2012 Comunicati  23 / 01 / 2012

Castellucci: escrementi, gnosi e cabala

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato n. 8/12 del 23 gennaio 2012, San Raimondo Penafort

 

Castellucci: escrementi, gnosi e cabala

L’associazione La Torre ci ha segnalato un articolo molto interessante sul pensiero di Romeo Castellucci, il regista dello spettacolo blasfemo “Sul concetto del volto di Cristo”, in programma al Teatro Parenti di Milano, importante centro della cultura ebraica milanese.

 

 

La dimensione gnostica e satanica dell’opera di Romeo Castellucci
La seguente intervista è stata rilasciata da Romeo Castellucci alla rivista di arte australiana Real Time Arts (n. 52, dicembre-gennaio 2002), in occasione della presentazione della sua opera Genesis al Festival di Melbourne (cfr.: articolo tratto da Realtimearts.net). Per capire i commenti di Castellucci, è necessario prima conoscere quest’opera. Ecco come la presenta Real Time Arts:

“La storia di Dio che crea amorevolmente l’universo, dopodiché l’uomo che commette il peccato originale e viene perciò espulso dal Giardino dell’Eden, è ben nota. Meno nota, invece, è la versione mistica giudaico-cristiana che troviamo nello Gnosticismo, nella Cabala e nella filosofia Rosacroce. È questa la versione che Castellucci ci presenta, per mezzo di suoni, di performance fisiche e di spettacolari effetti visuali. Castellucci attinge alle stesse tradizioni [gnostiche] che hanno ispirato artisti come Baudelaire, Antonin Artaud, Peter Brook. (…)

“In questa versione più tenebrosa della Genesi, l’atto creativo non è frutto dell’amore, ma di un terribile errore. La Cabala, per esempio, parla di come l’universo sia stato creato quando i vasi sacri che portavano la Parola di Dio sono caduti e si sono frantumati in milioni di pezzi imperfetti.

L’atto della creazione è stato dunque una trasgressione violenta contro le leggi dell’universo. In questa ottica, tutta la Creazione contiene in sé il caos agitato di un proto-universo precedente all’atto creativo. Non è l’Amore che regna nell’universo, ma la Crudeltà. Non è l’uomo ad aver peccato, ma Dio. Tutta l’arte e il teatro di Castellucci costituiscono una storia che racconta questo atto iniziale di violenza primordiale”.

Ed è proprio questa crudeltà fondamentale, attribuibile all’errore di Dio, che dà il nome alla scuola fondata da Antonin Artaud, mentore di Romeo Castellucci: Teatro della crudeltà. Detto questo, vediamo adesso qualche brano dell’intervista sopra menzionata. I titoli sono della stessa rivista Real Time Arts.

“L’Angelo dell’arte è Lucifero”.
Intervista a cura di Jonathan Marshall

Marshall: Lei ha detto che “la Genesi mi spaventa più dell’Apocalisse” perché rappresenta “il terrore delle possibilità senza fine”. Questo sembra essere ispirato agli scritti di Antonin Artaud e di Herbert Blau, nonché alle dottrine gnostiche e cabalistiche che ispiravano Artaud. Lei è d’accordo con le idee di solito associate a questa cosmologia? Per esempio, Artaud sosteneva che prima della creazione regnava un caos terrificante, che è poi rimasto per sempre presente, latente o immanente all’interno dell’esistenza quotidiana. Egli ha sostenuto che questo caos è il vero senso del teatro. L’obiettivo più alto, la virtù più eminente del teatro sarebbe quindi di poter rappresentare — o almeno avvicinarsi a rappresentare — il caos attraverso una performance dal vivo?

Castellucci: C’è un genere di teatro occidentale totalmente dimenticato, cancellato, represso: la tradizione del teatro pre-tragico. È stato soppresso proprio perché è un teatro intimamente legato alla trasformazione di idee e di pensiero in materia e, quindi, con l’angoscia della materia stessa. (…)

Se il grande campo delle possibilità aperte appartiene a Dio, secondo la tradizione cabalistica il fatto che alcune possibilità si mettano insieme per produrre un effetto deve appartenere al peso del corpo. Dio deve trasformare se stesso in qualcosa di “carnale” per poter attuare possibilità che altrimenti rimarrebbero insoddisfatte in un mondo incoerente. (Secondo questa tradizione cabalistica) si possono esperimentare queste possibilità invocando elementi materiali, carnali e mettendole insieme. Il teatro non è per “riconoscere”.

Io non vado al teatro per riconoscervi gli studi che ho fatto su Shakespeare. Non dovrebbe essere così. Il teatro è piuttosto un cammino attraverso l’ignoto verso l’ignoto. Ciò che io e i miei colleghi abbiamo cercato di fare nel corso degli anni è di portare lo scandalo scenico al parossismo e di mantenerlo sempre vibrante. (…)

Il palcoscenico è un luogo di alienazione, e niente deve essere risparmiato per impedire che questa alienazione sminuisca. (…) A questo proposito, credo che il pensiero di Antonin Artaud sia di fondamentale importanza per la piena comprensione della forma occidentale (di teatro).

Egli sommerge il problema della forma in un bagno di violenza che sveglia ciò che, in realtà, costituisce il fondamento del vero teatro. Ecco dove la forma diventa spirito. Stiamo parlando, infatti, dell’alchimia della trasformazione, della trasmigrazione da una forma all’altra. C’è ovviamente un aspetto del cattolicesimo che influenza e che è insito in questo tipo di teatro, che è legato al momento, durante la Messa, in cui l’Ostia si trasforma nel Corpo di Cristo. Questo evento eucaristico è un’idea che si trova in Artaud: l’idea di trasformare un corpo, di dare corpo, di tagliare un corpo a pezzi, liberandolo in questo modo dei suoi organi. Sono tutti elementi che provengono da un tale concetto cristiano. (…)

Marshall: Lei crede che queste idee siano diventate particolarmente importanti alla luce degli eventi del ventesimo secolo come l’Olocausto, e anche di eventi più recenti come la guerra in Jugoslavia, l’11 settembre e la guerra in Afghanistan?

Castellucci: Gli eventi che Lei ha ricordato, i massacri, i genocidi, i disastri che l’umanità ha conosciuto nella storia recente, costituiscono un abisso, che è necessariamente connesso con la Creazione.

Durante la Creazione, è la Parola di Dio che crea; in questi eventi, invece, c’è il silenzio di Dio. Spetta al teatro abbracciare le altezze e le profondità dell’esperienza umana, ma non per illustrazione, o attraverso la produzione di informazioni. L’esperienza dell’abominazione è troppo profonda per essere consumata nella superficialità delle mere apparenze.

Ora è necessario che cominciamo a considerare, tutti, il termine “tragedia” per ripensare collettivamente il destino dell’umanità. Il teatro è chiamato a realizzare questo compito con la sua forma radicale, che è quella di un’arte viva.

Marshall: Su questa linea, Lei è d’accordo che ogni atto creativo sia un atto di violenza? O per lo meno una violazione del tabù contro la Creazione? Ho in mente qui la sua dichiarazione che Lucifero, l’angelo caduto, sarebbe il primo artista con cui l’umanità si debba identificare.

Castellucci: Naturalmente, la Genesi affronta il problema del Principio. Ogni artista sa che, al Principio, il palcoscenico vuoto è un mare aperto di possibilità. Questo è anche ciò che costituisce il “terrore della scena”. Non si tratta — almeno in ciò che mi riguarda — di un terrore o di una paura del vuoto in sé, ma piuttosto del terrore della pienezza e della perfezione: c’è troppa Creazione.

La quantità ci travolge. La materia è oscura. Quindi, ogni volta che l’artista affronta questo caos per tirarne fuori qualcosa, egli mette in connessione queste possibilità, creando linee e costellazioni. (…)

Per quanto riguarda il Principio e la Fine, è chiaro che il teatro possiede in se stesso, ontologicamente, nel profondo delle sue strutture, questo problema del Principio e della Fine. (…)

Che senso ha ripetere oggi queste parole che costituiscono l’incipit del Genesi? Queste parole del Genesi sono le stesse che hanno causato l’esistenza del mondo e, quindi, anche l’esistenza del palcoscenico?

L’unica persona che ha potuto reggere il peso di queste parole creative, e che per prima ha parlato in “doppia forma”, il primo che ha assunto le vesti di un altro, è Lucifero. In tutta la storia dell’umanità, Lucifero si è sempre mostrato in travestimenti e costumi, adottando le parole di qualcun altro. Ha fatto questo sin dal Principio, quando ha rivestito la pelle del serpente e la lingua del serpente. Per la prima volta egli ha parlato per bocca di qualcun altro, facendo al serpente dire: “Ma è proprio vero ciò che Dio ha detto?”, e creando così una forma di mimetismo, una forma di duplicazione del linguaggio. Lucifero è il primo ad aver esplorato la sovrabbondanza del linguaggio, avvalendosi del teatro come fonte di energia, dando così origine all’arte stessa.

L’arte contiene, in questo modo, il mistero del Male già nel suo nucleo originale. D’altronde, il Male è anche l’aspetto più radicale della libertà che Dio ha concesso a tutti gli esseri. Lucifero vive nella sua condanna che è, appunto, la zona del non-essere. Per tornare allo stato di essere, Lucifero è costretto ad assumere le sembianze di qualcun altro, la voce di qualcun altro. L’arte diventa necessaria quando non si è più in Paradiso.

In questo senso, l’unica persona che potrebbe reggere l’atto di ripetere le parole di Dio, e ancor più nella loro lingua originale ebraica, è Lucifero. (…)

Marshall: (…) Questo sembra suggerire che sia il contenuto che lo stile della Genesi siano pensati per creare uno strano senso di tempo e di temporalità, o forse uno stato dove il tempo sembra non trascorrere. Lei si è descritto come in uno stato di sospensione che “annulla il tempo”. Come funziona questo?

Castellucci: (…) Il mio spettacolo Genesis non è solo il libro biblico della Genesi, ma è anche una genesi che reca al mondo, usando il palcoscenico, le mie proprie pretensioni di creare un mondo. Lo spettacolo mette in scena gli aspetti più volgari del mio essere, cioè l’artista che vuole rubare a Dio l’ultimo e più importante Sefirot (1). Questa è la maggiore gioia dell’artista: rubare a Dio. (…)

In sintesi, la Genesi mi spaventa molto di più dell’Apocalisse. Nella Genesi sento il terrore puro di stare davanti a un mare aperto di infinite possibilità. E allora io mi perdo nella forma. L’Angelo dell’Arte è Lucifero.

È Lui il primo che assume le sembianze e le fattezze di un’altro. È Lui il primo ad aver sdoppiato il linguaggio, salvo poi tradurlo. È Lui il primo, e l’unico, ad aver dominato l’arte della trasformazione. Egli proviene dalla zona del non-essere.

L’unica possibilità per lui di tornare alla zona dell’Essere è farlo con la voce, il corpo, il nome di un altro. A questo serve il teatro. Questa zona del non-essere è la zona genitale di ogni atto creativo. Questo permette la distruzione, che è condizione per scongiurare ogni eventuale superstizione.

(1) Nella Cabala, i Sefirot sono dieci attributi mistici o strumenti di Dio, che forniscono la chiave della comunione fra il Finito e l’Infinito.

Il testo integrale dell’intervista: The Castelluci interview: The Angel of Art is Lucifer

Fonte: Associazione La Torre