorioso san Giuseppe, del quale erano particolarmente devoti. Il terzo giorno egli apparve tra di loro sulla stessa tavola in figura di un bellissimo giovane. Li salutò affabilmente, confortò i loro animi sfiduciati e aumentò la forza delle loro affaticate membra così che sani e salvi giunsero alla salvezza.  Come i buoni frati si videro a terra, piegate le loro ginocchia ringraziarono Dio per tanto beneficio e supplicarono insistentemente il giovane che li aveva accompagnati di dir loro il suo nome. Egli dichiarò di essere san Giuseppe e rivelò loro i sette grandi dolori e le sette allegrezze ricevuti nei sette misteri verso i quali si ha tanta devozione; promise di aiutare e favorire in tutte le sue necessità chiunque recitasse ogni giorno, in memoria di questi misteri, sette Padre nostro e sette Ave Maria. Questa devozione è praticata da molti in Italia, principalmente tra i Padri Cappuccini” (Libro V, cap. 4).

Da allora lo stesso racconto lo ritroviamo riportato in numerose pubblicazioni con amplificazioni, che si prefiggono di promuovere la diffusione della pia pratica e anche la sua efficacia, elevandola al livello di “grande promessa”.

La devozione sembra modellata sulla corrispondente devozione all’Addolorata, allora assai in voga. Essa, tuttavia, bilancia i dolori con le allegrezze, che certamente non sono mancate nella vita di san Giuseppe, presentato come “giovane” nel racconto di Giovanni da Fano. Il pregio della devozione, che ne ha garantito il successo e la durata, consiste nel fatto di essere imperniata sui “misteri” della vita nascosta di Gesù. Scopo dichiarato della sua proposta è proprio quello di essere “in memoria di questi misteri”, nei quali san Giuseppe è stato direttamente coinvolto, insieme con Maria, tanto da esserne “il ministro”. (…)

La Chiesa ha dimostrato di apprezzare questa impostazione, onorando la nostra preghiera con numerose indulgenze, a cominciare da quelle concesse da Pio VII, il 9 dicembre 1819. E’ da osservare che anche il pio esercizio delle Sette domeniche in onore di san Giuseppe è da mettere in relazione ai suoi sette dolori e allegrezze (Gregorio XVI, 22 gennaio 1836).

Il testo ufficiale e completo dei Dolori e allegrezze di san Giuseppe si può trovare nell’Enchiridion Indulgentiarum (Poliglotta, Vaticano, 2 ed. 1952, pp. 341-345). Da ricordare che Pio IX con un decreto Urbis et Orbis(23 settembre 1846) ne aveva approvato una forma più breve a beneficio degli ammalati.

Il Mercoledi’, il giorno di San Giuseppe

Il mercoledì, il giorno di san Giuseppe è il titolo di un opuscolo, in francese, di p. Roland Gauthier, che descrive questo giorno dedicato ad onorare san Giuseppe. Partendo dal fatto che da molto tempo il sabato è consacrato alla Madonna e il mercoledì a san Giuseppe, p. Gauthier si pone due domande: da quando esistono queste pratiche di devozione; per quale motivo sono state istituite? Nella risposta egli parte dal “ciclo liturgico ebdomadario, o ancora dalle “messe della settimana”, tenuto conto che i cristiani, fin dal secondo secolo, celebravano la domenica, in riferimento alla Pasqua, e due ferie ad essa collegate, la quarta e la sesta, ossia il mercoledì e il venerdì giorni della cattura e dell’uccisione di Gesù. Mercoledì e venerdì furono presto considerati giorni di digiuno o anche di Stazione. Quando più tardi, a cominciare dal monaco anglosassone Alcuino (+804), i singoli giorni della settimana  vennero collegati con un mistero della salvezza, con una virtù o un santo, il mercoledì compare abbinato con l’umiltà, la grazia dello Spirito Santo, gli angeli, san Pietro, sant’Ilario.

Prima del secolo XVII il nome di san Giuseppe non è legato alle messe settimanali; lo stesso Messale romano, pubblicato da Pio V nel 1570, assegna a san Giuseppe il 19 marzo, giorno della sua festa, e agli apostoli la messa votiva del mercoledì. A cominciare dal celebre predicatore J. Eck (1486-1543), che assegnava il sabato alla glorificazione congiunta “della vergine Madre, Anna e Giuseppe”, nella prima metà del secolo XVII si consolida tale linea. Nel 1639, il gesuita Paul de Barry scriveva nel suo libro classico sulla devozione a san Giuseppe: “Destinare un giorno la settimana per onorare in modo particolarissimo san Giuseppe; il sabato sembra il più indicato di tutti, affinché egli sia servito congiuntamente con la sua Sposa lo stesso giorno”. Questa idea si trova diffusa in molti paesi grazie alle numerose traduzioni del libro.

Va notato, tuttavia, che nello stesso periodo, la prima metà del secolo XVII, si faceva strada in diversi paesi anche un’altra corrente di pensiero, che proponeva il mercoledì. Perché? Il p. Gauthier riconosce che “nessuno ne ha mai dato una spiegazione chiara e precisa”. Egli ne documenta, tuttavia, la presenza, concludendo che “questa tendenza verso il mercoledì è continuata dopo il 1650, e si può perfino sostenere che è diventata la più corrente”.

Dopo aver elencato 23 fatti favorevoli al mercoledì, lo stesso Autore sottolinea che “non bisogna credere che l’altra opinione favorevole al sabato sia scomparsa durante la seconda metà del XVII secolo”,sostenuta com’era  dalla valida ragione di “non separare nelle nostre preghiere gli sposi di Nazaret”.Egli cita la testimonianza del gesuita Jean-Pierre Médaille (1610-1669), fondatore verso il 1650 delle Suore di san Giuseppe di Puy, e quelle di un altro gesuita, Jean Nadasi (1657), e del cappuccino Charles d’Abbeville, il quale raccomandava alle persone sposate di vivere felicemente e santamente il loro stato: “Il sabato mi sembra il giorno della settimana più adatto di tutti per onorare san Giuseppe, affinché egli sia servito nello stesso giorno congiuntamente alla sua sposa, la santissima Vergine”(1658).

A motivo della sua larga diffusione anche in altre lingue, va ricordato in modo particolare il florilegio di preghiere e di meditazioni (1860) del gesuita Guglielmo Nakatenus.

Alla fine del secolo XVII prevale comunque il mercoledì con un crescendo continuo nei secoli XIX e XX. A conferma, il p. Gauthier cita i principali atti di Papi e di Congregazioni romane favorevoli al mercoledì. Innocenzo XII accordava, nel 1695,  delle indulgenze ai membri della confraternita di san Giuseppe che, il mercoledì, avessero visitato la chiesa dei Carmelitani scalzi, a Bruxelles. P. Ludovico Sileo, minore conventuale, introduce a Napoli (1736-37) la devozione dei sette mercoledì in preparazione alla festa di marzo. Benedetto XIV concedeva, nel 1745, ai Carmelitani scalzi della provincia di Catalogna di celebrare una messa votiva solenne di san Giuseppe tutti i mercoledì dell’anno; nel 1772, Clemente XIV autorizzava i medesimi a celebrare una seconda messa votiva solenne ogni mercoledì, secondo le  esigenze dei fedeli. Indulgenze furono concesse all’Ordine dei Carmelitani da Clemente XIII (nel 1762 e anni successivi) per una novena di mercoledì in preparazione alla festa di san Giuseppe. Probabilmente il primo a promuovere la Novena in onore di san Giuseppe è stato il beato Bonaventura di Potenza (+1711), conventuale. Pio VII, nel 1819, concedeva un’indulgenza per tutti i mercoledì dell’anno a chi recitava in quel giorno i dolori e le gioie di san Giuseppe. Con un indulto generale del 5 luglio 1883, Leone XIII attribuiva a ogni giorno della settimana un tema particolare, ratificando il mercoledì come il giorno di san Giuseppe in tutta la Chiesa, con messa votiva corrispondente; la stessa condotta fu mantenuta dalla Congregazione dei Riti con un decreto del 3 giugno 1892. Con il Motu proprio del 25 luglio 1920, in occasione del 50° anniversario della proclamazione di san Giuseppe come patrono della Chiesa universale, Benedetto XV richiamava l’importanza “di tutti i mercoledì e dei giorni del mese che gli è consacrato”. (…)

Mercoledì particolari

Cominciamo da Antoine de la Mère de Dieu (+1662), carmelitano scalzo della regione di Avignone, che tratta “dei quindici mercoledì, che è il giorno della settimana dedicato a questo grande santo” (1645-1646), facendo loro corrispondere una meditazione sui misteri dolorosi e gioiosi di san Giuseppe.

Segue il carmelitano belga Ignace de Saint-François (+1688), che nel 1676 propone la devozione dei sette mercoledì “in onore dei sette principali privilegi e prerogative di san Giuseppe”, pratica promossa tre anni dopo anche dal teatino italiano Pietro Gaetano Orioles: “Divozione da farsi dai devoti del glorioso patriarca S. Giuseppe nei sette mercoledì prima e dopo la sua festa”(1679). Detta pratica è già molto diffusa all’inizio del secolo XVIII. A Napoli fa parte della preparazione solenne alla festa del 19 marzo. Essa trova un forte impulso nella guarigione miracolosa di Maria Teresa Nicoli, religiosa di Malamocco (diocesi di Chioggia), avvenuta il 17 giugno 1711, ricorrendo proprio ai sette mercoledì dedicati a san Giuseppe. A favore dei sette mercoledì in preparazione alla festa di san Giuseppe troviamo il carmelitano R.M. Bavaro (1724)  e sant’Alfonso de Liguori, che nel 1758 pubblicò a tale scopo un libro di meditazioni.

Una visitandina di Marsilia, Madre Marie-Marguerite de Valbelle (1645-1709), consigliava alla sua comunità la pratica del primo mercoledì del mese, con lo scopo di ottenere la caritatevole assistenza del santo Patriarca negli ultimi istanti della vita e la grazia di morire  tra le sue braccia. Il 1° aprile 1921, Benedetto XV accordava un’indulgenza plenaria ai fedeli che avessero compiuto degli esercizi di devozione verso san Giuseppe in tale giorno.

Il Mese di san Giuseppe

Tutti sanno che il mese di marzo è dedicato a san Giuseppe, allo stesso modo che il mese di maggio è dedicato alla Madonna e il mese di giugno al Sacro Cuore.

Le origini di questa devozione sono legate a piccoli impulsi provenienti da alcune pubblicazioni che evidentemente avevano incontrato il favore dei fedeli, desiderosi di conoscere e di onorare san Giuseppe soprattutto in preparazione alla sua festa del 19 marzo, che rimane il punto di riferimento.

Nel 1802, veniva stampato, a Venezia, ad uso di una Confraternita  della parrocchia di Sant’Agostino, in Modena, Il mese del Giglio, ossia il mese di giugno consacrato a san Giuseppe. Strano il mese prescelto, meno strano il titolo, l’avvio comunque di una pia pratica che si è consolidata nel tempo e che ha superato ormai i duecento anni. E’ stato Giuseppe Marconi a pubblicare a Roma, nel 1810, Il mese di marzo consacrato al glorioso patriarca S. Giuseppe sposo di Maria Vergine per ottenere il suo patrocinio in vita e in morte, edizione che ebbe successo anche in altre lingue e si impose come titolo e mese. Padre Gaspare Bertoni ne era entusiasta, tanto che, nel 1844, ne curò un’edizione, a Verona, ristampata in fotocopia dai Padri Stimmatini nel 1990. Scrive un suo biografo: “Egli prese tosto a leggere ed a gustar quelle sante meditazioni, e praticarne gli atti di quelle virtù, che per ogni dì vengono proposte, e ne continuò fedelmente l’esercizio e l’affetto fino all’ultimo dei suoi anni. Né il fece solo per sé; ma ne commendava e celebrava altamente come santa ed utilissima la pratica a tutte le persone da lui dirette o dipendenti”.Tra queste, la sua figlia spirituale Leopoldina Naudet, alla quale il Bertoni attribuiva il merito della diffusione della pia pratica in Italia.

La pratica del Mese di san Giuseppe fu in seguito approvata e indulgenziata. Il 12 giugno 1855, Pio IX fa esplicito riferimento al libro, stampato a Roma, Considerazioni delle virtù del santo patriarca  Giuseppe a dedicargli il mese di marzo.  Il 27 aprile 1865, “affinché aumenti sempre più la devozione verso tanto celeste patrono e quel metodo di preghiera si propaghi più facilmente e più ampiamente”, estende le indulgenze a tutti i fedeli “purché pratichino un esercizio di preghiere e virtù per tutto il mese di marzo sul modello di quelle solite a farsi nel mese di maggio in onore della B.V.M.”. Lo stesso Pio IX, il 4 febbraio 1877, permetteva di iniziare il mese di san Giuseppe il 16 o 17 febbraio, in modo da concluderlo il 19 marzo, “giorno in cui si celebra in tutta la Chiesa la festa del glorioso Patriarca”.Leone XIII, nell’Enciclica Quamquam pluries(15 agosto 1889), dopo aver ordinato che in tutto il mese di ottobre si aggiungesse nella recita del Rosario la preghiera A te, o beato Giuseppe, proseguiva: “In qualche luogo, inoltre, è invalsa la lodevole e salutare consuetudine di  dedicare il mese di Marzo all’onore del santo Patriarca con esercizi quotidiani di pietà. Dove non si possa  facilmente stabilire questa pratica, è almeno desiderabile che prima del giorno della sua festa si faccia nella chiesa principale dei singoli luoghi un triduo di preghiere”. Il 25 luglio 1920, in occasione del cinquantenario della proclamazione di san Giuseppe patrono della Chiesa universale, Benedetto XV nel Motu proprio Bonum saneesortava tutti i vescovi a implorare l’aiuto di san Giuseppe e aggiungeva: “Poiché parecchi sono i modi approvati da questa Sede Apostolica, con cui si può venerare il santo Patriarca, specialmente in tutti i mercoledì dell’anno e nell’intero mese a lui proprio, noi vogliamo che, ad istanza di ciascun vescovo, tutte queste devozioni, per quanto si può, siano in ogni diocesi praticate”.(…)

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