Le grandi fondatrici: Santa Mazzarello

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 46/21 del 14 maggio 2021, Santa Maria Mazzarello

Le grandi fondatrici: Santa Mazzarello

Santa Maria Domenica Mazzarello

1860

In piena estate, sulle colline di Mornese, esplode il tifo. La seconda guerra d’indipendenza, l’anno prima, s’è portata via alcuni padri di famiglia. Ora il tifo, spuntato da uno di quei pozzi dove d’estate l’acqua stagna e imputridisce, mette il terrore in quella zona dell’Alessandrino.

Come ogni volta che si diffonde una malattia infettiva, si torna a parlare di streghe e di malocchio. Microbi, igiene, disinfezione sono parole ancora sconosciute.

Le famiglie dove il tifo arriva sono abbandonate da tutti. Le case dove si è sani si sprangano.

Una famiglia che porta il cognome dei Mazzarello è tra le prime a essere colpita. Prima l’uomo, poi la donna e tutti i bambini. Dopo qualche giorno il papà e il bambino più grande sono in fin di vita.

Don Pestarino, il prete che a Mornese chiamano «previn» (un po› perché è piccolo e un po› perché è simpatico) va a trovare quella gente e si accorge che hanno assoluto bisogno di una persona che li aiuti. Va dritto a una casa di parenti, Mazzarello anche loro, e chiama Maria. È una ragazza soda. Ha 23 anni. Lavora come un uomo e prega come un angelo.

«A casa di tuo zio, due stanno morendo. Ti senti di andare a dare una mano?»

Una lunga pausa. Maria ha paura, come tutti. Il «previn» la guarda tranquillo e aspetta. Maria mormora: «Se mio padre accetta, ci vado».

Suo padre è un cristiano sul serio. Maria entra nella casa colpita. L’ordine e la pulizia tornano velocemente. Medicine e cibo caldo sono pronti alle ore stabilite. I malati scendono dal letto guariti, ma il tifo si abbatte su Maria. La sua bella faccia ovale si riduce in pochi giorni a un triangolo di pelle pallida e tirata. Il medico viene, scuote la testa. Maria, sfinita, gli dice: «Grazie, ma per favore non mi faccia ingoiare altre pillole. Non ho più bisogno di niente. Soltanto che Dio venga a prendermi».

La sua ora però non è ancora arrivata. Dovrà lavorare tanto su questa terra prima che Dio venga a prenderla.

Confidenze a Petronilla

Così, senza pillole, Maria si trova improvvisamente sfebbrata. Sul volto tornano i colori della salute. Nelle membra però rimane un torpore, una debolezza diffusa. La febbre altissima ha rotto qualcosa nell’organismo robusto.

E ora che farà? Più di un giovanotto vorrebbe parlare di matrimonio con lei. Non le manca nulla per diventare una bella sposa e una brava mamma. Ma lei questi discorsi non li vuole nemmeno incominciare. E si domanda: «Che farò nella vita?».

Maria Mazzarello è iscritta alla Pia Unione delle Figlie di Maria SS. Immacolata. Un’associazione ecclesiale di ragazze impegnate diffusa nelle parrocchie.

Maria ha diciotto anni e un’amica con cui non ha segreti. Si chiama Petronilla, è Figlia dell’Immacolata come lei, e porta il suo stesso cognome, Mazzarello. Con lei, Maria, che è decisa e creativa, impianta un piccolo laboratorio di sartoria. Una decina di bambine vanno a imparare a cucire. Ma ecco una novità che sconvolge tutto.

Quattro occhi spauriti

È l’inverno del 1863. Le ragazzine sono appena andate a casa, proteggendosi dalla neve con zoccoli e ombrelloni, quando Maria e Petronilla sentono bussare alla porta. Si trovano davanti un venditore ambulante, rimasto vedovo con due bambine. Domanda che le tengano loro, non solo di giorno ma anche di notte, perché lui in casa non ci può rimanere e non se ne può occupare. Le bimbe sono lì, quattro occhi spauriti. La più grande ha otto anni, la più piccola sei. Petronilla prende per mano la prima, Maria prende in braccio la più piccina. Accendono un gran fuoco nel camino.

Così, senza nessun «piano prestabilito», il piccolo laboratorio di sartoria si trasforma da quella sera in casetta per bambine povere. Appena per Mornese si diffonde la voce che le Mazzarello «prendono in casa bambine orfane», vengono in molti a portare un fascio di legna, un paio di coperte, mezzo sacco di farina. Ma portano anche altre bimbe, che hanno bisogno di una casa. In poco tempo sono sette.

Anche alla domenica, Maria vuole «far del bene a tutte le ragazze del paese». Nasce così una specie di oratorio. Nei giorni di festa le due amiche raccolgono le ragazze, le accompagnano in chiesa, le fanno stare allegre con giochi e passeggiate.

A Mornese intanto c’è un’altra novità. Due altre Figlie dell’Immacolata chiedono a Maria e a Petronilla di «fare come loro». Viene interrogato don Pestarino, che risponde: «Perché no? In due avete tante cose da fare che non ve la cavate più». Si forma così una specie di comunità: le quattro Figlie, come le chiamano in paese, insegnano a cucire alle ragazzine, fanno da mamme alle sette piccole che vivono giorno e notte con loro.

Nel 1864 don Bosco arriva a Mornese con i suoi ragazzi, durante le passeggiate autunnali. Dopo la cena, incoraggiati dagli applausi, i ragazzi di don Bosco danno un breve concerto di marce e musica allegra. In prima fila c’è Maria Mazzarello, 27 anni.

Il giorno dopo, in mattinata, don Pestarino presenta a don Bosco le «Figlie dell’Immacolata». Tra loro c’è Maria Mazzarello. Don Bosco rimane impressionato dalla bontà e dalla laboriosità di quelle ragazze. Don Bosco a Mornese si ferma cinque giorni. Maria Mazzarello ogni sera riesce ad ascoltare la «buona notte» che dà ai suoi giovani. Qualcuno la rimprovera di questo come di un gesto sconveniente. E lei risponde: «Don Bosco è un santo, io lo sento».

Nascono le FMA

Da anni don Bosco sta seriamente pensando di fondare una famiglia di Suore, che faccia per le fanciulle il bene che i suoi Salesiani fanno per i ragazzi. Nel 1869 stringe i tempi per la fondazione di questa sua «seconda famiglia».

Don Bosco decide allora di fondare le Figlie di Maria Ausiliatrice. Il nucleo fondamentale di esse sarà il gruppo di ragazze che a Mornese, capeggiate da Maria Mazzarello e sotto la direzione di don Pestarino, sta già vivendo in silenzio una vera vita religiosa.

Felicina Mazzarello, sorella di Maria, ricordava così la vita di quei primissimi tempi: «Tante volte mancava alla piccola comunità il sostentamento necessario, mancava persino la farina per la polenta, e quando si aveva questa mancava la legna per farla cuocere. Maria, allora, usciva in campagna con qualcuna delle Figlie, e andava in qualche bosco a fare la fascina di legna secca e con quella sulle spalle tornava a casa a preparare il cibo. Fatta la polenta, la portava in cortile, la deponeva con il piatto sul terreno, e invitava le compagne al lauto pranzo. Mancavano i piatti, le posate, ma non l’appetito e l’allegria».

29 gennaio 1872. Per ordine di don Bosco, don Pestarino raduna le prime 27 Figlie di Maria Ausiliatrice perché eleggano la loro prima superiora. 21 voti piovono su Maria Mazzarello, che, esterrefatta, chiede subito alle compagne di dispensarla. Le altre insistono, e don Pestarino decide di rimettere tutto alla volontà di don Bosco. Maria si sente sollevata: don Bosco sa che lei è incapace, e certo la dispenserà. Invece don Bosco sa quanto lei sia capace, e la conferma nella carica, con sua grande desolazione.

Sarà una grandissima fondatrice, una leader carismatica, con la tempra e la capacità di santa Teresa, santa Chiara. La Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonde in tutto il mondo.

«Gli occhi bassi, ma la testa no»

5 agosto 1872. Le prime quindici fma ricevono l’abito religioso. Undici pronunciano anche i primi voti. Tra esse c’è Maria Mazzarello. Don Bosco dice: «Voi siete in pena perché i vostri stessi parenti vi voltano le spalle. Non vi rincresca di essere così maltrattate nel mondo. Solo in questa maniera potrete fare un gran bene… Comportatevi da consacrate a Dio: gli occhi bassi, ma la testa no» (mb 10,616s). Il messaggio di don Bosco alle sue prime figlie è chiarissimo: gli occhi si abbassano davanti alla maestà di Dio, ma la testa si porta davanti alla gente, e non deve essere curva come quella delle serve, ma lieta e fiera come quella delle figlie di Dio.

Molte suore usavano per guanciale un pezzo di legno fasciato alla meglio con degli stracci. Tutti i cuscini esistenti in casa erano per le bambine. 
Maria Mazzarello non voleva che le suore più giovani facessero questa mortificazione, ma non poteva dire molto perché era stata lei la prima che aveva escogitato questo sistema.

9 febbraio 1876. Tra uno sfarinio di neve, partono le prime tre suore. Vanno a Vallecrosia, in Liguria, ad aprire un oratorio e una scuola per ragazze.

29 marzo. Altre sette suore partono per Torino. A cinquanta metri dall’oratorio di Valdocco danno inizio a un oratorio e a una scuola femminile. Questa casa diventerà per più di quarantanni la sede centrale delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

LeFiglie di Maria Ausiliatrice sono ormai una famiglia numerosa, sparsa in tutto il mondo. Il centro della Congregazione, per ordine di don Bosco, si trasferisce da Mornese a Nizza Monferrato. È uno strappo doloroso per Maria Mazzarello. Dà addio a papà e mamma molto anziani, al cimitero dove riposano don Pestarino e alcune delle prime compagne.

Il fatto di essere superiora generale non fece mai perdere a Maria Mazzarello il senso delle proporzioni. Continuò ad assistere le ragazzine più piccole in camera, con occhio amoroso e attento. Una bimbetta a cui i geloni avevano incollato insieme piedi, calze e scarpe, guardò in giro se nessuno la vedeva, e s’infilò sotto le lenzuola con scarpe e tutto. Madre Mazzarello s’accorse della manovra. Non disse niente. Scese in cucina a prendere un catino di acqua tiepida, della garza e della bambagia. Portò tutto accanto al letto della bambina e le sussurrò: «E adesso fammi vedere i tuoi piedini. Non aver paura, non ti farò male».

La morte arriva coi fiori di maggio

Gennaio 1881. Le suore cominciano a notare che la salute di madre Mazzarello sta declinando. Qualcuno le sussurra che deve badare di più alla salute, ma lei sorridendo risponde: «È meglio per tutte che me ne vada. Così faranno superiora una più abile di me».

Il crollo avviene mentre sta accompagnando un gruppo di missionarie in partenza per l’America. Per un contrattempo deve passare una notte rannicchiata in un angolo, vestita e tremante di febbre. Al mattino non riesce ad alzarsi. «Pleurite in forma grave», sentenzia il medico. Quaranta giorni di febbre, martoriata dai vescicanti che sono l’unica cura conosciuta in quei tempi. Pallida e sfinita giunge a Nizza. È accolta da una gran festa, che la commuove. Ringrazia con poche parole: «In questo mondo, qualunque cosa avvenga, non dobbiamo né rallegrarci né rattristarci troppo. Siamo nelle mani di Dio, che è nostro padre, e dobbiamo sempre essere pronte a fare la sua volontà».

Il crollo arrivò in primavera. Dai vetri della finestra si vedevano il verde e i fiori. Le piaceva sentire il chiasso delle bambine che correvano e giocavano spensierate. Volle ancora parlare con le sue suore. Disse: «Vogliatevi bene. Tenetevi sempre unite. Avete abbandonato il mondo. Non fabbricatevene un altro qui dentro. Pensate al perché siete entrate in Congregazione».

Stava male, ma non volle rattristare nessuno fino alla fine. Si sforzò addirittura di cantare. Dio le venne incontro all’alba del 14 maggio 1882. Riuscì a mormorare: «Arrivederci in cielo». Aveva 44 anni.