Perugia, 1859: la propaganda massonica contro la storia

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 59/21 del 22 giugno 2021, San Paolino

Perugia, 1859: la propaganda massonica contro la storia

Recentemente il Grande Oriente d’Italia ha rilanciato la propaganda risorgimentale (leggi: massonica) sui fatti perugini del 1859, annunciando che le logge hanno finanziato un nuovo impianto di illuminazione al monumento anticlericale voluto a Perugia dai grembiulini nel 1909. Il GOI nella stessa occasione ha anche esaltato la figura del perugino Mario Angeloni (“esponente di spicco della Libera Muratoria”)che si unì alle bande anarco-comuniste spagnole nel 1936: il marcio di fabbrica di ogni azione contro la Chiesa e le nazioni cattoliche è sempre lo stesso.

Pubblichiamo la scheda diffusa dal GOI sulla cosiddetta “strage” di Perugia, seguita dalla descrizione dei fatti pubblicata dall’Enciclopedia cattolica, a firma di Paolo Dalla Torre: le “storie” delle logge contrapposte alla Storia.

E’ l’occasione per ricordare come la Rivoluzione, intesa come la sovversione dell’ordine naturale e divino, proceda per tappe. Il risorgimento, con i suoi falsi miti e i suoi simboli, rappresenta una delle tappe più gravi contro il Papato e la Chiesa. Il cattolico militante deve essere integralmente controrivoluzionario, opponendosi alla Rivoluzione e a TUTTE le sue tappe. Indignarsi (giustamente) per chi segue la propaganda dei Black Lives Matter e nello stesso tempo inginocchiarsi davanti ai falsi miti del risorgimento appartiene alle contraddizioni della società moderna. Il cattolico militante piega le ginocchia davanti a Cristo Re e Maria Regina, non davanti a Garibaldi, Mazzini e Mameli.

Dal sito del Grande Oriente d’Italia

Quel giorno del 20 giugno del 1859, assurto a simbolo di libertà, le truppe svizzero-tedesche inviate da Pio IX repressero nel sangue la rivolta popolare contro il dominio pontificio che era culminata nella formazione di un governo provvisorio i cui componenti erano tutti massoni. Ecco i loro nomi: Francesco Guardabassi presidente; Zefferino Faina, Nicola Danzetta, Tiberio Berardi con un comitato di difesa affidato a Filippo Tantini e Antonio Cesarei; la gendarmeria affidata ad Omicidi Raffaele. Un delegato venne inviato con urgenza a Torino per chiedere aiuto direttamente a Cavour, che promise il suo appoggio ma non intervenne consentendo così al Papa di organizzare la controffensiva. Il corpo di mercenari reclutati dal papa entrarono in città da Ponte San Giovanni dirigendosi verso la zona del Frontone, facendo  breccia in poche ore nelle barricate. Perugia fu messa a ferro e a fuoco con brutale violenza. Le abitazioni furono prese una per una d’assalto dai soldati. Ventisette cittadini perugini rimasero uccisi sul terreno. Tra questi 4 donne. Alcuni caddero combattendo, altri furono barbaramente trucidati a sangue freddo, anche dentro le chiese. Anche una famiglia americana, che stava facendo il grand tour in Italia, ed era alloggiata in un albergo, fu testimone e vittima delle violenze dei mercenari e appena rientrata nel proprio Paese rese nota la notizia, che fu pubblicata dal New York Times e fece il giro del mondo. L’11 settembre del 1860 altre truppe entrarono a Perugia. Erano i piemontesi, che liberarono la città dal “giogo papalino” e ai quali avevano preparato la strada i Cacciatori del Tevere, un gruppo di volontari umbri e toscani. Due mesi dopo, un plebiscito sancì l’annessione al nascente Regno d’Italia.

ll monumento dedicato ai caduti del XX giugno è uno dei luoghi dell’identità cittadina, a testimonianza del contributo di Perugia alla causa dell’unità nazionale. E’ stato realizzato a ricordo della resistenza della città alle truppe mercenarie mandate da papa Pio IX nel 20 giugno 1859 per reprimere la rivolta popolare. Il monumento fu realizzato dallo scultore Giuseppe Fringuelli e fu inaugurato nel 1909, a ricorrenza del cinquantenario. E’ composto da un basamento in stile classico, con sopra una colonna corinzia e in cima un braciere ardente, a testimonianza del sacrificio dei caduti. Nel lato del monumento rivolto a nord, sono rappresentati due ignoti popolani senza divisa, nell’atto di resistere all’ingresso delle truppe in porta San Pietro. Nel lato sud, è rappresentato il grifo di Perugia che schiaccia con un artiglio la tiara papale, a significare la fine del potere temporale dei papi; mentre, con l’altro artiglio stritola la tirannia rappresentata dall’Idra (indomabile serpente mitologico). (…)

https://www.grandeoriente.it/perugia-xx-giugno-luce-sul-monumento-ai-caduti-il-collegio-dellumbria-ha-inaugurato-il-nuovo-sistema-di-illuminazione-alla-presenza-del-gran-maestro-stefano-bisi/

“Stragi” di Perugia (Enciclopedia Cattolica, vol. IX, voce Perugia, col. 1256-1257, di Paolo Dalla Torre)

La campagna contro l’Austria e i conseguenti moti nelle Legazioni e nell’Italia centrale, portarono il 14 giugno 1859 a costituire anche in Perugia un governo provvisorio.
 Ispiratore ne era stato il dittatore sardo a Firenze Carlo Boncompagni su istigazione del marchese Filippo Gualtiero, conviventi un centinaio di novatori locali e l’aiuto di circa 8000 volontari toscani ben armati. La grande maggioranza della popolazione urbana e rurale rimase al solito affatto estranea, ma per la scarsità delle forze dell’ordine l’energico delegato pontificio apostolico mons. Luigi Giordani fu costretto a ritirarsi a Foligno.


Rimase, invece, al suo posto il card. Arcivescovo Gioacchino Pecci, poi papa Leone XIII, che aveva sin dall’aprile precedente ripetutamente avvertito la Segreteria di Stato di quanto s’andava preparando.


Da Foligno, per tempestive istruzioni del card. Antonelli, il Giordani diresse l’opera di sottomissione della città, avvalendosi di 1700 svizzeri comandati dal colonnello Antonio Schmidt, di mezza batteria d’artiglieria, di circa 60 gendarmi e 30 guardie di finanza.


Il consigliere di Stato Luigi Lattanzi, altro prezioso testimonio, persona ben nota in Perugia per la sua dirittura e grata agli stesi novatori, fu invano inviato per impedire, il 20 e 21 giugno, una resistenza inutile. Sicchè, poco dopo le 3 pomeridiane del 21, la città venne presa d’assalto e gli Svizzeri riuscirono a superare le difese esterne del Frontone e del monastero di San Pietro.


Proprio allora il comandante degli insorti, Carlo Bruschi, fuggendo con i colleghi della Giunta provvisoria verso il confine toscano, entrò nell’abitato gridando ad alta voce a coloro che erano appostati sui tetti ed alle finestre delle case di continuare la resistenza sino all’ultimo sangue, sparando e gettando sulla truppa quanto venisse loro alle mani, e ciò proprio mentre sul municipio si alzava bandiera bianca.


Ne nacque una mischia sanguinosa per le vie e nelle case, e ne furono vittime occasionali anche alcuni innocenti. I pontifici in tre ore di lotta ebbero, in gran parte per colpi proditori, circa 90 uomini fuori combattimento; i novatori circa 70 morti, un centinaio di feriti e 120 prigionieri.


Il fatale equivoco del proseguire il fuoco anche dopo il segno di resa, equivoco imputabile esclusivamente ai capi rivoluzionari, cui si aggiunsero i danni materiali subiti, per sua imprudenza, dalla famiglia americana Perkins alloggiata nella locanda Storti dal cui tetto si sparavano sui soldati, venne largamente e tendenziosamente sfruttato dalla diplomazia e dalla stampa liberale italiana ed estera, e le pretese “stragi” di Perugia costituirono per lunghi anni uno dei “pezzi forti” della polemica anticlericale.