Terra Santa – I 170 anni del Patriarcato latino di Gerusalemme

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova Insorgenza
Comunicato n. 95/17 del 20 novembre 2017, San Felice di Valois923437_569123106452809_1452987084_n

Terra Santa – I 170 anni del Patriarcato latino di Gerusalemme

Nel 1847 papa Pio IX con il breve “Nulla celebrior” ripristinava il Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, vacante dal tempo delle Crociate. Con la morte del patriarca Guglielmo IV (+ 1374), che si era trasferito a Cipro, il patriarcato latino di Gerusalemme divenne una semplice sede titolare. Il primo patriarca che ritornò a insediarsi a Gerusalemme fu mons. Giuseppe Valerga, strenuo difensore dell’infallibilità pontificia al Concilio Vaticano. Ricordiamo il 170° anniversario con questo articolo.

Lettera da Gerusalemme
Il 10 ottobre 1847, nella cappella del Quirinale, Papa Pio IX consacrò l’arcivescovo cattolico Giuseppe Valerga, Patriarca di Gerusalemme e restaurò il patriarcato latino nella città. Nel gennaio 1848, infatti, il Patriarca fece il suo ingresso ufficiale a Gerusalemme e s’insediò nella nuova sede fatta costruire da Pio IX l’anno precedente. Dopo 553 anni tornava finalmente a Gerusalemme un patriarca latino.
La gerarchia latina, residenziale fino al 1294, si era poi spostata in Europa. In quei cinque secoli e mezzo la custodia della Terra Santa fu affidata ai francescani che ebbero un ruolo determinante nella conservazione, formazione e promozione delle varie comunità cattoliche. Ancora oggi la loro opera è costante e fruttuosa in quanto sono ufficialmente i custodi dei luoghi santi cattolici e reggono una decina di parrocchie inserite nel patriarcato latino.
Giuseppe Valerga era nato il 9 aprile 1803 a Loano (oggi provincia di Savona) ed era stato consacrato sacerdote il 17 dicembre 1834. Fu consacrato Patriarca dopo essere stato segretario del delegato apostolico di Aleppo per la Siria e la Mesopotamia, nonché Vicario Generale per la Mesopotamia. Durante il patriarcato fece costruire la concattedrale di Gerusalemme, dedicata al Santissimo Nome di Gesù, che ancora oggi è la chiesa madre della diocesi.
Morì il 2 dicembre 1872, lo stesso anno della consacrazione della “sua” concattedrale.
Nelle scorse settimane mi è arrivata fra le mani una lettera (in originale) scritta da un sacerdote originario della montagna pistoiese, segretario di Monsignor Valerga. La lettera descrive in maniera dettagliata il pellegrinaggio che la comitiva, al seguito del Patriarca, effettuò per giungere a Gerusalemme e l’entrata solenne del 17 gennaio 1848 nel Santo Sepolcro. Non è stato facile decifrarla, ma con tanta pazienza e tanta voglia di conoscere i particolari del lungo viaggio ci sono riuscito. Ecco il testo completo:

Ill.mo signor Cavaliere (Francesco Grandi, direttore sanitario dell’ospedale Pacini e sindaco di San Marcello Pistoiese)

Il 17 gennaio giunti felicemente in Gerusalemme circa le nove della mattina. Il viaggio è stato dilettevole. Il primo sbarco, ma di poche ore fu a Napoli, e vidi quanto potei. Passammo pel faro di Messina, a Malta ci si trattenne un giorno, in Alessandria d’Egitto due giorni, e vidi la superba colonna di Pompeo, e l’aguglia di Cleopatra, e il giardino Gibara. La città tiene affari dell’Europeo, e si parla da molti l’italiano. A Beirut dovemmo passare dodici giorni in quarantena: finiti questi i consoli francese, e sardo ci vennero a prendere, e con molto seguito, e pompa entrammo in città a cavallo. Il Pascià fece subito visita a Monsignore Patriarca.

Dopo tre giorni partimmo alla volta di Giaffa (oggi Tel Aviv, ndt) ove ci trattenemmo due giorni. I consoli francese e sardo, e i signori del luogo, e vari religiosi ci accompagnarono a Ramah e Gerusalemme; eravamo tutti a cavallo. Non è da dire quale e quanta sia la bellezza dei giardini, e dei contorni di Giaffa e Ramah, come gremi e di grandissimi pomi gli aranci, e i cedri, come sereno e spazioso è il cielo, e amena la terra. La sola vista ispira una continua poesia all’animo, e ricorda essere veramente questa la terra promessa. In Giaffa vedemmo la casa in cui San Pietro ebbe la visione relativa a Cornelio, in Ramah la cisterna di Elena madre di Costantino, e la torre detta dei Quaranta Martiri che si vuole del tempo dei Crociati.

Da Ramah ci ponemmo in cammino dopo aver pernottato, e di buon mattino per San Giovanni in Montana (Ain Karem, ndt) patria del Battista e c’inoltrammo nelle gole della Giudea presso Emmaus, e passammo, varcati alcuni monti, per Abugosh, patria di Geremia. Sulla strada rimane una chiesa assai in buono stato ma abbandonata, e a tre navate e dagli arredi mi parve stile semigotico, e del tempo pure delle crociate, come anche altri dicevano. In un prato vicino, presso una fonte, trovammo betleemiti, e religiosi venuti ad incontrarci, e salito il monte scendemmo nella valle dei Terebinti. Quivi Davidde atterrì Golia, e giungemmo a San Giovanni in Montana a due ore di giorno. In cima la chiesa dei religiosi, e alla destra dell’altare maggiore avvi una cappelletta. È il luogo della nascita di San Giovanni Battista e ci dissi messa. A piccola distanza dal paese si trova la casa di Elisabetta, la fontana della Madonna, e proseguendo il deserto, ove resta la grotta del santo formatasi naturalmente in un macigno. È elevata e sembra una stanzetta quadrilunga. Guarda il mezzogiorno, e s’entra da ponente. Sgorga pure da ponente, e dal masso stesso, una fonte che ha formato nell’interno del sasso una vaschetta a cono fonda circa tre piedi scarsi, e più indentro una quadrilunga tinozza, come da bagno. Noi ci fummo coi betleemiti, e gli altri del seguito, e formavamo una cavalleria ambulante, e gli arabi, ove non sia strada, ma balze e sassi, e muri e cigli, e campi e boschi, fanno volare i loro sbruffanti cavalli, e costeggiando e serpeggiando s’urtano spesso uomini, e cavalli, e portano in mano un’asta con lunghissima pertica. Io pure corsi, ma non mi curai di tanti giri.

San Giovanni in Montana, Gerusalemme, Betleem, per la loro topografica posizione costituiscono un triangolo equilatero, e noi andavamo a Gerusalemme, ed eravamo a mezza strada quando vedemmo apparire molta gente, ed un cavallo bardato d’oro, che pareva non toccasse terra, tanto era superbo; e agile. Il Pascià l’avea mandato a Monsignore che lo salisse, e montò. Il console di Francia, e di Sardegna, e il Padre custode di Terra Santa, e Vicario erano nella comitiva.

Nell’appressarsi alla porta di Gerusalemme si videro cristiani, turchi, ebrei, e greci accorsi da tutte parti, e alcune donne turche in segno d’allegrezza prolungavano un certo gorgheggio, o piuttosto trillo, che a me pareva il canto delle grù. Fece, benché diversa, a tutti grand’impressione l’ardire dei religiosi latini, che in cotta, e processionalmente si fecero ad incontrare il Patriarca, e fino alla porta della città inalberavano la croce. Era forse dai tempi di Goffredo in qua che non avevano sofferta tal vista, e quasi attoniti l’un l’altro diceva: seiuf, seiuf! ve! ve! Niente seguì non so se per rispetto al Pascià, o per l’impressione del Patriarca, che è uomo bellissimo, e di barba mosaica.

Entrammo a cavallo; la processione ci procedea, e presso la chiesa del Divino Salvadore smontammo. Entrato in chiesa il Patriarca, e genuflesso s’intonò il Te Deum, ma la chiesa era troppo angusta e traboccava da tutte le parti; eppure poté leggere un commovente, e ragionato discorso in italiano, che da molti si capisce e quindi ammise al bacio dell’anello i consoli, i religiosi e parte del popolo.

Eccole in succinto la narrazione del mio viaggio, e dell’arrivo in Gerusalemme. Della città non parlo perché la conosce, e per non tediarla con tante parole; io la trovo squallida ma non tanto quanto mi era stata dipinta. La grotta di Geremia, il Getzemani, il Sepolcro, e la valle di Giosafat sarebbero le più belle meditazioni, e della più alta e profonda poesia.

In Alessandria io parlai col cavaliere dottor Francesco Grassi che le fa i più distinti ossequi, e ci ricevei compitissime gentilezze. Da Beirut le scrissi ringraziandola anche della bontà che aveva avuta per me nel dirigermi a sua Eccellenza il signor Felici che mi fu cortesissimo. Non so se abbia ricevuta la lettera. In quanto agli uccelli ne avrò cura, ma per ora non ho visto che corvi, e qualche cardellino; ne parlai anche al Grassi, e d’Egitto se ne potrebbe avere, ma parvemi che dicesse non volerne perché n’aveva.

Gradisca i miei ossequi veraci in segno d’affetto, e gratitudine, e mi onori delle sue nuove, e comandi

affezionatissimo e devotissimo servo ed amico

Padre Gio.Batta Gavazzi, segretario di Monsignore Patriarca di Gerusalemme

Gerusalemme, 26 gennaio 1848

Fonte: La rivista Nuèter, n. 72, dicembre 2010