2026 Comunicati  09 / 06 / 2026

Don Giacomo Margotti e il conte di Cavour


Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n.49/26 del 9 giugno 2026, Santi Primo e Feliciano

Don Giacomo Margotti e il conte di Cavour

Recentemente il Grande Oriente d’Italia ha celebrato l’anniversario della morte di Camillo Benso, conte di Cavour. Come contributo al ricordo di uno dei principali artefici del risorgimento segnaliamo due articoli di don Giacomo Margotti (Sanremo 1823 – Torino 1887) fondatore de “L’Armonia” e poi direttore de “l’Unità Cattolica”. I testi sono tratti dalle sue “Memorie per la storia dei nostri tempi”, ripubblicate nel 2013 dalle Edizioni Ares, e trascritti dal sito “Eleaml” https://www.nazionali.org/index.html
 
Anniversari, 165 anni fa passava all’Oriente Eterno Camillo Benso, conte di Cavour, tra i principali artefici dell’unità d’Italia
https://www.grandeoriente.it/anniversari-165-anni-fa-passava-alloriente-eterno-camillo-benso-conte-di-cavour-tra-i-principali-artefici-dellunita-ditalia/

LA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR (Dall’Armonia, n. 411, 21 maggio 1856).

Non è tanto facile definire la politica del nostro Presidente del ministero; non già ch’egli appartenga a que’ caratteri serii, taciturni, che pensano assai e parlano pochissimo; ma perché il conte di Cavour parla troppo, parla sempre, gira come un arcolaio, discorrendo diversamente, secondo i tempi, i luoghi, le persone; talché tutti credono d’averlo con lui, ed egli non è con nessuno ma solo con se stesso, e per se stesso.
Per indovinare ad ogni modo taluno de’ suoi disegni, l’unico spediente è di chiederne a’ suoi più intimi amici, a’ quali avrà detto il suo cuore, se non per averne consiglio, almeno per implorarne soccorso. E tra gli intimi amici di Sua Eccellenza stanno oggidì i Russi, essendo egli carne ed unghia con Orloff, e tutto pieno d’ammirazione e d’affetto pel liberalismo e per la civiltà dei Tomanoff.
Laonde noi pensiamo che il giornale di Brusselle, il Nord, sia quello più addentro ne’ recessi dell’animo del nostro ministro, e tra l’Espero, l’Opinione e il Risorgimento, figuri come il maggiordomo, sebbene egli faccia il mestiere con una dignità che salva l’onoratezza della stampa periodica. Rivolgiamoci dunque a costui. — Signor Nord di Brusselle, quale è la politica del conte di Cavour? Dove egli mai vuoi condurre il Piemonte? Che cosa pensa per ora? Che cosa desidera? Qual è il suo programma?
Il Nord ei rispondo nel suo n° 137 del 16 di maggio in una corrispondenza di Parigi, che porta la data del 14: le conversazioni frequenti e facili tenute dal conte di Cavour, durante i suoi due soggiorni in Parigi, possono servire di complemento ai discorsi ch’egli ha pronunziati in Torino. Chiedendo la secolarizzazione delle Legazioni, e la loro separazione amministrativa dalla Corte di Roma, il signor di Cavour ha francamente espresso la speranza, che la pratica di questo sistema condurrebbe all’indipendenza delle Legazioni, e forse più tardi alla loro annessione al Piemonte. Rigettando ogni intervento straniero in Italia, il conte di Cavour Vuoi riservare al Piemonte, come Potenza Italiana, il solo diritto d’intervenire per mantenere l’ordine ne’ diversi Stati Italiani. Non più Papa in Italia, essendo un ostacolo insormontabile all’opera dell’unità italiana; tale è il vero scopo della politica confessata dal conte di Cavour a’ suoi intimi. Rimane a sapere, dove il primo ministro sardo intenda di mettere il Papa. Il signor di Cavour non ha ancora aperto l’animo suo su questa questione.
Ed eccovi chiaro e netto il programma politico di S. E., quale almeno lo manifestò a Parigi: 1° secolarizzazione delle Legazioni; 2° le Legazioni tolte al Papa; 3° le Legazioni date al Piemonte; 4° il Papa fuori d’Italia; 5° fuori d’Italia tutti gli altri Principi; 6° l’unità italiana e il solo conte di Cavour, che comanda a bacchetta nella Penisola. Due parole su ciascuno di questi sei punti.
Secolarizzazione delle legazioni. Il conte di Cavour, rispondendo nella Camera dei Deputati al conte della Margherita, protestava, il 6 di maggio, che, volendo migliorare il governo degli Stati Pontifici, era mosso da affetto alla religione: «A parer mio, il trattare questa questione non può fare danno alla religione, debbe anzi giovarla assai, poiché avrebbe molto a guadagnare se la condizione dei popoli venisse qualche poco migliorata.
Ma il Nord ci dice, che in questo progetto gatta ci cova; e che non sarebbe che il principio d’una rivoluzione; di fatto Cavour non rispose a Brofferio quando l’interrogò: «perché nelle Legazioni soltanto e non in tutto il Romano Stato? Quando poi nel Senato del Regno Massimo d’Azeglio osservò a Sua Eccellenza, che il progetto contenuto nella famosa Nota verbale non bastava, e dicevagli: i soli ‘principii d’una buona politica sono il vero ed il giusto; Sua Eccellenza gli rispose, che pei tempi presenti non si potea proporre di più colla speranza di riuscita. Ad altri tempi adunque rimandava il Conte i suoi finali disegni.
Le legazioni tolte al Papa, e La scala del progresso è lunga; vuolsi tempo e pazienza per salirne a capo. Il mezzo di andare più presto è di non varcare più d’uno scalino per volta»: scriveva Mazzini a’ suoi nell’ottobre del 1846. Camillo Cavour ha raccolto l’ammonimento.
Per ora si contenta del primo scalino, secolarizzando le Legazioni. Ma dopo viene subito il secondo scalino, che è le Legazioni tolte al Papa. Roma non si è fabbricata tutta in una volta, dice il proverbio. Roma non si può distruggere tutta in una volta, dice il conte di Cavour. E volete che il Papa acconsenta al vostro progetto? Volete che accordi ciò che dee servire per spogliarlo? Mai più, mai più.
Le legazioni date al Piemonte. Ecco il terzo scalino. La politica moderna consiste nel gran principio: levati di li che mi ci metta io. Per questa ragione Camillo Cavour si opponeva nel 1848 e 1849 ai democratici; e per questa ragione medesima oggidì si oppone al Papa. Egli vorrebbe spiccar un salto ed andare a comandare nelle Legazioni. Ma vuoi fare il passo più lungo della gamba, e corre rischio di qualche capitombolo. Casa di Savoia non si potè mai ingrandire a questo modo. Nemmeno il primo Napoleone potè conservare le Legazioni tolte al Papa. E potrà conquistarle il conte di Cavour, che è qualche cosa di meno?
Papa fuori d’Italia. Ad una ad una, diceva colui che ferrava le oche. Secolarizzate le Legazioni, Sua Eccellenza vuole secolarizzare il Papa e mandarlo a Gerusalemme. Questo è lo scopo finale: ed ebbe l’imprudenza di dirlo a Parigi, e permettere che giungesse fino agli orecchi del Nord. Ma Napoleone non potè scacciare il Papa dall’Italia colla forza delle armi, né Mazzini colla forza del delitto; e Cavour non ci riuscirà colla sua furberia. Vedremo fuori d’Italia il ministro piemontese, ma il Papa vi starà in eterno. Se per mantenervelo saranno necessarii miracoli, anche questi si avranno dalla Provvidenza. Da questo lato noi siamo sicuri; e ridiamo di tutte le Note verbali.
Fuori d’Italia tutti gli altri Principi. Siamo ben presto a capo della scala. L’unità italiana vuole un principe solo. Dunque la cacciata del Papa non basta. Debbono tenergli dietro il Re di Napoli, il Granduca di Toscana, gli altri Ducihi e l’Austria. Il conte di Cavour si ha fitto in testa di licenziarli tutti con una Nota verbale. Egli spera molto nel parlamentarismo, e nella forza delle parole. Ma dobbiamo noi chiamarlo o ridicolo, o tristo? Dobbiamo burlarci delle sue smargiassate, o deplorare i suoi traviamenti?
Le nespole matureranno e vedremo. In Roma vi sono due statue, quella di S. Pietro, e l’altra di S. Paolo. La prima tiene in mano le chiavi, e vi sta scritto: Hinc humilibus venia. La seconda impugna la spada, e la leggenda dice: Hinc retribuito superbia. Chi non volle il perdono riservato agli umili, avrà la vendetta che tocca ai superbi. Quella spada fermò i barbari, rintuzzò gl’imperatori germanici, confuse i conquistatori; e non è ancora spuntata. A suo tempo farà vedere anche al conte di Cavour quanto sia duro cozzar con Dio.

IL CONTE DI CAVOUR DIPINTO DA’ SUOI COLLEGHI
Siccome in queste Memorie s’incontra soventi volte il nome di Camillo Cavour, così, prima d’andare innanzi, stimiamo ben atto di scrivere poche parole sul suo conto. E quantunque egli sia morto, e le opere sue e la sua persona appartengano interamente alla storia, tuttavia ci restringeremo a dipingere il conte di Cavour colle testimonianze de’ suoi medesimi colleghi.
Il conte di Cavour fu per dodici anni un cospiratore. Questa sentenza uscì dalla medesima sua bocca nella Camera dei Deputati, il 27 marzo del 1861.11 deputato Giuseppe Ferrari, il 26 di marzo alludendo al conte di Cavour, avea detto: Non critico i cospiratori che hanno sfidato le atroci polizie dei cessati governi, e non intendo neppur di biasimare chi si associa loro anche dal seggio di una presidenza ((5))». Il giorno dopo il Conte di Cavour rispose così: «L’onorevole deputato Ferrari ha voluto farmi l’onore di annoverarmi fra i cospiratori, lo ne lo ringrazio e colgo quest’occasione per dichiarare alla Camera che fui per dodici anni cospiratore ((6))».
Marco Minghetti ha dichiarato poi parimente nella Camera che il conte di Cavour era il primo rivoluzionario, e il 27 di giugno 1860 così rispondeva al deputato Ferrari: «Quando l’onorevole Ferrari ci gridava: siate rivoluzionarii, io mi sentiva tentato di rispondergli: ma lo siamo tutti e il conte di Cavour pel primo ((7))». La quale sentenza fu tosto approvata e confermata da Carlo Luigi Farini, che il 29 di giugno del 1860, ripigliò: t Io credo potersi affermare come diceva il mio onorevole amico, il deputato Minghetti, che qui siamo tutti, o quasi tutti rivoluzionarii ((8))».
La prima cospirazione del conte di Cavour fu d’intrudersi destramente nel ministero (faufiler droitement) ((9)). Vincenzo Gioberti pronunziò che nell’indirizzo politico dato dal conte Cavour alle cose piemontesi, mi par d’avvisare…. uno dei maggiori pericoli che sovrastino alla monarchia ((10))». Lo stesso Gioberti chiamava il Cavour «pei sensi, gli istinti, le cognizioni quasi estrano da Italia, anglico nelle idee, gallico nella lingua».
La Gazzetta del Popolo lo derideva, dicendolo in italiano Caburro, in inglese Keveur ((11)).
Sineo nella Camera dei Deputati accusò il conte di Cavour d’un tratto delitto, «n’ebbe un lei mente per sola risposta. Avigdor lo punse in altro modo, e sfidaronsi a duello amendue. Qualche giornale venne fuori coi Molini di Collegno, appuntandolo di fatti intorno a cui i nemici medesimi del conte di Cavour furono i primi a dichiararlo innocente. Una bella «era il popolo sovrano lo prese a fischi ed a sassate. A Tortona un poeta democratico, Eugenio Bianchi lo chiamò novello Nerone. E il deputato Boggio scrisse che il conte di Cavour dopo d’essersi servito degli amici gettava lungi da se come aranci spremuti.
Angelo Brofferio nel Diritto ((12)) pubblicò un appendice dove dipinse fra le altre virtù del conte Cavour la sua portentosa scienza economica, e Egli esordì, così Brofferio, spacciandosi grande finanziere, e promettendo ai Piemontesi il ristauro delle desolate finanze. Per rimetter sangue nelle vuote vene del pubblico erario, che cosa trovò egli di nuovo? Qual peregrina invenzione scaturì dal suo cervello? Per versar danaro nelle casse dello Stato egli studiò di pigliarlo nelle tasche dei contribuenti: tasse oggi, tasse domani, tasse dopo domani! Ecco la sua grande scoperta! ed era proprio il caso di dirgli, come taluno gli disse in Parlamento, che qualunque semplice mortale avrebbe saputo Aire altrettanto.
«Ma da questo sterminio di tributi, sotto il peso dei quali ha incurvato le spalle il povero Piemonte, ne risultò almeno la promessa ristaurazione?
«Il conte Cavour, in una ben nota relazione disse che le finanze erano quasi restaurate, manco male che c’era un quasi ma fatto sta che anche il guasterà di troppo, e che le rabbiose imposizioni cavouriane sono come erano ieri, e come immancabilmente, se non un po’ peggio, saranno domani.
«E perché ciò? perché le imposte del signor Conte voglionsi dividere in tre classi: la prima contiene le imposte che si poterono mai eseguire, come, per esempio, quella delle gabelle esercitate dai muhicipii; la seconda entra nel novero di quelle che si eseguirono e non produssero mai altro che tormentose molestie, come l’imposta sulle successioni, colla tortura dei debiti ereditari: la terza e di quelle che si eseguiscono e producono, ma lasciano per via più che due terzi del prodotto nelle unghie degli esattori ed altri uccellacci di rapina della medesima specie. Tali sono le glorie finanziarie del conte di Cavour, che fu proclamato un economista senza pari, un finanziere per eccellenza, un nuovo Bastiat, un altro illustre Cobden!
Nel gennaio del 1862 il professore Domenico Berti pubblicava uno scritto intitolato Lettere inedite del conte di Cavour ((13)), e da questo leveremo i seguenti particolari. Il professore Berti esordisce con una raccolta d’epigrammi tolti dalle lettere o da’ discorsi del conte di Cavour. Ecco il primo riferito colle parole del professore Berti: Mentre (il conte di Cavour) era al Congresso di Parigi, vennegli fatto dall’Imperatore il presente di un bellissimo vaso di porcellana di Sèvres: egli nel darne contezza al suo collega ministro sopra l’interno, aggiunge — Se X lo sa (ed era questi un deputato), povero me, mi accuserà d’aver venduto l’Italia». Cotesto poteva essere un’epigramma nel 1856, ma dopo la cessione della Savoia e della Contea di Nizza non lo pare più!
Ecco un altro epigramma del conte di Cavour raccolto in sull’esordio dal professore Berti: «Dopo la presa di Sebastopoli esortava il suo collega a far cantare il Te Deum se non altro per aver il piacere di far fare delle brutte smorfie a’ nostri canonici» (Rivisita pag. 4). Ognun vede quanto sale ci fosse in queste parole, quanta bontà, quanta religione, quanto rispetto per la Chiesa e pe’ sacerdoti! Almeno sappiamo, perché talvolta i ministri usano alle chiese e chiedono la funzioni religiose!
Raccoglieremo un terzo epigramma, che servirà d’indovinello ai nostri lettori. Il conte di Cavour annunziava; «Scrivo una lettera studiatamente impertinente ad un nostro collega, per non avergli a dire in faccia: andatevene, siete incapace di fare il ministro» e la scriveva, soggiunge il professore Berti, senza frapporre indugio e scuse, e senza moderare la frase. Ai rimproveri che gli venivano d’altro suo collega su di ciò rispondeva: «Ho caricato un po’ troppo, me ne duole, gli riscriverò, non per ritenerlo, ma per placarlo» (Rivista, pag. 7). Ora indovinino i nostri lettori chi fosse questo ministro, che venne cosi gentilmente espulso dal ministero! Noi crediamo d’averlo indovinato. Il Berti nota ohe sono cinquanta e più i colleghi, che entrati con lui (Cavour) al ministero, o da lui si congedarono, o furono congedati (Rivista, p. 8).
Celebrata la vena epigrammatica del conte di Cavour, il Berti passa a raccontare i tratti del suo coraggio: «Un giorno nella Camera, quando ancora non aveva acquistato quella supremazia, per cui comandava il silenzio agli amici ed agli avversarii, le tribune lo interruppero coi fischi. Quanto a me i fischi non mi muovono punto: io li disprezzo altamente, e proseguo senza darmene cura, lo ho ascoltato religiosamente il deputato Brofferio, quantunque non professi le sue dottrine; ora ringrazio, non le tribune, di cui non mi curo, ma la Camera e la parte che mi siede a fronte della benigna e attenzione, che ha prestato alle mie risposte». Queste parole che servivano al conte di Cavour per disprezzare certi fischi delle tribune, serviranno per noi affine di giudicare egualmente certi applausi.
Un altro tratto di coraggio del conte di Cavour è questo: «Gli era venuta per lettera da Ginevra che la polizia di quella città avea denunziato al nostro console essersi in una congrega colà tenuta divisato il suo assassinio. Egli senza punto turbarsi scrive al suo amico: «Mi rido della notizia che mi vien t data, giacché se morissi sotto i colpi di uri sicario, morirei forse nel punto il più opportuno della mia carriera politica». E se la notizia è vera prova che l’assassinio del conte di Cavour non si divisava a Roma, ma a Ginevra, ed è una circostanza da tenersene conto.
Il professore Berti a pag. 10 avverte che fin dal 1848 il conte Cavour scriveva contro la Giovine tolta, scriveva in francese e chiamava le sue dottrine les doctrines subversives de la Jeune Italie, ed aggiungeva non esservi in Italia qu’un très petit nombre de personnes sérieusement disposée» a metterne in pratica gli esaltati principii. E chi avrebbe pensato che tra questo piccolissimo numero sarebbesi trovato di poi lo stesso conte di Cavour! Imperocché, quanto oggi vediamo avvenire in Italia è proprio alla lettera ciò che insegnava e divisava Giuseppe Mazzini.
Siccome spesso il conte di Cavour parlava contro i clericali, così è utile sapere che cosa intendesse sotto questo nome. Ce lo dirà il professore Berti: — Un giorno che nella Camera l’avvocato Brofferio discorrendo contro la parte clericale, asseriva che non volevasi quella confondere colla Chiesa, rispondeva il conte di Cavour le seguenti parole: «Se il partito clericale consta di tutti i sacerdoti che sono racchiusi nei chiostri e frequentano le Sacrestie, dove e avremo noi da cercare quei pochi, quegli eletti che rappresentano quella morale cristiana, di cui ha così eloquentemente parlato l’onorevole oratore? Io veramente non saprei dove trovarli, a meno che egli volesse indicarci quei pochi sacerdoti che disertati i templi ed abbandonati gli ufficii del pio ministero, credettero campo più opportuno per esercitare il loro nuovo apostolato nei circoli politici ed i convegni sulle piazze (Rumori ed agitazione a sinistra), o che egli volesse indicare come nuovi modelli di questo spirito evangelico, di questa carità cristiana quei pochi che seco lui associarono i loro sforzi per mantenere costantemente un centro di agitazione nella città di Torino (Bisbiglio alla sinistra). Se ciò fosse, io dichiarerei senza esitazione all’onorevole deputato Brofferio, che i miei amici politici ed io intendiamo ben altrimenti lo spirito di religione e di morale cristiana».
Le quali parole contraddette poi da altre parole e da molti fatti, noi vogliamo dedicate a quei pochi sacerdoti, che danno tanto scandalo in Italia, ed anche a colui che forse fu comperato a danari contanti dallo stesso conte di Cavour!
Giunto a questo punto il professore Berti viene a dirci che il conte di Cavour avea due avversari da combattere, il Papa e l’Austria. È la formola del Mazzini che dichiarava guerra al Papa ed all’Imperatore! Cavour in un brano di lettera confidenziale diceva: «Se noi ci mettiamo in relazione diretta con Roma, e roviniamo da capo a fondo l’edificio politico che da otto anni duriamo tanta «fatica ad innalzare. Non è possibile il conservare là nostra influenza in Italia, «seveniamo a patti col Pontefice ((14))». Ed in un’altra lettera soggiungeva: Se l’attuale nostra politica liberale italiana riuscisse pericolosa e sterile, allora il Re ‘potrà, mutando ministri, avvicinarsi al Papa ed all’Austria, ma «fintantoché facciamo Memorandum e Note sul mal governo degli Stati del «Pontefice, non è possibile il negoziare con lui con probabilità di buon successo. Ed un giorno il conte di Cavour diceva, come attesta il professore Berti: «L’Austria è d’uopo combatterla così in Venezia ed in Milano, come in Bologna ed in Roma ((15))».
Le quali cose furono svolte dal conte di Cavour nel suo Memorandum alla Prussia ed all’Inghilterra in cui protestava che gli Italiani volevano combattere l’Austria, perché» aveva riconosciuto i diritti della Chiesa col Concordato le mostrava che la guerra divisata da lui e da’ suoi era principalmente contro il Papa. Imperocché l’influenza austriaca in Roma non esisteva menomamente, e se qualche cosa poteva imputarsi al governo pontificio, era forse d’essere stato troppo arrendevole all’influenza francese. E questo basti per ora sul conto dì Cavour.

NOTE
(1) Storia degli Italiani, cap 168, pag. 137, cap.115, pag. 570, not.57.
(2) Du Pape, cap.12, lib, voL. i, pag. 361, Paris,1819.
(3) Vedremo più tardi la Dea Ragione proclamata in Italia da Garibaldi.
(4) La Santa Alleanza fu il ritorno ad un Vangelo protestante.
(5) (Atti Ufficiali della Camera, n. 40, pag. 144, col. 2°
(6) Atti Ufficiali detta Camera, n. 43, pag. 155, col. 1«.
(7) Atti Ufficiali della Camera, n. 108, pag. 421, col. 3«.
(8) Alti Ufficiali della Camera, n. 112, pag. 438, col. 1.
(9) Paolo Collet, Silhouette del conte di Cavour, pag. 31.
(10) Rinnovamento civile d’Italia, Vol. 15, pag. 22.
(11) Cassetta del Popolo, n. 130 del 14 novembre 1848.
(12) No 249,18 ottobre 1856.
(13) Rivista contemporanea, gennaio 1864, fascicolo XGVIII.
(14) Rivista contemporanea, pag. 12.
(15) Rivista contemporanea, pag. 13.

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