La vittoria di Mentana e le bandiere di Roma

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza wwwopac
Comunicato n. 80/19 del 4 novembre 2019, San Carlo

La vittoria di Mentana e le bandiere di Roma

LL’esercito pontifico sconfigge le bande dei Garibaldini (molto più numerosi), con l’intervento – importante ma non decisivo – delle truppe francesi: è l’epopea della campagna militare dell’Agro Romano, culminata con la vittoria di Mentana del 3 novembre 1867. Ricordiamo l’anniversario attraverso le memorie di Athanase de Charette, tenente colonnello comandante degli Zuavi Pontifici, che descrivono l’entusiasmo spontaneo della popolazione romana. Grazie all’eroismo dei pontifici, le bandiere bianco gialle continuarono a sventolare sui palazzi di Roma.

(…) La guerra romano-garibaldina era terminata. Il generale Hermann Kanzler, ornato di sì begli allori, non pensò a radunare con pompa il piccolo esercito vittorioso. Dette disposizioni urgenti per la restaurazione completa del regime pontificio nelle provincie dove vedeva con gioia le popolazioni felici di riaccogliere le armi del Papa Re, mano mano che i loro oppressori si ritiravano. Il generale provvide al trasporto ed alle cure da prestare ai feriti; rassicurò con nobili espressioni di incoraggiamento i poveri prigionieri; accordò il riposo per quel giorno e per quello seguente; e rientrò a Roma la sera del 4 novembre. Una folla numerosa attendeva l’arrivo dei prigionieri a porta Pia; quando videro arrivare, in luogo di questi, il generale Kanzler, a cavallo, seguito da alcuni ufficiali, accolsero l’uno e gli altri con entusiasmo, tributando loro vive ovazioni fino alla discesa di Monte Cavallo, dove la comitiva montò in vettura per recarsi al Vaticano.

Nel pomeriggio del 6 le truppe si avviarono verso gli acquartieramenti in città. I generali Kanzler e de Failly si recarono ad incontrarle, a cavallo, ed il comandante pontificio e così pure quello della spedizione francese erano circondati dai loro più alti ufficiali e dallo Stato Maggiore in grande uniforme, i quali tutti insieme formavano un magnifico corteo. Le truppe avevano la consegna di marciare fino alle Quattro Fontane; e là, prima di arrivare al centro delle abitazioni, dovevano dividersi per portarsi alle rispettive caserme. Comandanti e soldati contraccambiavano le prime accoglienze al di fuori di porta Pia; poscia, con i generali in testa, entrarono in città e fecero l’alt sulla piazza antistante Santa Maria della Vittoria, la chiesa dove sono conservati i vessilli musulmani conquistati a Lepanto. Là si trovavano riuniti principi ed altissime personalità, fra i quali primeggiava il Re delle Due Sicilie, Francesco II. Dopo che i generali delle armate alleate ebbero preso posto, proruppero le fanfare, e la sfilata delle due schiere ebbe inizio; essi erano preceduti dai loro generali de Courten e de Polhès, attorniati da una superba schiera di aiutanti di campo. Queste truppe entrarono a Roma nello stesso ordine che avevano assunto attaccando battaglia.

Si vide che la festa alla quale il vincitore di Mentana aveva invitato i prodi cuori che avevano condotto alla lotta e alla vittoria, era molto semplice; non se ne poteva immaginare una più modesta. Ma il popolo, il vero, il grande popolo di Roma, provvide, senza che avesse l’obbligo di fare ciò, e di spontanea volontà, agli onori che erano loro dovuti. Questa gente non era stata affatto stimolata da inviti dei funzionari; non s’era fatto ricorso a spettacoli di pompa, di gloria o di divertimento; quattro righe di giornale avevano annunciato, la vigilia, l’arrivo delle truppe, e nondimeno tutta Roma aveva lasciato le proprie abitazioni per slanciarsi sulla strada dove dovevano arrivare coloro che tornavano da Mentana; il trionfo fu loro decretato dal cuore del popolo, che lo aveva assegnato con tutta la foga entusiastica con la quale il popolo esegue i propri decreti. Dal Quirinale a porta Pia e, più in là, fino al ponte Nomentano, vale a dire lungo otto o nove chilometri di strada, ondeggiava una folla innumerevole, che si ingrossava a vista d’occhio e causa dell’arrivo continuo di nuovi torrenti di spettatori.

Le finestre, i balconi, gli abbaini, i tetti e tutte le sommità elevate formicolavano di teste umane, e tutte le classi della società non avevano che un solo scopo, un solo pensiero, e si trovavano mischiate : tutti volevano salutare di persona i vincitori, tutti volevano ringraziare i salvatori di Roma e di Pio IX. Qualsiasi pompa escogitata e preparata in anticipo non poteva essere paragonata all’accoglienza che fu fatta ai due generali Kanzler e de Failly, allorquando essi apparvero alla moltitudine. Gli applausi e gli evviva scoppiavano da ogni parte intorno a loro, esprimendo loro una riconoscenza che veniva dal cuore. In Kanzler di onorare il fermo direttore di questa guerra valorosamente portata a buon fine, colui che dava così pronte disposizioni, il saldato tanto audace, il generale preparato ed immutabile dell’ultima giornata di Mentana; nel signor de Failly il popolo romano personificava il soccorso magnanimo dell’esercito francese, il liberatore inviato da Napoleone III, la Francia intera che aveva voluto che fosse così. Il signor de Failly potrà dire se mai alcun popolo si mostrò più ardente nell’esprimere la propria gratitudine.

Non bastò ai romani di acclamare i generali; essi vollero versare, per così dire, il loro affetto e l’ammirazione della loro anima riconoscente nel seno di ciascuno dei loro difensori. Così, al primo apparire dei vessilli tanto desiderati dell’avanguardia, composta dagli zuavi e dall’artiglieria, benché fossero ancora lontani da Roma, la massa del popolo che veniva loro incontro, rompendo in repentini clamori di saluto, si aprì, formando due siepi di corpi e di teste, tra le quali rinserrò l’avanguardia, avviluppando di un immenso osanna i vincitori di Mentana: « Viva Pio IX ! Viva il Papa Re ! ».

Ognuno cercava di inventare nuove espressioni sempre più ardenti, sempre più calorose, secondo ciò che dettava il cuore emozionato da una gioia incommensurabile. L’ammirazione per i vincitori era aumentata, nel cuore del popolo, perché avevano saputo che questi capitani e questi soldati non erano in fin dei conti che semplici volontari, un gran numero dei quali aveva lasciato la propria patria lontana, e altri, in gran numero, tra i quali questi volontari, erano di origine assai nobile ed illustre, oppure erano borghesi agiati, che avevano lasciato le loro famiglie, i loro piaceri, i loro affari, i loro amici, le loro spose, per prendere un fucile e non chiedere altra ricompensa che quella di versare il proprio sangue per Pio IX e per la religione.

Questi grandi eroi si piantarono dentro, per così dire, i pensieri di ognuno: di qui il rinnovarsi strepitoso di questa gioia espansiva, di nuovi evviva a ciascun comandante, la maggior parte dei quali si conosceva, di nuovi applausi per ogni soldato che aveva un braccio al collo o portava altri segni di ferite. Avendo capito da lontano di che cosa si trattava, la brigata francese si preparò a essere passata in rivista; gli ufficiali si aggiustarono i vestiti, estraendo le spade dal fodero; i soldati si allinearono e marciarono a passo.

Essi erano tuttavia ben lontani dal supporre quale accesso di gioia trionfale li attendeva; era difficile per loro capire come Roma potesse contenere l’immensa, innumerevole popolazione che avevano sotto gli occhi. Dovunque giravano i loro sguardi, tutt’intorno a loro, sopra loro, essi non incontravano altro che visi ridenti, mani levate nel gesto di applaudire, cappelli che sventolavano per il saluto; questo buon popolo, poggiando le dita sulle labbra, inviava baci a queste figure marziali che non avevano mai visto, che non conoscevano, e che erano divenute figure amate, figure care, perché appartenevano agli amici di Roma e di Pio IX!

Roberto Di Nolli, Mentana, Nardi Editore, Roma 1965, pagg. 141-143.