Il Calvario di Gerusalemme
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 19/26 del 6 marzo 2026, Sante Perpetua e Felicita
Dall’alto della Croce
Quanti hanno scritto sopra il Santo Sepolcro? Quanti pellegrini si sono sforzati di tradurre le impressioni, i sentimenti vissuti su quella meta sognata da anni? Da Betlem, cioè dalla culla, al lago di Tiberiade, dal lago al Giordano, da Nazareth, dal Tabor, da Betania è un passaggio di affetti, di entusiasmi, di meditazioni, di ricordanze incancellabilmente impresse, racchiuse come in altrettanti fonti di cui s’imbevano i pellegrini.
E infine Gerusalemme, la città delle memorie. « Obliviscatur me dextera mea; adhaereat lingua mea faucibus meis »; ch’io non mi ricordi più della mia destra, cioè della mia forza, aderisca la lingua al mio palato, cioè ch’io resti muto, se mi dimenticherò di te Gerusalemme al sommo della mia gioia.
Il canto degli esuli ebrei è, con altro senso, il canto dei secoli cristiani, dei pii pellegrinanti della terra di Cristo, di tutti i pellegrinanti alle infinite raffigurazioni della Via Crucis, del Sepolcro, dei devoti assistenti all’Ufficio delle tenebre e alla esultanza della Risurrezione. C’è un principio di unità e uno di pluralità.
Tutti siamo accentrati nella Croce dolorosa e nel sepolcro glorioso, e la Croce e il Sepolcro si partecipano a tutti i credenti.
Così tutti eravamo rappresentati sul Calvario, sotto il primo altare del Divin Sacrificio, e perennemente ancora e fino alla fine dei secoli noi assistiamo, con la medesima pietà e con la medesima gioia, a quel sacrificio. « O Signore, diceva San Bernardo, dovunque io vada, ti vedo sempre in croce ».
« Ancora un po’ di questa grande vita, scrive il P. Sertillanges, che, nella ristretta Giudea, assume un’ampiezza universale. Ancora qualche grido e qualche parola sovrana ! Ancora un lamento che invoca la compassione della terra per rendercela in misericordia, e quella del cielo per cederne a noi il benefizio ! »
Secoli di aspettativa avevano preparato la Santa Città. Di fronte al Calvario l’altra breve altura che emergeva era il luogo sacro, il Tempio, dove gli ultimi sacrifici della Pasqua ebraica finivano, la figura celata del robusto velum Templi si scindeva da cima a fondo, dove già avevan cantato invano garriti, i fanciulli: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore.
Era la città di Davide, che di Gerusalemme aveva cantato: « Dio è in mezzo ad essa »; l’aveva cantata gioia di tutta la terra, la montagna di Sion, la città del gran Re. Memorie regali s’erano raccolte in essa e vi dominavano, anche se decaduta, custodite con la stessa gelosa cura delle memorie religiose, in una unità di popolo, nell’attesa dell’unico Messia.
« Sion, scrive il Sertillanges, abbozzo della Chiesa, fu un primo tentativo per ravvicinare l’uomo alla giustizia, unirlo alla Divinità, sottometterlo al suo fine, adattarlo al suo ambiente naturale e sociale, assicurare la sua beatitudine ».
Tutto questo si è avverato con pienezza sulla Croce, su quel trono che porta la scritta: « Gesù Nazzareno, Re dei Giudei », in quella città Santa dove il Re è anche Sacerdote e Profeta ; ma dove il trono, com’era predetto, non è più per un popolo ma per tutti i popoli, donde la luce si propaga per tutte le propaggini dell’universo.
L’unità materiale del Tempio è caduta; ma nelle moltiplicate case del Signore è rimasta l’unica casa del Signore, l’unica casa di orazione, il solo altare che ha ancora il dolore e la gioia della Croce e del Sepolcro glorioso. Tempio non più fatto di mano di uomo, la pietra che i costruttori hanno rigettato è diventata pietra d’angolo, e nessuno più può porre altro fondamento da quello che è stato posto e che è il Cristo Gesù.
Se nella luce vespertina prendeva i suoi riflessi d’oro il Tempio, nell’umile oscurità della sera, tra le case, si perdeva un altro posto glorioso, intimamente unito al Calvario, alla Croce ed al Sepolcro, cioè al sacrificio: ed era il Cenacolo.
Là, nella notte stessa della Passione, s’erano compiuti i più grandi misteri. Di là, fondati e consacrati dal più intenso amore di Cristo, uscivano il Sacerdozio e il Rinnovamento del Sacrificio, cioè l’Eucaristia.
Là la molteplicità e l’unità si univano e si fondevano, affinchè Cristo fosse dato a tutte le anime: un solo pane e un solo calice, ma formato da molti grani e da molti acini, schiacciati sotto la macina e sotto il torchio, richiamavano, nella scelta di quelle sostanze fatta da Gesù per convertirle nel suo Corpo e nel suo Sangue, alle proprietà stesse del divin Corpo di Cristo.
Schiacciato nelle strettoie del dolore — e orto delle strettoie era detto il Getsemani dove Cristo agonizzò — il Divin Paziente chiamava tutti gli uomini nella contrizione del cuore, e solo dopo il pianto e il pentimento avrebbe donato se stesso. Come il pane e il vino dànno vita all’uomo, il Corpo e il Sangue di Cristo la conservano all’anima.
La perpetuità del Sacrificio, la perpetuità di Cristo nella Chiesa si assicuravano nel Sacerdozio e nell’Eucaristia. La dottrina e il governo, il primato del Vicario di Cristo, la stessa regalità, il Sacrificio e l’alimento dell’anima, gli infiniti tesori della Redenzione sgorgati dalla vita e dalla morte del Figliol di Dio, la gloria della Risurrezione fino alla gloria eterna di tutti i redenti si stabilivano nel Cenacolo, preludio del Calvario.
Sotto la Croce c’era la Madre corredentrice, c’eran le pie donne e l’apostolo prediletto, la divina maternità della Vergine veniva consacrata; il primo pentito raccoglieva il frutto della Redenzione, nella remissione dei peccati, ed entrava in Paradiso; Gesù proclamava nelle parole dette in Croce il suo testamento agli uomini, come nel Cenacolo, aveva lasciato quello agli Apostoli, cioè al suo Sacerdozio.
E c’erano sotto la Croce anche i nemici, i giudei, gl’indifferenti e nescienti, i romani; c’erano i confessanti e i pertinaci. Gesù, come la Croce, segno di contradizione, divideva l’umanità in due schiere. « Chi non è con me, è contro di me ». Però Cristo moriva per tutti e pregava: « Perdona loro perchè non sanno quel che si fanno ».
E ancora oggi la preghiera del perdono sale dalla Chiesa, dalle anime pie, nel fervido, nel possente augurio, avvalorato dalla grazia di Dio, che molte anime, che tutte le anime ritornino a Lui, purificate nel dolore, per elevarsi nella gloria della Risurrezione.
Tratto da: Almanacco della Terra Santa per l’Anno di Grazia 1938, pagg. 22-24.

