Terra Santa: la follia degli insediamenti e il muro della vergogna

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato n. 98/11 del 19 dicembre 2011, San Dario

Terra Santa: la follia degli insediamenti e il muro della vergogna

Negli ultimi giorni prima del S. Natale segnaliamo una serie di articoli relativi alla Palestina, la terra santificata da Cristo Re e profanata da false religioni e false chiese.
Iniziamo con la documentazione relativa al problema degli insediamenti sionisti nei Territori Palestinesi e alla difficile situazione che colpisce i Salesiani di Cremisan (produttori dal 1895 un famoso vino) a causa del muro israeliano.

La “follia” (voluta) di quegli insediamenti che bloccano la pace
Al di là sia delle radici storiche del loro conflitto che di ogni motivo contingente di frizione, uno dei macigni che sbarrano la strada verso una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese è quello delle colonie o insediamenti ebraici nei territori che rientrano nella competenza dell’Autorità Palestinese.

Mentre tale questione viene per lo più lasciata nell’ombra, o ridotta al dibattito tra gli insediamenti presunti legali e quelli presunti illegali, proprio nella prospettiva di una soluzione pacifica e feconda del conflitto essa deve invece venire portata alla ribalta e affrontata con la massima chiarezza. Anche a prescindere dai motivi di attrito immediato – che vanno da problemi legati alla captazione dell’acqua, all’apertura di strade a loro esclusivo servizio tracciate attraverso le campagne con tutti gli espropri e con tutto il conseguente sconvolgimento delle campagne dei Territori – la loro presenza è di per sé fonte di tensione essendo segno dell’attuale o futura pretesa di Israele di annettersi la porzione di territorio palestinese ove essi sorgono.

Quand’anche qualcuno non l’avesse capito, il che sembra francamente impossibile, a rendere chiara la cosa ci pensano i loro abitanti i quali (salvo alcune eccezioni cui accenneremo più avanti) sono di regola degli estremisti che abitano e presidiano gli insediamenti intendendoli apertamente come avamposti di una futura conquista.

Occorre in primo luogo precisare che è un falso problema quello della distinzione tra insediamenti definiti legali perché autorizzati e voluti dalle autorità israeliane, e insediamenti definiti illegali perché non autorizzati e non voluti. Gli insediamenti sono tutti illegali. A norma infatti del diritto internazionale una potenza occupante non può insediare colonie di propri cittadini in un territorio occupato. Non è cortese ricordare agli israeliani che nemmeno la Germania nazista osò farlo nei Paesi europei che aveva invaso; neanche in regioni storicamente di cultura tedesca come l’Alsazia in Francia e i Sudeti nell’allora Cecoslovacchia. Non è cortese, ma è così significativo che non lo si può tacere.

A parte alcune poche soluzioni di compromesso, nessuna pace è possibile fino a quando nel loro insieme gli insediamenti non verranno ritirati. Niente di ragionevole li può giustificare. Da una parte si deve esigere dall’Autorità Palestinese la garanzia della sicurezza di Israele, ma dall’altra si deve esigere il ritiro degli insediamenti. D’altro canto l’una cosa implica l’altra: finché restano gli insediamenti con tutte le loro conseguenze l’Autorità non può comunque giungere a un effettivo controllo del territorio che in teoria gli è affidato.

Può fare eccezione soltanto il caso, esiguo in termini di territorio ma notevole in termini di popolazione, di alcuni quartieri di pendolari impiegati a Tel Aviv e a Gerusalemme che sono stati costruiti in territorio palestinese a ridosso del frastagliato confine un tempo israelo-giordano e oggi israelo-palestinese. Quartieri peraltro in genere abitati non da “ultras” ma semplicemente da famiglie che hanno trovato conveniente andare ad abitare in posti dove le case costano molto meno. Qui converrebbe ad entrambe le parti in causa procedere a delle minori rettifiche di confine, salvo il caso (questo sì davvero complesso) dei quartieri-fortezza edificati a bella posta tra Gerusalemme e Betlemme. (…)

Fonte: Il Sussidiario

 

 

Comunicato dei Salesiani su Cremisan
In seguito ad una recente intervista dal titolo “Muro e ulivi” e trasmessa da Telepace Holy Land TV l’Ispettore Don Maurizio Spreafico desidera fare alcune precisazioni.

Betlemme, 23 novembre 2011

1) I Salesiani di Cremisan non hanno mai chiesto di “passare sotto Israele”, come invece affermato impropriamente da alcune voci.

2) L’intero percorso del Muro, incluso il tratto che interessa direttamente la proprietà di Cremisan, è stato stabilito in completa autonomia dalle autorità israeliane, malgrado il noto parere consultivo rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004. La comunità salesiana di Cremisan, vittima di una scelta imposta dalle autorità israeliane, manifestò la sua opposizione alla politica di separazione unilaterale e ribadì la propria completa estraneità alla pianificazione del tracciato del Muro con un Comunicato Stampa del 30 agosto 2007 a firma dell’allora Vicario ispettoriale don Giovanni Laconi, diffuso in tre lingue e approvato dal Patriarca e dal Nunzio.

3) Quando il Governatore israeliano, in un incontro avuto con l’economo di Cremisan il 16 febbraio 2009 a Kfar Etzion, cercò di fare pressione per avere un consenso esplicito da parte dei Salesiani di far parte di Israele, la nostra risposta fu data nei termini seguenti:

– La costruzione del Muro è una imposizione di Israele che va contro il diritto internazionale. Pertanto non intendiamo entrare in merito alla questione “Muro”, perché non ne riconosciamo la legittimità.

– Noi non abbiamo nessuna responsabilità nelle decisioni israeliane a riguardo del Muro, perché sono decisioni di carattere politico-militare: non tocca ai Salesiani entrare in tali questioni e decidere dei confini tra i due Stati.

– Se il Muro dovesse passare attraverso le nostre proprietà, allora valuteremo se e come difendere in nostri diritti come legittimi proprietari.

4) Recentemente la costruzione del Muro è passata per un lungo tratto sul confine di nostra proprietà a monte, devastando una parte considerevole del nostro terreno. Questo ha evitato che fosse danneggiato il villaggio palestinese di Wallaje. Ed ora siamo anche disposti a concedere in uso – con i dovuti permessi e contratti – delle porzioni di terreno di nostra proprietà rimaste al di là del muro a coloro che ne faranno richiesta.

5) Da quanto detto sopra, credo sia opportuno che alcune affermazioni riportate nell’intervista nei riguardi dei Salesiani di Cremisan, siano smentite.

Don Maurizio Spreafico,

Fonte: Lpj.org