I sacerdoti nei campi di concentramento titini

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Comunicato n. 11/19 dell’8 febbraio 2019, San Giovanni di Matha
 
I sacerdoti nei campi di concentramento titini
 
A pochi giorni dal giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo ddelle popolazioni giuliane, istriane e dalmate, pubblichiamo alcune pagine tratte dal volume “Sopravvissuti alle deportazioni in Jugoslavia” (AA.VV., Bruno Fachin Editore, 1997). Si tratta della testimonianza del padre Albino Simpliciano Gomiero: “Erano venuti a prendermi in convento”, in particolare il paragrafo: “ Le messe clandestine”.   
 
(…) La prima domenica di quaresima (23 febbraio 1948) mi svegliai presto. Sentii mio vicino di destra, il Padre Kreso, stava pregando. Era sdraiato su un fianco e mi voltava le spalle. Dopo il segnale della sveglia vidi che passava agli altri qualcosa in un fazzoletto bianco. Nel fazzoletto c’era una scatola, ognuno prendeva qualcosa e la metteva in bocca. Padre Kreso la passò pure a me. “Se vuoi comunicarti…”. La Comunione! Cristo in carcere! Il Signore in galera con noi! La scatola conteneva pezzetti di pane. Padre Kreso aveva celebrato. ”Attenzione! Che non ti veda il serbo sobni starjesina, e attenzione anche al prete ortodosso!”. Mi comunicai e passai il Santissimo agli altri. Mi spiegò più tardi padre Eterovic, il poliglotta che studiò a Gerusalemme, che ogni domenica facevano così, quando ricevevano dai pane genuino e uva passa: a turno, un sacerdote celebrava la messa consacrando il vino estratto dall’uva passa. Niente paramenti sacri e candele. Il calice era un barattolo di conserva, la pisside, una piccola scatola; il messale, alcune paginette di carta igienica che riportava per esteso la messa della Madonna “Salve, Sancta Parens”, scritta a matita. Quanta tristezza invadeva i nostri cuori quando giungeva ai nostri orecchi il suono di una campana che annunciava il giorno del Signore. C’era sempre il sacerdote che ricordava, che narrava la sua vita, le sue esperienze e soffriva pensando che i suoi fedeli, con il nuovo regime sta, erano stati privati del sacerdote, dei sacramenti, delle funzioni, e che molte chiese erano chiuse al culto e adibite a magazzino. 
Qualche giorno prima della Settimana santa, portarono via i letti di legno dalle nostre celle. Da allora si dormì sul pavimento, uno accanto all’altro. Lungo la parete avevano addossato zaini, involti, scatole. Solo il capo camerata, il serbo, aveva un lettino accanto alla finestra. Così poteva controllare meglio tutta la cella. Passavamo le ore, i giorni, seduti, appoggiati alla parete. Il corridoio, al centro della cella, era diventato più grande e serviva per fare quattro passi per sgranchir le gambe. Per dormire, ciascuno aveva a sua disposizione 45 centimetri di spazio. Un sacerdote con un filo aveva preso le misure della cella. Il letto dello staejesina, mastelli dell’acqua e le kible ci rubavano vari metri di spazio. Eravamo costretti a dormire stretti, intasati; quattro sacerdoti passavano la notte nel corridoio tra le due fila, tra i piedi degli altri per mancanza di spazio. 
Passammo la Settimana santa in ritiro: preghiera e meditazione. Si voleva celebrare il mistero della Passione con qualche meditazione predicata, ma nelle carceri comunista era proibito alzare la voce. Volevano imporre un silenzio di tomba, ma tolleravano che il detenuto scambiasse qualche parola con il suo vicino. 
Pasqua! Il suono della campana di una chiesa cattolica ci annunciò la Risurrezione di Cristo. Alleluia! Ci scambiammo il saluto e l’augurio di Pasqua. La messa sarebbe stata celebrata nel tardo pomeriggio con un avventuroso accorgimento. A Stara Gradiska nelle domeniche non passavano la cena, ma i detenuti avevano sempre qualcosa (pane, lardo, cipolla, formaggio) che ricevevano dai parenti. Chi non aveva niente, incontrava sempre l’amico generoso disposto a condividere la sua magra cena. La messa di Risurezzione venne organizzata con un rito religioso e… ricreativo. In quel giorno poi bisognava guardarsi da tre personaggi: il sobni starjesina, il prete ortodosso ed un nuovo arrivato, un pastore avventista. Due sacerdoti avevano già preparato in un angolo tutto l’occorrente per la santa messa. Un asciugamano copriva i vasetti del vino e del pane. Intanto una decina di sacerdoti invitavano i tre (il serbo, l’ortodosso e l’avventista) a un partita a scacchi e li chiudevano in un cerchio in modo che non potessero vedere altro che la scacchiera e il gruppetto di persone incaricato di seguire la partita. Gli altri sacerdoti stavano seduti ai loro posti. Cominciò la messa annunciata da qualche colpo di tosse. L’elevazione fu annunciata da un colpo sul pavimento. La Comunione venne passata con somma cautela di mano in mano per evitare gli sguardi sospettosi dei tre che potevano accusarci. Più tardi la cena di Pasqua: noi italiani non avevamo alcunché, ma i sacerdoti croati ci invitarono e ciascuno riservò qualcosa per noi. Anche il serbo, l’ortodosso e l’avventista approfittarono della generosità dei sacerdoti croati. Quel giorno ci furono i bocconi più squisiti. Qualcuno aveva anche il dolce di Pasqua ricevuto durante la visita dei parenti. Tra boccone e boccone ci si parlava infiammandoci al ricordo della Pasqua. Qualcuno volle far sentire sottovoce il canto caratteristico della sua chiesa; un altro cantò un pezzo dell’Exultet (il canto del cero pasquale), un altro ancora canticchiò l’ Alleluia. A poco a poco ci si dimenticò delle severe leggi del carcere, e una voce di baritono intonò il melodioso canto popolare croato del “Regina coeli”. Una melodia entusiasmante: comincia dal basso per salire verso l’alto fino a compone un forte e sonoro Alleluia. Tutti cantavano e molti avevano gli occhi bagnati di lagrime. Era appena terminato il canto, quando si aprì di colpo la porta. Una guardia ci gridò: “Tigina” (Silenzio). Ma poi si calmò, chiuse la porta e se ne andò. Quel canto aveva forse fatto ricordare mille cose anche a lui. Nella cella ritornò il silenzio, ma ogni tanto si sentiva qualche altro canto, in sordina. Ogni canto sommesso si spense tardi, quando già da un pezzo il gong aveva segnalato il silenzio. Il peccato del giorno era quello di non aver tenuto l’ora di rieducazione politica.(…).