Il Cuore di Gesù e la beatitudine del dolore
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n.46/26 del 2 giugno 2026, San Marcellino
Il Cuore di Gesù e la beatitudine del dolore
La devozione salesiana al Sacro Cuore di Gesù: articolo pubblicato dal Bollettino Salesiano, Anno X, N. 9, Settembre 1886.
Il dolore fu già detto il tormento dell’intelletto e lo scandalo del cuore. E certo non senza giusto motivo, ove si prescinda dalla fede. Imperocché esso, posto il peccato, mentre nella natura e nella destinazione sua è per la ragion nostra un profondo mistero, riesce poi un argomento di contraddizione, un oggetto di abominio al nostro cuore, che trascinato violentemente alla gioia, al piacere, non sa acconciarvisi, resiste e vi si ribella. Di qui si comprende come fuori del Cristianesimo, presso gli antichi come presso i moderni pagani, il dolore sia divenuto sinonimo di colpa, e gli infelici accomunati coi malvagi, anzi posti al disotto di essi. Si comprende come, mentre il paganesimo ebbe divinità protettrici per ogni più vile cosa e per ogni delitto, gl’infelici soltanto rimanessero senza un nume particolare che li proteggesse. Quel bravo che il mondo vecchio e nuovo dei gaudenti manda ai forti, ai fortunati; quella bestemmia del tragico greco che agl’infelici è necessità essere malvagi (Sofocle nell’Elettra); quella riabilitazione della materia, quella ripristinazione del gentilesimo con tutti i suoi riti, le sue sozzure, i suoi vituperi, di cui ci dànno lurido spettacolo i moderni filosofi del gaudio sociale, che pretendono all’abolizione del dolore, han la loro spiegazione nella natura umana guasta dal peccato e non illuminata dalla fede. Povera umanità, se non trovava chi la sollevasse da questa deplorevole condizione’
Ma ecco cambiarsi ad un tratto la scena delle cose; quegl’ infelici, quei sofferenti sorgono a nuova vita, riacquistano i loro diritti, pigliano anzi un posto d’onore nel consorzio sociale. Oh! Viva il Cuor di Gesù, che ha operato questo miracoloso cambiamento; sì, di Gesù, che dopo aver nella sua vita fatto dei tribolati d’ ogni genere i suoi più cari amici, e largheggiato con loro di, particolare benevolenza, volle ancora prima di dipartirsene lasciarci della condizione loro un grande concetto, un’alta stima coli’ insegnare a tutto il mondo una beatitudine nuova, quella cioè del dolore.
Oh ! vedetelo là su quel monte, da cui doveva venire la legge tutta soavità ed amore della nuova alleanza, vedetelo, dopoché ebbe dichiarati beati i poveri di spirito e beati i mansueti, trarre ancora dal suo cuore amabilissimo la parola consolante che doveva riabilitare, santificare il dolore: “Beati quei che piangono, perché questi saranno consolati”.
E chi potrebbe dire gli effetti straordinari, le conseguenze felici che operò nell’universo intero questa parola di beatitudine pronunciata allora da Gesù? Certo il dolore cristiano, il dolore, cioè, santificato da un dolore divino e liberamente accettato, è divenuto dopo il peccato uno dei più potenti mezzi di espiazione e di miglioramento morale che noi abbiamo, sicché per esso l’uomo si monda della colpa, si ritempra a più pura vita e si abilita ad entrar nuovamente in pace con se stesso e col suo Dio per poter essere beato.
Né questo solo, ma il dolore è anche per sua natura un germe fecondo di fortezza ed una causa efficacissima di grandi e meritorie azioni. “Me infelice – esclamava piangendo l’Apostolo Paolo – vedo in questo corpo di morte una legge che si oppone alla legge della mia mente e minaccia di farmi a sé schiavo”. Ed in questo dolore, in questa lotta quotidiana travagliosa attingeva quella fortezza, quell’eroismo, che fece di lui uno dei più efficaci strumenti alla propagazione del Regno di Gesù Cristo. Certo l’uomo, soffrendo e lottando, s’ingagliardisce di carattere, vince quello smodato timore dei patimenti, che ci rende talvolta così fiacchi, inerti e disutili, allontana quella sete febbrile di godere che cagiona tanto guasto ai costumi degli individui e tanta rovina al benessere delle nazioni, e compie meravigliose prove di valore, creando nell’ordine intellettuale le arti e la civiltà, come nell’ordine morale quei prodigi di virtù e di santità, che saranno sempre la gloria più bella e più pura dell’umanità. “Che vi ha su la terra di veramente grande – esclama il principe dei nostri conferenzieri – che non implichi stento, prova e tenzone?” E senza tenzone, dove gli eroi? Oh! eroi del cristiano martirio e dell’antica civiltà, che direte di noi avidi di pompeggiar nell’arena, troncati di nervi e nulli di esperimento che ci agguerrisca?
Né qui finisce la virtù meravigliosa del dolore, beatificato dal Cuor di Gesù, poiché non solo gli individui in particolare, ma la società in genere tutta quanta ebbe dalla sapienza tenerissima di lui un nuovo assetto, un nuovo ordinamento più conforme a giustizia e carità, largo ed esteso da accogliervi tutti senza distinzione. Le antiche società, le società pagane non erano che una lega di pochi forti ed audaci contro una grande maggioranza di deboli e paurosi; avevano quindi una base ristretta, esclusiva, egoistica. A persuadercene basta dare uno sguardo alla storia antica. Non esclusa neppur quella della società romana, che pure fu indubitatamente, se non la migliore, certo la men cattiva e la più estesa. Or Gesù, proclamando beati i poveri e gli afflitti, che costituiscono più del novanta per cento del genere umano, fondò e benedisse con ciò stesso una società nuova, divinamente solida nella sua base ed universale nella sua estensione, una società in cui avessero posto tutti quanti gli uomini del mondo, collocandovi primi quelli che fino allora erano posti gli ultimi. Ben a ragione, quindi, osserva uno scrittore altrettanto pio quanto dotto, che in queste poche parole di Gesù è una nobilissima filosofia, è un codice morale semplice ed umile, ma bastante a salvare il genere umano; in queste poche parole tutta la legge del Sinai è compendiata ed elevata ad un’altissima perfezione, tanto che si può dire con razione che sul Sinai fu data la parola della legge, nel monte delle beatitudini ne fu svelato lo spirito e raggiunta la perfezione.
Or di qui apparisce, o benemeriti Cooperatori e Cooperatrici, quanto grande sia la gratitudine che dobbiamo al Cuor di Gesù, da cui ci vengono tutti questi beni individuali e sociali, e come tutti, ma particolarmente i sofferenti, gli afflitti, gl’ infelici debbano raddoppiar di amore verso di Lui, e di zelo nel farne conoscere la potenza e propagarne la divozione. E poiché questa divozione riceve per così dire la sua consacrazione, la sua forma stabile e perenne in quel tempio, che sorge colà sull’Esquilino nella Roma del Sacro Cuore, oh! là pure s’indirizzino i nostri pensieri, i nostri voti nel terminar di quest’anno, affrettando con la preghiera e la limosina il giorno fortunato della consacrazione di quel monumento di riparazione, d’amore e di fede. La vostra carità sarà, certo, largamente ricompensata dal Cuore di Gesù, che ha assicurato ai suoi devoti un torrente di caste delizie, in questa vita, e le consolazioni celesti in quella patria, dove non sarà più mai né pianto, né dolore.
Fonte: https://www.infoans.org/index.php?option=com_k2&view=item&id=24715

