2015 Comunicati  14 / 12 / 2015

L’Immacolata in trincea

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza 201512-Storie-salesiane
Comunicato n. 102/15 del 14 dicembre 2015, San Viatore

L’Immacolata in trincea

1915-1918: Prima Guerra Mondiale. Quella della grande carneficina di giovani. Molti seminaristi e molti giovani salesiani dovettero vestire la divisa e andare a combattere. Anche su fronti opposti. Un giovanissimo chierico salesiano, Ambrogio Rossi (nel 1916 chierico salesiano), raccontò la sua singolare, per certi versi miracolosa esperienza. Questo è il suo racconto.

Al nostro battaglione era stata assegnata una postazione che dominava una valle, ma era esposta al fuoco di una mitragliatrice piazzata in una caverna sul versante opposto. Una notte decidemmo di liberarci dal pericolo con un’azione di commando.

Un piano ardito
Dopo molti suggerimenti, il capitano Vanelli spiattellò il suo ardito piano per farla finita.
«È la notte ideale per l’escursione – ci disse – perché la luna tarderà ore a levarsi. Dieci di noi possono facilmente strisciare lungo il fianco della valle e fare una visitina ai nostri amici lassù».
Io fui uno dei selezionati per il gruppo assalitore e in pochi minuti mi unii agli altri per fare le preparazioni necessarie.
Poi, con i colletti dei nostri pastrani da trincea tirati ben su attorno agli orecchi e con le tasche piene di bombe a mano, partimmo per il territorio nemico.
Nessun rumore turbava la quiete, eccetto lo scricchiolio della neve gelata e il mormorio del ruscello montano di cui si vedevano le acque correre scure sotto la parete alla nostra destra.
Giungemmo presto fra le rocce che segnavano la prossimità del “nido d’aquila” dove si celava il nemico, e là, durante una pausa per riprendere fiato, fummo investiti dal plenilunio in tutto il suo splendore. Mentre cautamente e con un tremito non interamente causato dal freddo, preparavamo le granate a mano, non potei fare a meno di chiedermi che cosa pensasse Dio di uomini che si attribuiscono un potere di vita e di morte.
Un comando sussurrato dal capitano interruppe il mio fantasticare: era giunto il momento di essere perfettamente pronti per la nostra missione mortale. Avendo riposato a sufficienza per l’ultima ascesa, avanzammo prudentemente verso l’antro nero che si spalancava a bocca aperta sopra di noi ad alcune centinaia di metri.
Il vento che ora soffiava con raffiche irregolari mi colpì gli occhi e la fronte con un brivido gelido. Le mie mani stringevano con nervosa tensione le bombe a mano. Afferrai una bomba più saldamente, mormorai una preghiera silenziosa e barcollai in avanti con gli altri. Avevamo da coprire solo cinquanta metri, intanto dal nido della nostra ignara preda giungevano frammenti di canto.

«Buonasera, ragazzi. Possiamo entrare?»
Ai venticinque metri, Vanelli si fermò, sussurrò altre istruzioni e si spinse di nuovo in avanti. Il nostro obiettivo era a cinque o sei metri più in là, dove, provvidenzialmente, saremmo stati protetti da uno spuntone di roccia e avremmo potuto lanciare gli esplosivi. In quel momento il vento cessò qualche istante, e nell’aria della mezzanotte potemmo udire limpido e fresco un canto latino, come di monaci in coro: «Inviolata, integra et casta es, Maria».
Solenni e maestose quelle note musicali si levavano, scendevano, poi si spensero come nel passare di una brezza.
Noi ristemmo come colti da un incanto. Quell’inno era nostro. «Tu sei totalmente senza macchia, sei tutta pura, o Maria!». Ci guardammo l’un l’altro in stupefatta sorpresa.
«State fermi dove siete» ordinò il capitano, e senza il minimo rumore cominciò a strisciare verso la caverna. Trattenendo il respiro l’osservammo raggiungere l’imboccatura e guardarvi dentro. Si fermò un istante e poi cominciò a strisciare all’indietro verso di noi.
«Si preparano per la festa dell’Immacolata Concezione – ci informò – sono buoni ragazzi cattolici come noi. Maria li ha salvati. Non possiamo approfittare della loro devozione».
A questo punto esitò, poi improvvisamente sorrise.
«È un po’ rischioso, ma faremo loro sapere che hanno avuto visite. Venite avanti».
Lentamente e senza rumore avanzammo fintanto che potemmo vedere l’interno della caverna; ed ecco proprio all’ingresso l’intrepido Vanelli si rizzò e disse: «Buonasera, ragazzi. Possiamo entrare?».
Immediata confusione… un correre ai fucili… grida eccitate in tedesco; ma nel vederci tutti ritti e disarmati davanti a loro, i nostri nemici si fermarono a fissarci con occhi increduli e stupiti.
«Nessun pericolo» disse Vanelli in un tedesco stentato. Poi indicando il quadro di Maria che era illuminato da una rozza candela, spiegò: «Abbiamo camminato attraverso la valle per unirci alla vostra devozione. Anche noi abbiamo Maria per madre».
I pochi momenti successivi presentarono una scena assolutamente impossibile a descriversi. Le dita avviluppate nei cappotti di due eserciti avversari si intrecciarono entusiasticamente. Le mani si strinsero con calore.
Poi tutto presto finì come era cominciato; noi fummo nuovamente fuori all’aria con il nostro capitano che gridava: «Siamo contenti d’essere venuti, e verremo di nuovo, ma aspetteremo che il nuovo turno vi dia il cambio».

La più straordinaria “Accademia” dell’Immacolata
Erano passati gli anni e, come ogni cosa terrena, la guerra era finita. Nuovamente il nostro Studentato Teologico Internazionale di Torino “Crocetta” era colmo di attività e giovani salesiani di Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Italia e America vi si stringevano spalla a spalla fraternamente, come se le terribili esperienze della guerra non fossero mai esistite. Anch’io ero fra loro per i miei studi di teologia, intensamente aperto al meraviglioso spirito di quella scuola internazionale.
Venne il tempo della tradizionale Accademia, un trattenimento in onore dell’Immacolata nel giorno della sua festa. Scenette, canti e scherzi si succedettero rapidamente, intervallati da interludi orchestrali o di violino solo, per aggiungere solennità al nostro divertimento. D’improvviso, nel nostro felice raduno, ci fu un profondo silenzio, quando uno si alzò in quel «Salone delle Nazioni» per offrire il suo tributo a Maria. Era un bel giovane e parlava italiano fluentemente, sebbene con marcato accento austriaco.
Io ascoltai le prime sue parole con interesse, ma ciò che seguì mi rapì in rigida attenzione.
«Maria, Aiuto dei Cristiani, non bada né a luogo né a circostanze – cominciò a dire – ma veglia su quelli che cercano il suo aiuto, anche quando sono attorniati da morte e carneficina. Io, che ho visto, posso esserne garante. In quella caverna, in quella notte, io, salesiano, mi preparavo con i miei camerati per la festa dell’Immacolata Concezione. Nessuno aveva un’immagine della Madonna di Lourdes, ma io portavo sempre con me una litografia di Maria Ausiliatrice. Ci radunammo attorno ad essa a cantare il nostro canto favorito “Inviolata”. Le ultime note erano appena svanite nell’aria, quando…».
«Quando – io gridai, non più capace di trattenere il mio entusiasmo – la vostra caverna fu riempita da soldati nemici. Io ero uno di loro, salesiano come te!».
Gridai le ultime parole correndo sul palco e in una confusione eccitante terminammo il racconto tutti e due insieme.
Poi, con spontanea emozione, mentre un assordante applauso scuoteva la sala, ci stringemmo in un frenetico abbraccio.

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