Un Natale di sangue per i cristiani in Siria

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 107/13 del 20 dicembre 2013, San Liberato

Un Natale di sangue per i cristiani in Siria

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Duemila cristiani ostaggi dei tagliagole
L’allarme arriva da Knayem, Yacoubieh e Jdeideh, tre parrocchie del fiume Oronte dove la cristianità è di casa da duemila anni.
A fare arrivare in Italia l’appello, durante una conferenza al Centro Culturale di Roma è il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. Legge una lettera inviatagli dal Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa. Scandisce gli ordini impartiti dai capi jihadisti a padre Hanna e padre Dhiya, i due francescani caduti prigionieri assieme ai fedeli di tre villaggi stretti tra la città di Idlib e la frontiera turca. «Tutte le croci debbono sparire. È proibito suonare le campane. Le donne non debbono uscire di casa senza coprirsi la faccia e i capelli. Le statue devono sparire. In caso di inadempienza, si applicherà la legge islamica. In sostanza: chi non si adegua o se ne va o viene fatto fuori». In quell’ultimo terribile aut-aut è riassunta la scelta imposta non solo ai Cristiani dell’Oronte, ma a quelli di tutta la Siria.
Padre Hanna Jallouf, il parroco di Knaye conosciuto dai fedeli come Abu Hanna, l’aveva capito da tempo. L’avevamo incontrato nel settembre 2012 al memoriale di San Paolo a Damasco. Era arrivato lì dopo un viaggio fortunoso e drammatico durato tre lunghissimi giorni. Un viaggio durante il quale aveva visto un ordigno scoppiargli a fianco dell’auto e aveva trattato passaggio e incolumità personale prima con i ribelli e poi con i militari. Ma a trattare c’era abituato. Lo faceva dall’estate del 2011 quando i ribelli erano entrati a Knaye seminando il terrore e massacrando 83 soldati governativi. È stata una strage terribile e io l’ho vista con i miei occhi. Prima hanno tagliato la testa al comandante e l’hanno issata sulla terra dell’orologio, poi ne hanno tagliate altre cinque e le hanno deposte davanti alla sede del partito. Ho visto – aveva raccontato al Giornale – cose che non dimenticherò mai, ma ho anche dovuto badare alla mia comunità. Ho incontrato il capo dei ribelli, ho negoziato, l’ho fatto salire in macchina sono andato a cercare assieme a lui i fedeli di cui avevamo perso le tracce». Padre Hanna s’era abituato a convivere con il terrore. E sapeva che al peggio non c’è limite. «Cerchiamo di restare neutrali, ma è difficile avere fiducia in loro. Non sono un esercito di liberazione, sono bande che si muovono alla rinfusa. Più parlo con loro più comprendo quanto siano pericolosi. Moltissimi sono d’ispirazione integralista, almeno il 40 per cento sono fanatici arrivati da Yemen, Iraq e Libano e finanziati da paesi stranieri. Sono la nostra più grande sventura».
Quelle parole del settembre 2012 suonano ora come una lucida profezia. Tra settembre e dicembre di quest’anno i militanti alqaidisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante hanno combattuto e messo in fuga i capi ribelli con cui padre Hanna si sforzava di trattare. Ora i nuovi arrivati, più fanatici dei fanatici, dettano legge a Knaye, Yacoubieh e Jdeideh. E con loro al potere s’è spenta anche la voce di Abu Hanna. Il suo telefono è muto da molti giorni. Così come non ci sono più notizie delle dodici suore rapite dai miliziani a Malula. Un cappa di plumbeo silenzio avvolge i villaggi cristiani dall’Oronte. Dietro a quel silenzio attendono duemila vite in pericolo. Se verranno spazzate via l’Occidente e la Cristianità perderanno le proprie radici. Nell’indifferenza pusillanime di un’Europa assente e lontana.
Il Giornale

Drammatiche testimonianze dalla Valle dell’Oronte nel nord della Siria
Le notizie che filtrano dalla Siria settentrionale negli ultimi giorni confermano il rafforzamento sul terreno delle forze islamiste venute a combattere dall’estero.
Nel Nord del Paese, sfuggito al controllo delle forze governative, si indebolisce la presenza della componente più laica antagonista al regime di Bashar al-Assad, a vantaggio degli elementi estremisti più o meno contigui ad al-Qaeda.
Testimonianze dirette provenienti dalla Valle del fiume Oronte, punteggiata di villaggi – come Knayeh, Yacoubieh, Jdeideh, Ghassanieh – fino ad oggi interamente o prevalentemente cristiani, confermano che i gruppi estremisti hanno assunto il pieno controllo del territorio e che lo governano come un «emirato».
La situazione è particolarmente desolante e pericolosa per i cristiani, ai quali è stato imposto di far sparire croci e statue e di far tacere le campane. Le donne possono presentarsi in pubblico solo a viso (o, quanto meno, a capo) coperto.
Chi contravviene alle disposizioni incorre nelle sanzioni previste dalle più rigide norme religiose musulmane. L’obiettivo sembra essere chiaro: indurre la popolazione cristiana ad andarsene. L’alternativa è restare e rischiare la pelle.
Terra Santa

Mons Jeanbart: “Strage impressionante”
È un Natale macchiato di sangue quello che la comunità cristiana siriana si appresta a vivere. Le stragi ad Aleppo di ieri, con bombardamenti che hanno provocato decine di morti, e quella ad Adra, nei pressi di Damasco, consegnano alla guerra in Siria una delle sue pagine più sanguinose.
“Una strage impressionante che macchia la festa del Natale, ormai vicina”, è il commento, rilasciato al Sir, dell’arcivescovo melchita di Aleppo, monsignor Jean-Clement Jeanbart, cui fa seguito lo sconforto del patriarca melkita, Gregorios III Laham, “per tanta violenza. Non si riesce a comprendere – dichiara al Sir il patriarca – come il mondo resti in silenzio davanti a queste brutalità. Ad Adra sono stati barbaramente uccisi lavoratori, tecnici, gente comune. Una cosa terribile”.
Tragedie che si aggiungono a quelle dei villaggi cristiani di Maalula, dove sono state rapite le monache del monastero di santa Tecla, e di Kanayé, nel Governatorato di Idlib, invaso da miliziani islamisti che terrorizzano la popolazione, minacciano di fare una strage e hanno imposto la legge islamica.
All’inizio dell’anno i “moderati” ribelli islamici dell’Esercito Siriano Libero erano penetrati in Kanayè decapitando la statua mariana nella piazza della città. Ora Kanayè (Qunaya) è passata nelle mani di un gruppo ancora più aggressivo di estremisti affiliati ad al-Qaeda.
“Il mondo non vede la sofferenza di tutto il popolo siriano e non capisco come si possa ancora armare gruppi e bande crudeli. Fino a quando il mondo resterà in silenzio?”.
Intanto per lenire le sofferenze della popolazione la Chiesa siriana sta cercando di promuovere delle azioni solidali insieme alla Caritas e Acs, Aiuto alla Chiesa che soffre, anche in vista del Natale. “Vogliamo fare un piccolo dono per tutte quelle famiglie, e sono tante, che hanno avuto vittime per la guerra al loro interno. Inoltre stiamo pensando a un regalo natalizio per tremila bambini bisognosi”.
Per domani è prevista una riunione di “tutti i patriarchi e capi delle Chiese cristiane per pregare per la pace e prepararci al Natale”. Alla vigilia di Natale e il 25 dicembre sono previste Messe in tutte le chiese ma, avverte Gregorios III Laham, “in orari diurni per evitare problemi di sicurezza ai nostri fedeli”.
Agensir