Mons. Benigni e San Gregorio VII

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Comunicato n. 51/18 del 25 maggio 2018, San Gregorio VII

Mons. Benigni e San Gregorio VII

Introduzione al capitolo della Storia Sociale della Chiesa di mons. Benigni dedicato al grande pontefice San Gregorio VII.

Errico IV e Gregorio VII (1073-85) fino a Canossa (1077).

L’elezione d’Ildebrando avvenne il giorno stesso in cui Alessandro II scendeva sotterra. Fu un’acclamazione di clero e di popolo che lo volle successore dei cinque papi che Ildebrando aveva animati alla riforma della Chiesa. Questa riforma maturava ormai irresistibilmente, e come sempre accade per un profondo movimento religioso, tendenze politiche vi penetravano e conducevano seco la dura lotta politica e sociale.
Quei settari della lotta erriciana che cavarono fuori l’accusa di simonia per l’elezione di Gregorio VII, erano miserabili calunniatori. Oggi non v’è storico savio che ne dubiti. La forza delle cose imponeva la scelta di chi aveva potentemente improvvisato il movimento dominatore.
Quale era il vero carattere d’Ildebrando; quale il suo programma concreto con cui diveniva Gregorio VII? Chi ha fatto di lui un impetuoso, un fanatico testardo, un politicante protervo, ha dato prova di grande ignoranza o di mala fede.
Ildebrando fu tenace assertore d’un ideale che lo assorbiva; la riforma religiosa. Ma non 
apriorista cieco né violento: al contrario qualche volta ebbe lacune più funeste de’ suoi atti più 
energici.
Egli fu l’uomo che scrisse: «nessuno diventa repentinamente sommo; e gli alti edifici poco a poco si costruiscono». Durante la sua influenza sopra i suoi predecessori, si adattò pazientemente al presente per preparare pazientemente il futuro trionfo del suo ideale.
Uno che lo ha più accusato di politicantismo, il LUCHAIRE’ (Pr. Cap., p. 215 ss) riconosce che egli frenò lo zelo di legati più ardenti che chiaroveggenti nella lotta riformistica. Quello che lo spingeva a reagire contro Guglielmo il Conquistatore non aveva torto, davvero; ma Gregorio del 1080, cioè in piena lotta erriciana, faceva osservare allo zelante: questo uomo in certe cose non si comporta così religiosamente come vorremmo; ma giacché egli non distrugge e non vende le chiese, non ha voluto entrare nel partito dei nemici della Santa Sede, e ha fatto giuramento di obbligare i preti concubinari a lasciare le loro donne, ed i laici detentori di decime, ad abbandonarle, egli merita più elogi ed onori che altri re (LUCHAIRE p. 216-7).
In questa scusa del falcone normanno v’è una tale oggettività serena, una tale misura di cose necessarie più di altre, che veramente fanno pensare a questo: se non si fosse imbattuto con un degenerato malvagio degnamente contornato da malfattori d’ogni specie, Gregorio VII sarebbe passato alla storia come un Papa non più «duro» e non più «politico» dei suoi immediati predecessori.
Chi lo accusò come il citato autore francese; di avere esorbitato dal campo religioso della riforma in quello politico mediante la lotta delle investiture, mostra di non comprendere affatto né l’intrinseca questione né l’ambiente della lotta, come meglio vedremo or ora.
Fin dal momento della sua elezione Gregorio dette prova cospicua della sua moderazione e del suo tranquillo provvedere per gradi, quando, eletto per acclamazione generale, mandò ad Errico IV a domandare il suo placito, secondo il patto (così discutibile in se stesso, e così caduto col successore) di Errico III, e non dissimulando al giovane re il suo piano di riforma.
Se Errico IV e la sua corte cedettero a quella nomina, non fu evidentemente per amore della riforma, ma perché capirono che non si poteva resistere ad una spinta che veniva dagli eremi come veniva dalla folla. E fu così che all’intronizzazione di Gregorio VII intervenne il cancelliere imperiale non meno della pia vedova, l’imperatrice Agnese.
La scelta del nome che certamente alludeva all’infelice Gregorio VI con cui Ildebrando apparve sulla breccia per la riforma dimostra in lui un sentimento delicato e nello stesso tempo un segno eloquente dell’uomo che non teme la sventura. In Giovanni Graziano morto esule in Germania Ildebrando presentiva forse un papa che «per avere amato la giustizia e odiato l’iniquità morì in esilio»?
V’è in tutta la vita d’Ildebrando un distacco della vita che colpisce, giacché non è un’ascesi che segrega, ma invece spinge in mezzo alla mischia con la perfetta abnegazione dell’io. Ildebrando se ne va in Germania con il prigioniero Gregorio VI; e non sa se anch’egli vi finirà oscuramente, in mezzo a quell’ambiente nemico. Circostanze provvidenziali lo menano in Francia a fianco di un vescovo benevolo e nel paese ove fiammeggia la riforma dal candelabro di Cluny; questo gli basta. Nulla di più naturale che vi rimanesse, oscuro monaco, a fare del bene. E così tornò a Roma più forte che mai. Dopo tante lotte egli riprese la via dell’esilio dove doveva morire, ed alla fine della sua tragica vita egli era ben sereno e ben distaccato da tutto, per fare una specie di epigramma citando l’inizio di un versetto biblico per chiuderlo con un’antitesi col testo conclusivo del versetto stesso. «Amasti la giustizia e odiasti l’iniquità (dice il salmista) perciò ti unse il Signore con l’olio della letizia sui tuoi pari» (salmo 44,9); e l’esule moribondo constatava: «Amai la giustizia e odiai l’iniquità, perciò muoio in esilio».
Questo distacco personale della vita fa del «politico» Ildebrando il fratello spirituale di Pier Damiani e di tutti gli altri asceti. Ma il langobardo di Sovana era un lottatore, tenace e disgraziato come un langobardo della caduta e ricaduta del regno, ma tanto più alto quanto più alta era la sua figura, la sua lotta, il suo ideale.
Questo Papa, Ildebrando continuò il suo lavoro. Se fosse sopravvissuto Alessandro, egli sarebbe andato come suo legato ai normanni; vi andò da pontefice senz’attendere altrimenti. Gli premeva assicurare il Mezzogiorno, più vicino e sempre irrequieto a causa dei normanni.
Gregorovius vide Ildebrando «affaccendarsi per fare dell’Italia meridionale una provincia vassalla di Roma» (II, 301). Come se Ildebrando non conoscesse abbastanza i suoi congeneri per sapere che razza di «vassalli» erano stati i langobardi, e quanto i normanni fossero… langobardi. Domandando loro il giuramento di fedeltà feudataria al papato, Ildebrando voleva avere quel tanto necessario che si tenesse tranquilli alla frontiera, e potesse fargli contare su quel tanto di onore che era sentito anche da feudatari senza scrupoli, quando Roma li avesse chiamati al soccorso.
Ciò è consono al tempo ed all’ambiente, e non cambierà presto. In piena lotta mortale con gli ultimi svevi, il Comune di Perugia, che era guelfo soprattutto per essere indipendente, mandò al Papa un rinforzo di cavalleria contro Manfredi, perché questo era un dovere il più elementare d’un suddito verso il sovrano; ed il papato non domandava di più.
Ricevuto il giuramento di Landolfo VI di Benevento e di Riccardo di Capua, Gregorio VII trovò resistenza in Roberto il Guiscardo, il più pericoloso e quindi quello di cui bisognava ottenere ad ogni costo la «sudditanza» cioè la tranquillità ed un eventuale aiuto. Il contumace fu scomunicato; ed il pontefice preparò una spedizione, passando in rivista cinquanta mila uomini cisalpini e transalpini, l’anno dopo (marzo 1074) presso il Monte Cimino nel Viterbese. Era con lui Gisulfo di Salerno. Ma la cosa non ebbe conseguenze, non tanto perché l’astuto Guiscardo riuscì ad immobilizzare i colleghi «vassalli» di Roma, ma perché Gregorio non aveva avuto intenzione che d’imporre con la minaccia, solo con la minaccia, la sottomissione a Roberto. Lo diceva apertamente il Papa nella lettera con cui domandava appoggi, a confessione dello stesso GREGOROVIUS (II,238).
Ma in queste lettere si parla di ben altro che dei normanni. L’esercito crociato doveva col Papa in persona sottomettere l’Italia meridionale, liberare Costantinopoli e Gerusalemme dall’incalzante minaccia, quella; dalla dura tirannia dell’Islam, questa. Parlando di questo grandioso progetto che Urbano III riprenderà con maggior fortuna vent’anni dopo, Gregorio raccomanda ad Errico IV di proteggere la Chiesa di Roma durante la di lui assenza.
Contava tanto Ildebrando sul re tedesco? vedeva egli le cose romane, italiane, transalpine tali di poter la sua mano di ferro lasciare per un certo tempo le redini per allontanarsi verso l’ignoto Oriente? la Riforma non ne sarebbe stata stroncata od almeno compromessa?
Resta oscuro, e dubitiamo lo resterà sempre, quel momento psicologico d’Ildebrando. Mettiamo pure ch’egli si considerasse tranquillo per l’Italia con il Mezzogiorno eventualmente sistemato, e con le potenti marchese di Toscana a settentrione di Roma. Ma tutto l’insieme sconsigliava al nuovo pontefice di lasciare l’Italia e l’Europa. Forse egli pensò che tornando vincitore e quasi imperatore dell’Oriente avrebbe meglio imposto il suo piano all’Occidente; ma un tale calcolo è così illimitato, così aleatorio per non dire fantastico, da non comprendersi come potesse entrare nella mente d’Ildebrando.
In ogni modo, tutto questo mostra che il nuovo Papa non aveva affatto in animo di lottare contro l’impero ed il futuro imperatore.

Mons. Umberto Benigni, STORIA SOCIALE DELLA CHIESA, Vol. IV. L’APOGEO, tomo secondo, Casa Editrice Vallardi, Milano 1930, pagg. 436 – 439.

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