Le giornate vittoriose dell’esercito pontificio a Mentana
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 75/26 del 3 novembre 2026, San Giusto
Le giornate vittoriose dell’esercito pontificio nel 1867
Festeggiamo l’anniversario della vittoria di Mentana del 3/11/1867 con un brano tratto dal libro “L’anno di Mentana” di Paolo Dalla Torre. La battaglia di Mentana concluse la vittoriosa campagna militare dell’esercito pontificio (dal 23 settembre al 3 novembre 1867) contro le bande garibaldine, nelle quali vi erano anche dei militari dell’esercito italiano.
I volontari rimasti in Mentana sotto Maggiolo e Sgarallino, vistisi chiusi ormai da ogni lato, s’arrendono quando già compagnie imperiali filtrano tra le case. Respinte sdegnosamente dal Kanzler proposte d’uscita con armi e bagagli verso il confine, si finì per farvi condurre, senza armi e bagagli, da una compagnia del 59° (cap. Fougérousse) le sole forze presidiarie del castello (circa 700 uomini); e per tener prigionieri in genere i difensori del borgo, ed anche l’intera ambulanza. La colonna pontificia, composta di romani, italiani, francesi, olandesi, belgi, svizzeri, tedeschi, inglesi, irlandesi, spagnuoli, polacchi, russi, asiatici, africani, americani, ebbe 30 morti e 103 feriti, ossia il 4,60 per cento di perdite. Esattamente zuavi morti 24, feriti 57; legionari feriti 6; carabinieri morti 5, feriti 37; artiglieria un morto e 2 feriti; cavalleria un ferito. Gli imperiali 2 morti, un disperso, 36 feriti, ossia circa il 2 per cento di perdite. Somma delle perdite alleate: 172 uomini fuori combattimento (circa il 3,45 per cento). Al solito molto oscure le cifre garibaldine. Kanzler, come sappiamo, sostiene che dei volontari cadessero un migliaio tra morti e feriti; Fabrizi dà, chiara restrizione, 150 morti, di cui 50 ufficiali, e 206 feriti gravi. Giunsero a Roma 1398 prigionieri. Si raccolsero sul campo migliaia di fucili, armi, cartucce, equipaggiamenti d’ogni genere.
Fu Mentana notevole vittoria, disputata con pari valore da ambo le parti, vide magnifici episodi di nobile eroismo. Più fatto d’arme che vera e propria battaglia, concluse tuttavia la guerra. A Garibaldi molto nocque l’imperdonabile ritardo, l’urto nemico inatteso, l’abbandono del Paggi, che non seppe, o non volle soccorrere tempestivamente i suoi commilitoni pericolanti. L’esercito pontificio s’era battuto, ancora una volta, ottimamente, benché fosse da rilevare soverchio slancio; qualche manchevolezza nei servizi del treno e d’ambulanza; azione frammentaria d’artiglieria, sembra per non colpire troppo il borgo; e forse non adeguato sfruttamento dell’arma a cavallo. Incerti i francesi, troppo guardinghi, tattica timida, gran mezzi. La «Civiltà Cattolica» notava qualche tempo dopo, che durante l’intera campagna del ’66 regi e volontari perdettero in tutto 670 fra morti e feriti, 1.250 prigionieri; che durante l’intera campagna del ’67 le bande garibaldine ebbero ben 1.200 morti circa, numerosissimi feriti e circa 2.000 prigionieri, senza 700 che si spedirono ai confini. Solo così è possibile va-lutare, sia pur tenendo conto del tardivo appoggio napoleonico, lo sforzo immane compiuto per oltre un mese dai soldati del Papa.
Kanzler dopo il solenne ingresso a Monterotondo, dopo aver disposto pel pronto ripristino del Governo pontificio, volle subito rientrare in Roma. S’eran quivi trascorse ore di viva incertezza, senza notizie dal resto del mondo. Molto popolo sostava fin quasi al ponte Nomentano guardando lunghi convogli di feriti gementi su lussuosi equipaggi, lunghe colonne di prigionieri. Pio IX non prese parte alle soli-te funzioni di San Carlo; sapeva ormai tutto da Don Filippo Lancellotti, messaggero di vittoria. Larghi applausi accolsero il generale, modesto e schivo, e, più, l’abbraccio commosso del Pontefice, che gli andò incontro accennando la prima ottava della Gerusalemme Liberata.
Le truppe tornarono durante un luminoso pomeriggio di novembre, tra onori veramente trionfali, tra entusiasmo aperto, sincero, vivace, d’una gran folla, fra liete note e pioggia continua di petali variopinti. Passavan così nell’impalpabile polverio d’oro del sole romano battaglioni e battaglioni, severi, disinvolti; squadre di cavalli caracollanti; magnifici pezzi. Splendida rassegna sulla piazza di Termini alla presenza di Francesco II; sette generali francesi tennero a scoprirsi percorrendo i ranghi del reggimento zuavi. Lo stesso cardinal Antonelli, sempre freddo ed impassibile, palesò l’interna soddisfazione. Fu inusitato omaggio, che sembrava a tutti promessa certa di quieto avvenire. Poi, per parecchi giorni, aristocratici, forestieri, studiosi, militari, non fecero che visitar le pittoresche vallette, ove con sì acceso contrasto s’eran nuovamente scontrati, in sanguinosa ridda, quei grandi ideali, quei solenni principi delle cui alterne vicende è tutta maliosamente pervasa e singolarmente configurata la storia dell’ottocento.
Tratto da: Paolo Dalle Torre, L’anno di Mentana. Contributo ad una storia dello Stato Pontificio nel 1867, Aldo Martello Editore, Milano, 1968, pagg. 319-322.

