Il congresso dei Noachidi a Gerusalemme
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 74/26 del 30 ottobre 2026, San Ponziano
Il congresso dei Noachidi a Gerusalemme
Dal 2 al 6 novembre 2026 si terrà a Gerusalemme il Primo Congresso Internazionale dei Noachidi, organizzato da Brit Olam – Noahide World Center. Per capire di cosa si tratta rimandiamo alla lettura di un articolo apparso sulla rivista Sodalitium (n. 54, giugno 2002, pagg. 37-40). https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/54.pdf
“PARLARE CHIARO PER CAPIRSI MEGLIO” (Shalom, mensile ebraico di informazione, n. 2/2002, p. 1). I Noachidi e il Rabbino Capo Di Segni di don Francesco Ricossa
Il 17 gennaio 2002 si è svolto a Roma, nella Sala conferenze del Pontificio Seminario Romano Maggiore, un incontro organizzato dalla Diocesi di Roma nell’ambito della Giornata del dialogo ebraico-cristiano. Erano presenti, da parte cattolica, il card. Jorge Maria Mejia e Mons. Rino Fisichella, e da parte ebraica il Rav Riccardo Di Segni, nuovo Rabbino Capo di Roma al posto di Rav Elio Toaff. Il mensile ebraico d’informazione Shalom pubblica integralmente il discorso del Rabbino nel suo inserto Comunità, e commenta l’avvenimento in prima pagina, con un articolo intitolato Parlare chiaro per capirsi meglio. Non ci risulta che da parte cattolica l’intervento di Rav Di Segni sia stato analizzato o commentato; solo il mensile 30 Giorni vi fa una rapida allusione, pubblicando un’ amichevole intervista loro concessa dallo stesso Rabbino (cf 30 Giorni, n. 1/2002, p. 20). Eppure, il discorso del Rabbino è di una tale importanza che merita un adeguato commento. Anche Sodalitium vuole parlare chiaro, almeno per far capire meglio, ai cristiani, cosa gli Ebrei pensino veramente, ancor oggi, di essi.
Il dialogo ebraico-cristiano per il Rabbino Capo di Roma. “Un dialogo tra sordi”
L’intervento del Rabbino si situa nel quadro della Giornata del dialogo ebraico-cristiano; diamo pertanto innanzitutto il suo parere su questo dialogo nato col Vaticano II. Bisogna dire che Di Segni “parla chiaro”: “Eccoci dunque al nodo attuale del dialogo e del confronto. A che cosa serve parlarci? Ciò che veramente dà fastidio agli ebrei è che sia stato detto in documenti ufficiali cattolici che lo scopo del dialogo è quello di convertire l’interlocutore alla propria fede”. Di Segni rifiuta questo tipo di dialogo, l’unico ammissibile per un cattolico, definendolo un “dialogo tra sordi, che rischia di diventare irrispettoso e indecoroso per la dignità di ognuno”. Vedremo quale alternativa ponga il Di Segni a questo “dialogo” che egli rifiuta, e che tuttavia è l’unico possibile. I cattolici dovrebbero prenderne atto, e cessare un “dialogo” veramente “indecoroso e irrispettoso”, soprattutto, direi, per la propria fede.
Noè ed Abramo. Gentili ed Ebrei
È impossibile allora, per il Rabbino Di Segni, ogni coesistenza tra i Gentili (tutti i non Ebrei) e gli Ebrei? Di Segni dice di no, ed espone la dottrina rabbinica ai suoi ascoltatori cattolici.
La Bibbia ci presenta due personaggi, Noè ed Abramo. Da Noè discende l’intera umanità “per questo tutte le genti vengono chiamate, nel linguaggio rabbinico, Noachidi, figli di Noè”. “Nella famiglia umana esiste però un gruppo particolare, quello dei figli d’Israele, anch’essi originariamente noachidi, ma che in virtù della discendenza di Giacobbe Israele, nipote e prosecutore di Abramo, si distinguono (…). È una condizione che potremmo chiamare, definire sacerdotale e di servizio: ‘un regno di sacerdoti e un popolo distinto’. Abramo è nettamente superiore a Noè: “Ci sono persone normali e ci sono persone speciali. Abramo è il prototipo delle persone speciali. Noè di quelle oneste ma comuni e senza slanci”. Ai due gruppi, come si vede, si appartiene per nascita: per “salvarsi” “è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della sua nascita”. La religione del rabbino Di Segni sembra confondersi con una appartenenza, diciamo così, etnica, e sembra postulare anche la superiorità di una etnia sull’altra.
Un Noachide può salvarsi? La dottrina della doppia legge e della doppia salvezza
Sì, per Di Segni un Noachide può salvarsi, anche se non dobbiamo credere che “salvarsi” significhi necessariamente ciò che significa per noi (ovvero la visione beatifica di Dio nella vita eterna. Per Di Segni salvarsi significa “aver parte” in qualche modo “al mondo futuro”, il mondo messianico).
“È noto – spiega Di Segni – che la dottrina religiosa ebraica costruisce intorno al nome di Noè e dei suoi discendenti una dottrina di doppia legge e doppia salvezza”. Mentre gli Ebrei hanno ricevuto la Legge mosaica, i Noachidi sono tenuti anch’essi ad una legge, la legge Noachide, che non si trova nella Bibbia, ma nei testi rabbinici: “questi principi Si trovano espressi in tradizioni orali rabbiniche che si basano, con maggiore o minore evidenza, su riferimenti scritturali. (…) Universalismo ebraico significa due strade parallele verso la salvezza; è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della nascita e ne rispetti le relative norme. Il Noachide, che segue le sue sette regole e ne riconosce l’origine divina, viene definito ‘il fervente delle nazioni del mondo’ e ha parte nel mondo futuro”.
Le sette regole che ogni Noachide deve rispettare
“Queste regole sono: il divieto di ogni culto estraneo a quello monoteistico, il divieto della bestemmia, l’obbligo di costituire tribunali, il divieto dell’omicidio, del furto, dell’adulterio e dell’incesto, il divieto di mangiare parti strappate ad animali in vita”. Secondo Di Segni cinque di questi sette precetti sono patrimonio comune dell’umanità e non pongono particolari problemi. “La norma di rispetto degli animali – aggiunge – è raramente trasgredita” (in realtà, solo i musulmani e i Testimoni di Geova seguono la macellazione rituale ebraica che esclude la liceità di mangiare del “sangue”, e che Di Segni presenta come “norma di rispetto de-gli animali”). L’attenzione del rabbino è tutta concentrata sul primo precetto, quello del monoteismo. “Quanto al culto monoteistico, apparentemente, non ci sono dubbi per le grandi religioni”. Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo non sono forse definite, nel linguaggio post-conciliare divenuto oggi corrente, “le tre grandi religioni monoteistiche”? Di Segni difatti non scorge difficoltà alcuna nei musulmani, monosteisti rigorosi e persino circoncisi. Ma ha qualche dubbio a proposito dei cristiani…
I Cristiani: monoteisti o idolatri?
È qui che Di Segni – che ha curato la riedizione, con il titolo de Il Vangelo del Ghetto, delle Toledoth Jehsu, le più infami leggende ebraiche contro Gesù (1) – “parla chiaro” ai prelati suoi ascoltatori. “È necessario a questo punto un chiarimento sulla teologia ebraica, che sul tema del monoteismo e di come sia vissuto dal cristianesimo si dibatte in un dilemma essenziale. Si discute se la divinità di Gesù possa essere compatibile per un non ebreo (perché per l’ebreo non lo è assolutamente) con l’idea monoteistica”. In altri termini: l’ebreo che diventasse cristiano, credendo alla divinità di Gesù, cesserebbe di essere monoteista, per diventare idolatra. Si deve dire la stessa cosa del non ebreo? Credere nella divinità di Gesù è un peccato di idolatria, una violazione del primo precetto della legge noachide? “La risposta a questa domanda nella teologia ebraica, come c’era da aspettarselo, non è univoca: c’è chi la nega fermamente, c’è chi l’ammette a certe condizioni. La conseguenza è che secondo l’opinione rigorosa il cristiano potrebbe non essere nella strada per la salvezza” essendo colpevole di idolatria.
Dove Di Segni non parla chiaro. La pena di morte per i non monoteisti (tra i quali ci sono i cristiani)
Di Segni ne conclude: “se si dovesse applicare alla lettera il sistema delle leggi Noachidi, si dovrebbe fare di tutto perché i Noachidi le osservino, anche per ciò che riguarda il divieto di culti estranei” al monoteismo. Qui, il Rabbino Di Segni, comprensibilmente, non parla chiaro. Cosa include il termine “di tutto”? “Ognuno dovrebbe diventare missionario della fede pura”, prosegue Di Segni, come se il “di tutto” significasse solo far-si missionari del monoteismo rigoroso contro la credenza nella divinità di Gesù. Ma c’è di più. I prelati che ascoltavano saranno stati certamente colti da un “senso di incredulità, di protesta, di ribellione” [puramente interiore, giacché – scrive Shalom – “nessuno ha espresso validi commenti” e “l’incontro si è concluso – tra sorrisi di circostanza – con una preghiera (il Salmo n. 1) letta da rav Di Segni”] apprendendo di essere idolatri che rischiano di non salvarsi. Forse lo sgomento sarebbe cresciuto apprendendo che – per la legge rabbinica – essi erano degni, in quanto cristiani, della pena di morte.
Sì, avete letto bene. Ancora nel 1994, si può infatti leggere in un libro ebraico (Alan Unterman,Dizionario di usi e leggende ebraiche, Laterza, 1994) quanto segue: “se i gentili trasgrediscono queste leggi [noachidi] potrebbero in teoria essere puniti con la pena di morte” (p. 211). Ora, la prima di queste leggi, lo abbiamo visto, è contro l’idolatria, e “la deificazione di Gesù viene considerata dagli ebrei come idolatria” (p. 120); “Maimonide affermava esplicitamente che la divinizzazione di Gesù era idolatra ( …) Anche quei rabbini che non consideravano proibito ai gentili il culto combinato (shituf) di Gesù e di Dio Padre, non avevano dubbi nel ritenere che per gli ebrei la conversione al cristianesimo significava sottostare all’idolatria” (p. 140). Come il lettore può constatare, Unterman presenta la stessa dottrina del Rav Di Segni, con la sola differenza che specifica quanto Di Segni prudentemente omette, ovverosia che “in teoria” “potrebbero essere puniti con la pena di morte” tutti gli ebrei convertiti al cristianesimo e, secondo la principale autorità ebraica, Maimonide, con la maggioranza dei dottori, anche i cristiani non ebrei (2).
Secondo la dottrina di Maimonide quindi, almeno in teoria, tutti i cristiani, assieme ai politeisti di ogni genere, dovrebbero esse-re messi a morte. Capiamo come lo sterminio di qualche miliardo di persone sollevi problemi pratici talmente grandi da rendere il precetto rabbinico – almeno nella sua integrità – puramente teorico…
La proposta di Rav Di Segni
È evidente che – pur non parlando chiaro sul tema della pena di morte per gli ebrei convertiti e per i cristiani – il Rabbino Di Segni ha sufficientemente parlato chiaro per creare “non poco imbarazzo negli ascoltatori” cristiani, incapaci di esprimere “validi commenti” (Shalom, cit., p. 1). Fine del dia-logo “ebraico-cristiano”, quindi? Non è questa l’intenzione del Rabbino.
Di Segni, infatti, fa una proposta. La con-versione degli ebrei al cristianesimo preconizzata da San Paolo (pardon: “Saul di Tarso”) oppure quella dei gentili al monoteismo ebraico invocata da Maimonide (a seconda dei… punti di vista) non è esclusa da Di Segni, ma è rinviata alle calende greche, o meglio ai “tempi lunghi e incontrollabili” dell’escatologia. E nel frattempo? Aspettando il Messia, ebrei e cristiani dovrebbero studiare la possibilità di una (difficile) evoluzione reciproca della propria teologia.
Il primo passo spetta ai cristiani. “I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei, in virtù della loro elezione originale ed irrevocabile, e del possesso e dell’osservanza della Torà, possiedono una loro via autonoma, piena e speciale verso la salvezza che non ha bisogno di Gesù”.
Contro la pretesa di Di Segni, si ergono invalicabili le parole che San Pietro rivolse proprio alle autorità ebraiche a Gerusalemme, dopo aver guarito miracolosamente uno storpio: “Capi del popolo e anziani, vogliate ascoltare. Poiché oggi ci si interroga su di un beneficio a un uomo infermo, per sapere in qual modo si sia guarito, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele, che in nome del Nostro Signore Gesù Cristo Nazareno, crocifisso da voi e resuscitato da Dio, per Lui questo è innanzi a voi sano. Questa è la pietra, da voi edificatori sprezzata, che è divenuta pietra angolare. E in nessun altro è salute; perché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci di essere salvi” (Atti, IV, 8-12).
Di Segni sa di chiedere ai cristiani l’impossibile, ed è per questo che lo chiede. Ammettere che un uomo solo, un’anima sola non ha bisogno di Gesù vuol dire rinunciare a Gesù. Di Segni avrebbe così ottenuto dai cristiani l’implicita smentita della (da lui) aborrita divinità di Gesù Cristo (3).
Cosa concederebbero gli Ebrei ai cristiani, in cambio di questo rinnegamento di Gesù Cristo? “Da parte ebraica a questo movimento dovrebbe corrispondere l’affermazione del principio che la fede in Gesù [non più salvatore di tutti gli uomini!] non sia incompatibile, (beninteso per i cristiani, non per gli ebrei) con il culto del Dio unico. Principio che è accettato in tradizioni autorevoli dell’ebraismo, ma che dovrebbe diventare prevalente e maggioritario [per cui il principio ora prevalente e maggioritario è quello che i cristiani sono idolatri! n.d.a.]”. In altri termini: se ammettiamo che gli Ebrei non hanno bisogno di Gesù Cristo, forse gli Ebrei ci concederanno la patente di “monoteisti”. (Fermo restando che il caso della conversione di un ebreo al cristianesimo resterà un caso d’idolatria).
Se i cristiani diventano Noachidi
La bontà di Riccardo Di Segni si spingerebbe quindi fino alla cancellazione della pena di morte verso i cristiani riveduti e corretti. Il nuovo cristianesimo non sarebbe più idolatra, ma monoteista, fedele alle leggi Noachidi. Come l’Arianesimo, che cancellò la divinità di Gesù, non più Dio ma primo tra le creature. Come l’Islam, che cancellò la divinità di Gesù, non più Dio ma penultimo dei profeti. Come la Massoneria, che alla Trinità sostituisce il deista Grande Architetto dell’Universo. Non a caso, la seconda edizione del Book of Constitutions della Massoneria: “A Mason is obliged by his tenore to observe the moral law as a true Noachida”. Il massone è un vero Noachita. Il cristiano cha accettasse la proposta di Di Segni, diventerebbe un vero noachita. Un vero massone?
Zolli o Di Segni. La scelta s’impone
Il Rabbino Di Segni, del quale ho fedelmente riferito il pensiero, è Rabbino Capo di Roma. Proprio in questi giorni è uscita, per le edizioni San Paolo, la traduzione ita-liana del libro di Judith Cabaud, ebrea americana convertita al cattolicesimo, la vita di Israel Zolli, Il rabbino che si arrese a Cristo.Rabbino Capo di Roma, Zolli volle essere battezzato col nome di Eugenio in onore di Pio XII; quando don Nitoglia, del nostro Istituto, ne scrisse una breve biografia (‘), la pubblicazione di un libro analogo da parte di una grande casa editrice cattolica era, dopo il Concilio, impensabile. Oggi, l’impensabile si è realizzato. Ma i cardinali presenti al discorso del successore di Zolli a Roma, il Rabbino Di Segni, hanno taciuto. È stato chiesto a delle personalità del cattolicesimo di sottoscrivere un appello che così terminava:
“In particolare i firmatari chiedono di rispondere chiaramente al Rabbino capo di Roma a proposito della necessità — per tutti gli uomini, inclusi gli Ebrei — di credere in Gesù Cristo, secondo le parole rivolte da Pietro ai rappresentanti del Sinedrio: ‘sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele, che in nome del nostro Signore Gesù Cristo Nazareno, crocifisso da voi e risuscitato da Dio, per lui questo [uomo] è innanzi a voi sano. Questa è la pietra da voi edificatori sprezzata, che è divenuta pietra angolare. E in nessun altro è salute; perché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci di essere salvati” (Atti degli Apostoli, IV,10-12)”.
Nessuno ha voluto sottoscrivere questo appello.
Lo facciamo allora noi, chiedendo a tutti i battezzati, e specialmente a chi — con le sue parole o col suo silenzio — ha potuto far credere alla possibilità di un’adesione alla proposta del Rabbino Di Segni, “di parlare chiaro” e di testimoniare pubblicamente la fede nella divinità di Gesù Cristo. Che scelgano, infine, tra la conversione degli Ebrei a Cristo e l’apostasia dei cristiani chiesta dagli Ebrei. Tra Zolli e Di Segni.
Note
1) R. Di Segni, Il vangelo del Ghetto, Newton Compton Editori Roma 1985; Don Curzio Nitoglia, Le Toledoth Jeshu L’antivangelo Ebraico, In Sodalitium N. 47 Pp 13-22.
2) Al proposito si può leggere con profitto Israel Shahak, Storia ebraica e giudaismo, C.L.S. Verrua Savoia 1997 specialmente le pp. 194-196 e I.B. Pranaitis I segreti della dottrina rabbinica.
3) Speranza folle, quella di Di Segni. Certo, a causa delle promesse divine: “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”. Ma — umanamente — non così folle. Il “magistero” post-conciliare di Giovanni Paolo II ha già riconosciuto l’irrevocabilità della elezione divina degli ebrei, e dell’Antica Alleanza. Il cardinale Lustiger, che secondo la dottrina rabbinica meriterebbe certamente la morte se fosse dimostrata la sincerità della sua conversione, ha espresso una posizione non troppo dissimile da quella richiesta dal rabbino: “sia la fede giudaica, sia la fede cristiana sono una chiamata di Dio. La vocazione di Israele è di portare la luce ai goym (…) credo che il cristianesimo sia una maniera per arrivarci” Agence Télegraphique juive, bulletin n. 2649 4-2-1981.
4) Don Nitoglia, Dalla Sinagoga alla chiesa, le conversioni di Edgardo Mortara, Giuseppe Stanislao Coen ed Eugenio Zolfi, C.L.S. Verrua Savoia 1998.

