Terra Santa – Commenti al “piano di pace”

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzathe-wall
Comunicato n. 10/20 del 30 gennaio 2020, Santa Martina

Terra Santa – Commenti al “piano di pace”

Segnaliamo due commenti al “piano di pace” presentato da Trump e accolto con entusiasmo da Netanyahu (dove non si fa menzione dei cristiani palestinesi), facendo nostra la domanda che conclude il secondo articolo, applicabile, per quanto riguarda gli aiuti politici e finanziari, anche alla politica italiana dove prosperano i sostenitori di Israele: “Quanti voti per Trump presidente possono spostare le organizzazioni filo-palestinesi negli Usa? Qualche decina? E quanti voti, e supporti politici e finanziari, possono invece spostare le organizzazioni pro Israele?”.

PIANO TRUMP, UNA NARRATIVA PARZIALE
Un libro di 181 pagine è una lettura impegnativa. È più che comprensibile, quindi, la tentazione di fermarsi alle figure. Ma se viene presentato addirittura come l’«accordo del secolo» forse un’occhiata un po’ più approfondita anche alle parole della presentazione del piano di pace per il Medio Oriente di Donald Trump vale la pena di darla. Perché – a mio parere – sono le parole ancora più delle mappe ad aiutare a capire dove sta il problema fondamentale di questa iniziativa.
È solo leggendo la retorica di un testo che promette di essere pragmatico ma in realtà lo è ben poco, che capisci sul serio cosa c’è che non va. Perché la sfida della pace in Medio Oriente non è solo questione di linee tracciate come confini, di insediamenti da tenere o smantellare, prerogative da riconoscere. Tutto questo è ovviamente importante, ma viene dopo. Un piano di pace si fa a partire da una narrativa, da un’idea ben precisa su che cosa c’è alla radice di un conflitto e quali contorni dovrebbe avere quella situazione che definiamo come pace. Ecco: è a questo livello che l’«accordo del secolo» mostra tutta la sua inconsistenza.
Perché parte da una narrativa a senso unico. Una narrativa che da un punto di vista storico riconosce solo al popolo ebraico un legame con la terra che sta tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Agli arabi viene riconosciuto un legame solo religioso con la moschea di al Aqsa, nulla di più. Ed è una narrativa che rilegge la storia del Novecento addossando tutte le colpe del conflitto al mondo arabo-palestinese, senza riconoscere nemmeno la traccia di un errore nelle politiche adottate nel corso di settant’anni di vita dallo Stato di Israele.
Ancora: è una narrativa secondo cui le risoluzioni dell’Onu sul conflitto israelo-palestinese non sono state affatto un’occasione mancata, ma un’inutile perdita di tempo di una politica troppo poco pragmatica. Una narrativa secondo cui gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono tutti – dal primo all’ultimo – un’epopea storica. Al punto tale che non si può nemmeno pensare di sgomberare alcune migliaia di coloni (a spanne 10/15mila su 400 mila) che vivono in zone ancora più isolate delle altre e così sulla cartina spuntano comunque 15 enclave israeliane nel mezzo del frastagliato ed ipotetico Stato palestinese. Una narrativa in cui è dato come un fatto assodato che Israele sia lo Stato nazione degli ebrei e niente altro. Infatti, nelle mappe si vede poco, ma nascosto nel testo c’è anche l’ipotesi di trasferire all’ipotetico Stato palestinese gli arabi (oggi con cittadinanza israeliana) della città di Umm el Fahm in Galilea.
Ci sono però in particolare due punti di questa narrativa che meritano una sottolineatura particolare. Il primo è la rilettura che viene data degli anni del processo di Oslo: un’acrobazia di pessimo gusto. Benjamin Netanyahu è stato il grande oppositore di quel percorso e non c’era certo da aspettarsi che in un piano di pace confezionato a sua immagine e somiglianza vi fosse un’analisi seria sulle ragioni di quel fallimento. Ma arrivare ad affermare – come si fa nella sostanza a pagina 3 del volume – che in fondo la Vision di Trump è coerente con l’idea che aveva Rabin del processo di pace è insulto alla verità. Ed è offensivo rispetto alla sua memoria che a farlo siano quegli stessi ambienti che con la loro campagna durissima nelle piazze crearono il clima in cui maturò per mano di un estremista della destra nazionalista ebraica il suo assassinio nel 1995.
L’altro punto che mi ha colpito è – a pagina 15 – il passaggio dove si riassume in poche righe la storia della presenza cristiana a Gerusalemme. Una ricostruzione in cui al centro c’è il richiamo ai luoghi della vita di Gesù e poi la riconquista nel periodo delle crociate. Non c’è invece assolutamente alcun riferimento alle comunità arabo-cristiane e al loro contributo alla storia di questa terra. Nella narrativa dell’«accordo del secolo» Gerusalemme è un posto dove i cristiani vanno in pellegrinaggio, non un luogo dove le Chiese (per noi: la Chiesa Cattolica, ndr) e delle comunità ci vivono. Tra l’altro viene citato l’Accordo fondamentale del 1993 tra la Santa Sede e Israele, volutamente tralasciando però il fatto che un accordo dello stesso tipo esiste anche tra la Santa Sede e l’Autorità Nazionale Palestinese.
Sono solo alcuni esempi, se ne potrebbero fare anche tanti altri. Ma servono secondo me per ripartire da un fatto importante: finché la pace è ridotta alla narrativa più congeniale ai propri amici non c’è spazio per i processi di riconciliazione. Il che assegna una responsabilità importante a chi vuole davvero fare qualcosa per la pace.
Sappiamo tutti che questo piano non porterà da nessuna parte. Ma forse paradossalmente proprio questo piano ci rivela quale sia il primo ambito sul quale ricominciare a parlare sul serio di questo conflitto. Qual è la narrativa di pace – che si fa carico delle ragioni storiche, delle contraddizioni e delle sofferenze di tutti – che siamo in grado di contrapporre a questa visione? È tempo di ricominciare a costruirla. Perché le mappe, le carte, i confini potranno arrivare solo dopo.
https://www.terrasanta.net/2020/01/piano-trump-una-narrativa-parziale/

IL “PIANO DI PACE” DI TRUMP, UNA PRESA IN GIRO PER I PALESTINESImap
Il cosiddetto “piano di pace” approntato da Donald Trump per il Medio Oriente è una porcheria. C’era da aspettarselo, anche perché il lungo percorso di stesura aveva lasciato filtrare parecchie indiscrezioni. Ma è una porcheria più interessante di quel che sembra. Il “piano”, infatti, si basa sulla smentita totale, quasi filosofica, dell’assunto che ha ispirato la politica di Benjamin Netahyahu in tutti questi anni, e cioè che la “soluzione a due Stati” (Israele e uno Stato palestinese, l’uno accanto all’altro) fosse non solo impossibile ma da respingere in ogni modo. Il “piano” presentato ieri dice l’esatto contrario: i due Stati sono non solo possibili ma addirittura necessari. Il che implica un’ulteriore considerazione: se uno Stato è necessario, i palestinesi sono un popolo. Insediato su una terra precisa con confini precisi. Difficile peraltro sostenere che i palestinesi siano meno popolo dei kosovari o, per restare in zona, dei giordani. Addio, quindi, ai caposaldi del sionismo più duro e radicale.
Per far digerire il boccone all’Israele di Netanyahu, ovviamente, Trump ha ipotizzato, per i palestinesi, uno Stato che sarebbe un simulacro di Stato. Disarmato, spezzettato, cacciato da Gerusalemme (la cui parte Est è tuttora, secondo il diritto internazionale, territorio occupato), privato delle terre fertili (perché gli insediamenti israeliani illegali diventerebbero parte integrante, quindi legale, di Israele; e perché la valle del Giordano ricadrebbe sotto la sovranità israeliana), confinato in quelle più aride, dipendente in tutto e per tutto dal volere del più forte vicino. Nessun diritto al ritorno per i profughi della diaspora palestinese.
Alla voce avere, per i palestinesi, la promessa di Netanyahu di una moratoria di quattro anni nella costruzione di nuovi insediamenti e la promessa di Trump di 50 miliardi di dollari di investimenti. Ovvero, la resa totale per mettersi nelle mani del Netanyahu o del Trump di turno. Il “piano”, quindi, tratta la pace come una colpa, un onere che ricade interamente sulle spalle dei palestinesi. Come se il diritto a esistere di Israele implicasse anche che Israele non abbia mai avuto alcun ruolo o responsabilità nel delinearsi della situazione attuale.
Mentre svelava i propri progetti, alla Casa Bianca, Donald Trump aveva accanto un Benjamin Netanyahu più che soddisfatto, quasi trionfante. E si capisce bene perché. Ma le presenze più interessanti erano tra il pubblico, in particolare nella persona degli ambasciatori di Oman, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Siamo nella galassia dell’islam petrolifero e sunnita che ruota intorno alla politica dell’Arabia Saudita, a sua volta da lungo tempo e saldamente alleata di Israele nella politica anti-Iran e non solo in quella. Una presenza significativa, quella degli ambasciatori. Fa capire che il mondo arabo più ricco ha ormai mollato la causa palestinese al suo destino. Continueranno le donazioni, se non altro per tenere in piedi il sistema di potere di Al Fatah e di Abu Mazen e impedire che Hamas prenda il controllo dell’intera comunità palestinese, come avverrebbe se in Péalestina si votasse, cosa che non accade da tredici anni. Ma il sostegno politico è finito.
Nello stesso tempo gli Usa e Israele continueranno a lavorare per indurre i palestinesi alla resa. Nel marzo del 2018 Trump ha firmato una legge (Taylor Force Act) che tagliava di un terzo gli aiuti americani all’Autorità palestinese finché questa non avesse smesso di pagare un salario alle famiglie dei palestinesi uccisi, feriti o detenuti da Israele, tutti equiparati a terroristi. Nello stesso 2018 la Casa Bianca ha tagliato altri 200 milioni di dollari di aiuti diretti e 300 milioni in finanziamenti alle agenzie Onu che si occupano della Palestina. Al seguito degli Usa sono andati anche l’Australia e i Paesi Bassi. All’inizio del 2019 la Casa Bianca ha bloccato tutte le attività di Usaid (l’agenzia del governo Usa per la cooperazione allo sviluppo) in Cisgiordania e a Gaza e poco dopo ha bloccato altri 60 milioni di dollari di aiuti destinati alla polizia palestinese. La ragione? Una legge del 2018 (Anti-Terrorism Clarification Act) tesa a evitare che i recettori di aiuti americani si rendano responsabili di “atti di guerra”. Una condizione che, di nuovo, vale solo per i palestinesi, visto che Israele riceve ingenti aiuti dagli Usa ma, a quanto pare, non compie mai “atti di guerra”.
La presentazione di questo piano, insomma, somiglia molto all’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. E’ un’operazione di propaganda a basso rischio. La vittima è debole e la sua reazione non potrà far molto male. Al contrario, il ricavo in termini di consenso e popolarità è alto. E se qualcuno si domanda perché, si chieda anche: quanti voti per Trump presidente possono spostare le organizzazioni filo-palestinesi negli Usa? Qualche decina? E quanti voti, e supporti politici e finanziari, possono invece spostare le organizzazioni pro Israele. www.famigliacristiana.it/articolo/palestina-israele.aspx