Quale futuro per i cristiani in Kurdistan?

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaChaldean-Church-Kurdistan-with-armed-guard-by-Beatrice-Dillies-1
Comunicato n. 80/17 del 9 ottobre 2017, San Giovanni Leonardi

Quale futuro per i cristiani in Kurdistan?

Segnaliamo un’analisi relativa ai Cristiani presenti nel territorio, attualmente siriano, che potrebbe diventare parte integrante dello stato “indipendente” del Kurdistan (progetto fortemente voluto da Israele).

I cristiani siriani alla prova dei Curdi

Più di un milione di Curdi popola la Siria settentrionale e coesiste con poco meno di un milione di Arabi. Pragmaticamente, hanno vissuto in buona armonia con il regime, beneficiando di una certa autonomia in cambio della loro neutralità politica.
Le loro relazioni con gli Arabi (Sunniti, Alawiti o Cristiani) erano distanti ma senza una palese ostilità. Era prima della guerra ed i Curdi, nonostante la loro naturale propensione all’egemonia, non avevano altra scelta. Tuttavia, il sogno di uno Stato curdo indipendente è rimasto sempre vivo in essi.
La guerra permetterà loro di far progredire le loro ambizioni.
L’esercito siriano, in grande difficoltà fino all’intervento russo, non aveva più i mezzi per controllare il nord del paese: la priorità era quella di contenere la marea islamista che voleva prendere il potere. Questo non era lo scopo dei Curdi che si sarebbero sempre accontentati di un territorio loro nel Nord. Tra due mali Assad ha scelto il minore e quindi logicamente ha lasciato che i Curdi prendessero il controllo delle città e dei valichi di frontiera, con l’eccezione di uno solo, nel nord-est, detenuto da milizie cristiane e da alcuni militari siriani. Combattimenti tra esercito e milizia cristiana da un lato, e combattenti Curdi dall’altro (raggruppati nel YPG) hanno avuto luogo, facendo vittime e prigionieri in entrambi gli schieramenti. Si era tuttavia lontani dalla conflagrazione generale.
I Turchi vedevano questo di cattivo occhio, ma la loro preoccupazione all’epoca era principalmente quella di organizzare la rivolta islamista per rovesciare Assad. La battaglia di Kobane cambia tutto.
Grazie all’aiuto dei Turchi, Daesh riuscì a conquistare una parte della Siria settentrionale congiungendosi così con il confine turco. Dopo la conquista della valle dell’Eufrate (Raqqa, parte di Deir ez-Zor, Mayadin, al Quaïm) e dei giacimenti petroliferi del sud-est del paese, gli islamisti sono stati in grado di vendere il petrolio fino alla Turchia grazie a centinaia di camion cisterna che circolavano nell’indifferenza generale. L’aviazione della coalizione internazionale a guida USA non li ha quasi mai attaccati, cosa che è curiosa. Abbiamo dovuto aspettare che fossero i raid Russi a fermare questo traffico.
Tuttavia, rimaneva ancora una città da conquistare per Daesh: Kobane, popolata principalmente dai Curdi. Le battaglie furiose fra il YPG (Peshmerga curdi) e gli islamisti sono durate parecchie settimane. Questo è stato il momento in cui si è realizzata l’alleanza tra i Curdi e gli Americani: gli USA hanno deciso di aiutare i combattenti curdi in maniera massiccia. L’appoggio della loro aviazione è stato decisivo (come sempre nel corso di questa guerra) e Daesh ha dovuto ritirarsi. Il bilancio è stato pesante da entrambe le parti, ma la vittoria dei Curdi avrebbe suggellato la loro alleanza con gli Stati Uniti. Armati e finanziati da loro, i Curdi sono stati in grado di consolidare le proprie posizioni lungo il confine turco, non esitando ad attaccare i militari siriani e le milizie cristiane per meglio consolidare la propria autorità.
L’esercito turco però ha reagito, attraversando il confine per tagliare in due il territorio curdo ed impedire loro di controllare una fetta continuativa di territorio. I Curdi davanti ai carri armati turchi si sono ritirati per ordine degli Americani che non volevano un confronto diretto tra queste due forze ( Turchia fa parte della NATO ndt).
Oggi, i Curdi sono diventati la fanteria degli Stati Uniti: stanno prendendo il sopravvento a Raqqa (l’ex capitale del califfato in questo momento moribondo) e stanno prendendo posizione a nord di Deir ez-Zor al fine di impedire all’esercito siriano di riprendere il controllo di tutto il Paese .
Raqqa e Deir ez-Zor sono degli insediamenti arabi e non curdi, ma poco importa: ciò che conta per gli Stati Uniti è distruggere Daesh e impedire ai Siriani di riconquistare il proprio territorio. Il ritorno della pace sotto l’egida di Assad non è mai stato il loro obiettivo.
Ma una volta di più, sono ancora i Cristiani che patiscono di questa situazione. Essi sono relativamente numerosi nella regione, e occorre sapere che gli abusi curdi contro di loro non sono affatto rari: soprusi, arresti, e più gravemente, uccisioni mirate e perfino il forzato spostamento della popolazione. Il silenzio è assordante sull’argomento, ma i Curdi fanno parte degli eroi mediatici di questa guerra e non devono essere intaccati nella loro reputazione.
Il soggetto non è nuovo purtroppo: i Curdi hanno partecipato al genocidio del 1915, sia per ordine dei Turchi, sia, più spesso, per spogliare dei loro beni gli sfortunati Armeni o Assiri. Il brigantaggio è una vecchia tradizione in casa curda…
Certo, alcuni cristiani devono loro la vita per la loro ostinata resistenza contro Daesh; i Peshmerga curdi sono assai efficaci. Ma questo non deve oscurare la realtà di ciò che i Curdi sono: essi sono Curdi e il resto non conta. Il loro Islam è molto lontano e l’ideologia marxista che li anima è abbastanza teorica, ma i cristiani per loro sono ancora meno importanti.
Essi vogliono un territorio e sono disposti a fare di tutto a questo fine: gli Americani lo hanno capito bene e se ne servono per eliminare Daesh. Parimenti i Curdi usano degli americani per affermare il loro potere locale.
Fortunatamente, i cristiani sono ancora abbastanza numerosi nella regione, soprattutto nel nord-est. Nelle città di Hassake (180 000 ab.) e Qamishli (170 000 ab.) vivono molti siriaci cattolici e “ortodossi” i cui giovani sono armati e organizzati. Ma la vita è molto difficile e molti stanno pensando di andarsene.
Che è esattamente quello che i Curdi aspettano.

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