L’attentato alla caserma Serristori
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 69/25 del 22 ottobre 2025, Santa Maria Salome
L’attentato alla caserma Serristori
Il 22 ottobre 1867 la caserma Serristori degli Zuavi Pontifici, vicina alla basilica di san Pietro, subì un attentato terroristico che uccise 25 giovani zuavi della banda musicale (molti italiani) e alcuni passanti. I due terroristi furono arrestati e condannati alla pena capitale col conforto dei sacramenti. I mandanti invece (la “cupola” mazziniana e garibaldina), più criminali degli esecutori dell’attentato, continuarono il loro torbido lavoro, in attesa della glorificazione postuma da parte dello stato unitario.
Le vittime dell’attentato alla caserma Serristori (22/10/1867)
“Uno dei punti cardine di tutta l’insurrezione si fondava sulla distruzione della caserma degli zuavi nel quartiere Serristori a poca distanza dal Vaticano. Lo scopo fondamentale, ovviamente, era quello di colpire e fiaccare fisicamente e psicologicamente il corpo degli zuavi (…). Facendo saltare in aria il loro quartier generale e con esso la maggior parte degli zuavi, si sarebbe inflitto un durissimo colpo alla forza fondamentale a cui si affidava l’estrema difesa della città (…). Una grande parte del fabbricato crollò. Ma per fortuna la maggior parte dei militari, per ragioni di servizio, era partita poco prima alla volta di Porta s. Paolo; rimasero sotto le macerie vari zuavi che facevano parte della banda musicale. Le vittime furono:
Carmine Carletti di Olevano
Luigi Carrey di Arbois
Giuseppe Cesaroni di Roma
Fortunato Chiusaroli di Roma
Emilio Claude di Nancy
Federico Cornet di Namur
Alessio Desbordes d’Ilê de Oléron
Cesare Desideri di Roma
Federico De Dietfutr di Colmar
Giovanni Devorscek di Bologna
Luigi Flamini di Roma
Giovanni Lanni di Roma
Eduardo Larroque di Cahors
Michelangelo Mancini di Roma
Pietro Mancini di Roma
Stefano Melin di Moulins
Francesco Mirando di Portici
Antonio Partel di Vigo, Tirolo
Giacomo Poggi di Genova
Andrea Portauovo di Napoli
Edmondo Robinet di Saint-Pol-de-Leon
Nicola Silvestrelli di Roma
Oreste Soldati di Palestrina
Domenico Tartavini di Roma
Vittore Vichot di Parigi
un passante, Ferri Francesco e la figlia di sei anni, Rosa; dei feriti, tra i quali vi era la moglie di Ferri, alcuni morirono in seguito. (…)”
(Fulvio Izzo, L’attentato del fermano Giuseppe Monti alla Caserma Serristori nella insurrezione romana del 1867, Maroni Editore, Ripatransone, 1994)
La piccola Rosa
“A Rosa Ferri questa bambina che indossa quel giorno un vestitino azzurro, nel terzo anniversario della morte (22 ottobre 1870, ndr) andò l’omaggio di molti romani che si recarono al rione Borgo per deporre dei mazzi di fiori con degli enormi nastri azzurri ma essendo l’azzurro anche il colore della divisa degli Zuavi, il gesto fu male interpretato dai carabinieri italiani che dispersero i manifestanti e arrestarono gli uomini e i ragazzi che si trovavano nel gruppo”.
(Marianna Borea, L’Italia che non si fece, Armando Editore, 2013, pag. 248).
Il commento di mons. Gottardo Scotton
(…) Caserma Serristori sinistramente celebre, perché minata dai due infelici Monti e Tognetti. I morti zuavi furono 27, delle più nobili famiglie di Europa, ma sarebbero state centinaia, se provvidenzialmente i soldati non ci fossero trovati fuori. E’ uno dei mezzi morali usati per la nostra liberazione dalla rivoluzione italiana, che raccolse i due disgraziati assassini, che però si pentirono del delitto e di propria volontà ne domandarono venia al reggimento, tra le pieghe della sua bandiera. Ma la rivoluzione italiana può menare trionfo, che la sua lezione non fu senza frutto. Le mine di quella caserma costarono 24 scudi; l’incendio di un palazzo del tempo della Comune di Parigi costava uno scudo soltanto, e oggi con cinquanta centesimi di dinamite si mette lo scompiglio in una intera città. Ma allora Monti e Tognetti furono proclamati martiri ed eroi; oggi coloro che ne seguono le tracce sono malfattori e briganti! (…)
(Gottardo Scotton, Il pellegrino cattolico a Roma, Bassano 1895, pag. 46).
Relazione degli ultimi giorni di Giuseppe Monti e di Gaetano Tognetti
“ (…) Il Cappellano, disse dal palco alcune poche parole, e non altro che in commendazione dei due defunti : e i pietosi Confratelli levarono i. corpi per le esequie e per la sepoltura. Ci disse uno degli assistenti : « Ho dovuto assistere a molte morti di malfattori: non ho mai visto sì esemplari disposizioni nei pazienti, nè mai altrettanto sommovimento religioso nei circostanti: fu un vero trionfo della misericordia di Dio, più che della giustizia degli uomini. Il popolo guardava con ansietà i ministri di Dio nel ritorno , e con una specie di soddisfazione pareva dire : Ti ringraziamo del bene fatto a quegli sventurati. » Noi non li chiameremo più sventurati : la fede c’insegna che il perdono di Dio , non pure ricopre d’ un velo la colpa, ma la scancella e l’annienta; e il più colpevole degli uomini , dopo quel perdono onnipotente , non è più altro che un amico di Dio, e, nell’altra vita , un’anima gloriosa in sempiterno.”
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