L’attentato terroristico alla caserma Serristori

serristoriCentro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 76/19 del 22 ottobre 2019, Santa Maria Salome 
L’attentato terroristico alla caserma Serristori
Il 22 ottobre 1867 il terrorismo risorgimentale colpì la caserma Serristori di Roma, uccidendo 25 zuavi pontifici e alcuni civili, tra cui una bambina. Ricordiamo il tragico anniversario con un brano tratto dal libro “Mentana” di Roberto Di Nolli (Bardi Ediore, Roma 1965).
(…) In mezzo ai piccoli moti che si limitarono ad un tentativo di assalto al posto di guardia a Porta San Paolo e al Campidoglio, ove gli assalitori non riuscirono a raggiungerne neppure le falde, avvenne un inutile e crudele sabotaggio della caserma degli zuavi situata al rione di Borgo. E’ il famoso attentato di Monti e Tognetti, che molto forzatamente si è voluto fare passare come un’eroica azione, ed ebbe persino l’onore di una poesia dal Carducci, scritta in occasione della condanna a morte dei due attentatori, avvenuta l’anno seguente l’avvenimento. 
Gregorovius, recatosi personalmente sul posto, svegliato evidentemente dal tremendo scoppio, scrive: «Vengo ora dal luogo ove è scoppiata la mina. Essa ha distrutto un lato del palazzo Serristori in Borgo, dove era accasermato un corpo di guardia di zuavi. Più di venti persone sono sepolte nelle macerie, la maggior parte appartenenti al corpo musicale». La mina era stata posta in un magazzino militare attiguo alla caserma, cui si accedeva da una porticina che si apriva su via di Borgo Vecchio. 
Fu fatta una copia della chiave di quella porta e consegnata al Tognetti, mentre il Monti si occupava di introdurre i barilotti di polvere nel sotterraneo e di accendere la mina. Il Monti stesso fece di questa sua impresa un ampio resoconto al processo che subì e che, assieme al Tognetti lo portò al patibolo. Secondo lo Charette l’attentato fu preparato da un certo ingegnere Bossi, pratico di esplosivi con la collaborazione di due ufficiali italiani, Ansiglioni e Silvestri. La notizia è verosimile, giacché l’operazione non poteva certo essere condotta a termine da due popolani inesperti, «deux scélerats qui portérent sur l’echaffaud leur téte criminelle … que furent les principaux instruments de Bossi».
Charette attribuisce le ragioni dell’attentato al proposito di vincere con un atto terroristico, ciò che la mancata insurrezione di massa non era riuscita a compiere e di seminare il panico nell’esercito con attentati a caserme di soldati. L’ipotesi dello Charette è verosimile, in quanto gli estremisti sentivano chiaramente che non potevano assolutamente contare sull’appoggio della popolazione, in caso di rivolta, giacché quasi tutti i romani si sentivano strettamente legati al Sommo Pontefice, e partecipavano assieme ai soldati indigeni e ai volontari esteri alla difesa della città. 
L’esplosione avvenne alle sette del mattino, mentre Roma era ancora immersa nel sonno. Una compagnia di zuavi era fortunatamente partita poco prima per recarsi a Porta San Paolo, mentre le altre erano da tempo in servizio nel quartiere per prevenire eventuali disordini. Ecco perché le vittime furono quasi tutti appartenenti al corpo musicale. Altre vittime innocenti furono il signor Francesco Ferri e la sua giovane figlia, mentre la moglie dello sventurato rimase gravemente ferita. Le case vicine furono danneggiate nelle mura e i vetri infranti. 
I superstiti non si persero di coraggio, e al lume di torce improvvisarono i primi soccorsi ai feriti. Alcuni congiurati si azzardarono ad avvicinarsi alla caserma, ma furono subito fermati ed arrestati, questo, secondo la testimonianza del Cavallotti, mentre lo Charette afferma che vi fu una vera e propria sparatoria. Sul posto accorsero immediatamente Mons. de Merode, Mons. de Voelmont d’Ambraine, elemosiniere del corpo, ed il colonnello Allet con il medico del reggimento, Vincenti. Fra i presenti anche l’incaricato d’affari del Belgio, Sig. Rensens, che si prodigò assieme ai pompieri e agli zuavi accorsi a soccorrere quelli che ancora restavano sotto le macerie. 
I feriti, trasferiti immediatamente all’ospedale militare, furono oggetto di particolari cure. Nobili romani ed il Re di Napoli si improvvisarono infermieri. I morti furono quindici italiani, otto francesi, un belga ed un austriaco. Nove di essi appartenevano al corpo musicale, gli altri addetti ai servizi sedentari, o detenuti per punizione. 
Giosuè Carducci trovò naturalmente l’estro poetico per piangere sulla sorte dei due terroristi e per esaltarne l’impresa, ma si guardò bene dal versare una lacrima sui poveri zuavi in gran parte italiani, vittime di un inutile e criminale attentato. Del resto il «poeta della Terza Italia» non poteva sentire che così. Il grave però sta nel fatto che, essendo di «verso facil », come oggi si direbbe, comunicava facilmente ai suoi lettori ed ammiratori tutta la sua partigianeria e il suo odio, deformando gli avvenimenti e il modo in cui essi svolgevano. (…)