Il Cossovo alleato di Tel Aviv

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 28/21 del 23 marzo 2021, San Vittoriano

Il Cossovo alleato di Tel Aviv

Lo stato musulmano del Cossovo, territorio della Serbia, indicato da alcuni analisti come centro di criminalità e di terrorismo, ha stretto dei buoni rapporti con Tel Aviv e ha addirittura annunciato il trasferimento della propria ambasciata a Gerusalemme. Negli ultimi tempi lo stato sionista ha stipulato degli accordi commerciali con altri stati islamici, come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Marocco. L’articolo che segnaliamo indicano un altro aspetto della strategia internazionale di Tel Aviv: l’interesse per i Balcani.

Israele guarda ai Balcani

È passato poco più di un mese da quando Israele e Kosovo hanno normalizzato i loro rapporti diplomatici, con Pristina che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale, dichiarando l’intenzione di trasferire la sua ambasciata nella città della discordia. Un corollario dell’accordo mediato dall’amministrazione Trump a settembre tra Kosovo e Serbia per aprire legami commerciali tra i due Paesi balcanici. L’affare Kosovo, in particolare, è stato a lungo un argomento spinoso per Israele poiché il riconoscimento della piccola repubblica presenta dei tratti simili alla vicenda palestinese e avrebbe, dunque, potuto costituire un precedente pericoloso.

Ma se il riconoscimento di Pristina sembra essere ormai alle spalle, lo stesso non può dirsi per la Serbia: Belgrado, con cui Israele ha mantenuto forti legami bilaterali, ha espresso costernazione per il sostegno all’indipendenza del Kosovo, gettando un’ombra sulle relazioni future. Un paese che negli ultimi anni si è visto raggiungere da miliardi di euro di investimenti da parte di Tel Aviv nel settore immobiliare ed energetico, in particolare nei campi delle tecnologie pulite e per il trattamento delle acque, oltre che da un crescente flusso di turisti israeliani.

L’interesse israeliano per i Balcani non è certo una novità degli ultimi mesi e fonda le sue basi su empatie storiche: l’entente cordiale con la Serbia, ad esempio, è legata al sostegno che la popolazione locale diede agli ebrei mentre infuriava la Seconda guerra mondiale. Stessa cosa per l’Albania, unico paese europeo occupato dalle potenze dell’Asse ad avere una popolazione ebraica più alta nel 1945 rispetto a prima della guerra. Questo nuovo fermento, tuttavia, indica chiaramente un nuovo corso della politica estera israeliana che, ora, guarda decisamente ai Balcani con occhio diverso, producendo effetti importanti sul ventre molle d’Europa: il più evidente, è l’effetto simbolico dell’asse tra un Paese a maggioranza musulmana che apre ad Israele e che potenzialmente sposta la sua ambasciata a Gerusalemme; a ciò si aggiunge il fatto che Serbia e Kosovo hanno entrambi concordato designare la principale minaccia non statale di Israele, Hezbollah, come organizzazione terroristica.

Sembra dunque evidente che, essendo finito nell’ombra il conflitto arabo-israeliano, Tel Aviv abbia tutto l’interesse ad usare il corridoio del Mediterraneo orientale come autostrada verso i Balcani e l’Europa (e gli accordi con Cipro e Grecia ne sono prova). Con questa mossa Israele completa l’album delle nazioni balcaniche: l’alleato più stretto resta la Serbia ma vi sono ottime relazioni anche con Macedonia, Albania e Montenegro. In ballo ci sono importanti sfide nel settore agricolo, energetico e in quelle delle infrastrutture ma soprattutto nella crociata anti-iraniana: Balcani stabili e strettamente connessi con Tel Aviv, infatti, sono un ottimo deterrente contro l’uso potenziale di queste aree da parte di Teheran per colpire Israele.  Avere una presenza diplomatica nei Balcani è allettante e strategico, dato che la geografia pone molti di questi paesi al crocevia tra Occidente e Oriente: la Grecia ha accesso marittimo sia al Nord Africa che al Medio Oriente; la Serbia collega la penisola balcanica con l’Europa centrale; ma anche Romania e Bulgaria sono fondamentali, in quanto paesi del Mar Nero, perché aprono la porta al Caucaso e all’Asia centrale.

Non solo le relazioni di Israele con i paesi dei Balcani occidentali si stanno rafforzando, in particolare con l’Albania, ma la regione sembra essere diventata una palestra per rafforzare le capacità diplomatiche e di mediazione, sfruttando il vuoto generato dall’inattività degli attori occidentali dal 2008 in poi. Questo nuovo corso spiegherebbe anche l’atteggiamento solo in apparenza incoerente con la Turchia di Erdogan: nonostante il Paese sia alla ricerca di un ripristino e rafforzamento dei legami con Ankara, il clima da Guerra Fredda tra i due Paesi sembra non cessare mai, all’insegna di un tenore decisamente da bastone e carota, in funzione di un contenimento reciproco. La Turchia ha alzato la posta sulla sua politica balcanica, anelando quelli che erano i territori europei dell’Impero Ottomano. Questo significa che, visto lo slancio diplomatico mediterraneo che Israele sta vivendo, il Paese potrebbe presto o tardi diventare arbitro in sciarade simili a quella kosovara, anche lontano dalla regione MENA: questo fornisce agli analisti un’importante novella, vale a dire che i Balcani e il Medio Oriente dovrebbero cessare di essere visti come due unità geopolitiche differenti.

Se ciò costituisce un tassello fondamentale del futuro della politica estera israeliana, può diventare oggetto di scontro con l’Europa. Le nazioni balcaniche solidali con Israele potrebbero dare, implicitamente o meno, il proprio placet alle operazioni in Cisgiordania contro le quali l’Unione si è sempre espressa con durezza. Questo aspetto potrebbe, presto o tardi, incrinare la politica di buon vicinato tra nazioni balcaniche e l’Europa, incrinando potenzialmente il sogno di queste ultime di accedere all’Unione.

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