La tomba di san Pietro

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 65/17 del 29 giugno 2017, Santi Pietro e PaoloVaticano - Scavi del 1941 small

La verità della tomba di san Pietro. Intervento di Margherita Guarducci, Milano, 1990.

Che cosa dice da secoli la tradizione della Chiesa? Dice che Pietro, il pescatore di Galilea, quello che Cristo stesso considerava «protos», il primo dei suoi discepoli, il principe degli apostoli fino ad allora, venne a Roma a predicare la buona novella; che a Roma morì martire sotto Nerone nel 64, nel Circo Vaticano, fu sepolto a breve distanza dal luogo del suo martirio, e sulla sua tomba, all’inizio del IV secolo, l’imperatore Costantino fece costruire la grande basilica vaticana.
Questa tradizione secolare della Chiesa cominciò, a un certo momento, a suscitare dissensi da parte degli avversari della Chiesa, e i dissensi giunsero al punto che qualcuno si credette in obbligo di dire, contro ogni verità storica, che Pietro non era mai venuto a Roma, tanto per poter negare la presenza della tomba di Pietro in Vaticano; che è di suprema importanza, in quanto dire tomba di san Pietro a Roma, in Vaticano, significa in un certo senso dire primato della Chiesa di Roma.
Bisognò arrivare a Pio XII, uomo di altissimo ingegno, di grande cultura, di grandissima umanità e dotato di uno spirito veramente lungimirante. Appena eletto Papa, nel 1939, volle aprire alla scienza i sotterranei della basilica vaticana e cercare una risposta alla secolare domanda.
Gli scavi cominciarono e durarono fino al 1949. Furono scavi anormali, in cui molto si distrusse e furono commesse cose quasi inaudite.

Altari come «matrioske»
Trovarono una necropoli, un antico e vasto cimitero, che andava da est a ovest ed era parallelo al Circo di Nerone, quello stesso circo in cui Pietro aveva subìto il martirio. Questa vasta necropoli era stata riempita di terra. Perché Costantino, o chi per lui (il papa Silvestro fu il grande consigliere di Costantino), voleva fare il piano su cui la prima basilica in onore di Pietro doveva essere fondata.
Cosa si trovò sotto l’altare papale? Una successione di monumenti e di altari: uno sotto l’altro, uno dentro l’altro. Ciò significava che quel luogo, il luogo della confessione, era stato da tempo, da secoli oggetto del culto di Pietro. Sotto l’altare papale, che è l’altare attuale, di Clemente VIII (1594), se ne trovò un altro precedente, di Callisto I (1123); dentro l’altare di Callisto II si trovò l’altare di Gregorio Magno (590-604); l’altare di Gregorio Magno, a sua volta, poggiava sopra il monumento che Costantino ancora prima di costruire la basilica, aveva fatto erigere sul luogo della tomba di Pietro, e questo monumento costantiniano può essere datato fra il 321 e il 326. Questo monumento di Costantino comprendeva un monumento più antico, che risaliva al II secolo, il primo monumento di Pietro. Poi che cosa fu incluso? Ci fu incluso una parte di un piccolo edificio che si trovava addossato a un certo muro rosso che faceva da sfondo al primo monumento di Pietro. In questo piccolo edificio, c’era un muro coperto di graffiti, di antiche iscrizioni (naturalmente anteriori al monumento di Costantino, perché furono incluse dentro il monumento di Costantino), coperte di epigrafi che indicavano col loro affollamento l’immensa devozione dei fedeli. Poi, oltre questo, si vide che il primo monumento di san Pietro aveva nel pavimento un chiusino, il quale indicava la presenza di un’antica tomba in terra, sulla quale tutti questi monumenti si erano sovrapposti. Sotto questo chiusino, purtroppo, non c’era nulla. Si trovò la terra sconvolta e vuota.

Radiomessaggio “rivoluzionario”
Questo era lo stato delle cose quando si chiusero gli scavi del 1940-49. Pio XII nel radiomessaggio del Natale 1950 dette notizia al mondo degli avvenuti scavi e disse che la tomba di Pietro era stata ritrovata.
Cominciai a occuparmi degli scavi di San Pietro, a scavi terminati e a relazione già pubblicata, nel 1952.
Uno degli scavatori aveva pubblicato, seppure inesattamente, un certo graffito che sarebbe stato trovato proprio sul luogo dove c’era il muro coperto di graffiti del quale ho parlato. Avevo già avuto occasione di conoscere un certo graffito, dove avevo intuito la lettura «Petrus eni» («eni» nel senso di «enesti»: Pietro è dentro). Fu allora che chiesi a Pio XII di visitare gli scavi, ma nessuno poteva accedervi. Pio XII mi concesse il permesso. Allora cominciai a cercare il graffito, questo «Petrus eni», e non c’era, perché uno degli scavatori l’aveva portato a casa sua.
Entrata nel 1952, ho lavorato fino al 1965, sono stati anni di intensissimo lavoro. Cominciai a studiare il muro dei graffiti, che era stato incluso nel monumento costantiniano. Ora, questo muro era una selva selvaggia, e io disperavo veramente di levarne le gambe -come si suol dire- però, con pazienza, mi misi e cercai di decifrare. Durò mesi la mia decifrazione, fu una delle decifrazioni più difficili che mi occorse di fare. Poi, a un certo momento, afferrai il bandolo della matassa e riuscii a capire. Lì si era usata una crittografia mistica, cioè si giocava, in un certo senso, sulle lettere dell’alfabeto. Lì c’era a esuberanza il nome di Pietro, espresso con le lettere P, PE, PET, e unito di solito col nome di Cristo, col simbolo di Cristo, con la sigla di Cristo e col nome di Maria, e soprattutto dominavano, su questo muro, le acclamazioni alla vittoria di Cristo, Pietro e Maria. Poi c’era il ricordo della Trinità, il ricordo di Cristo seconda persona della Trinità, e via di seguito. Insomma, tutta la teologia del tempo era lì, squadernata su questo muro.

A colpi di cartoccia
Poi fu la volta delle ossa di Pietro. In un primo momento ero lontana mille miglia dall’idea che avrei potuto un giorno mettere le mani sulle ossa di Pietro.
Però, mentre ancora stavo decifrando i graffiti (ancora nel 1953), cominciai ad avere in mano le ossa di Pietro. Le ossa di Pietro stavano nella tomba in terra sotto il chiusino, come la tradizione della Chiesa aveva sempre dichiarato. Poi, quando Costantino volle fare il monumento in onore dell’Apostolo, le ossa furono prelevate dalla terra e ravvolte in un prezioso drappo di porpora e d’oro e deposte in questo loculo, e poi questo loculo chiuso per sempre.
Era avvenuto che, durante gli scavi, gli scavatori, volendo indagare in questo luogo che la tradizione indicava come il luogo della sepoltura di Pietro, andavano un pò per le spicce. A colpi di cartoccia (la cartoccia è quello strumento per piantare i pali nel terreno duro) sfondarono l’altare di Callisto II per arrivare il più presto possibile al luogo stesso. E che cosa avvenne? Sotto i forti colpi della cartoccia cadde, dall’interno del muro, una quantità di calcinacci, dall’interno e dall’esterno, voglio dire dall’antico muro coperto di intonaco rosso, e tutti si riversarono in questo loculo, sopra le disgraziate ossa che erano state deposte da Costantino nel loculo del monumento. Così si presentò come un ammasso di detriti, non si riconobbero le ossa.
In quel momento era capo della Fabbrica di San Pietro un uomo intelligente, molto pio, molto sensibile al non lasciare allo scoperto le ossa di chiunque, cristiani o pagani che fossero. Monsignor Ksas (uomo di fiducia di Pio XII) notò che fra questi detriti del loculo c’erano delle ossa. Fece buttar via i detriti, raccogliere le ossa dentro una cassetta e la mise in un ripostiglio delle grotte vaticane, dove rimasero ignorate per dieci anni.
C’erano delle ossa con fili d’oro e pezzetti minuscoli di tessuto color porpora.
Un antropologo di mia fiducia, il professor Correnti, prese in esame il gruppo di ossa della cassetta, e mi disse: “Mah, è una cosa strana, perché gli altri gruppi che mi hanno fatto esaminare erano tutti di diversi individui, questo è di uno solo”. Domandai: “Di che sesso?”. Disse: “Maschile”. “Età?”. “Senile”. “Corporatura?”. “Robusta”.

Non per «puro caso»
Nel ‘64 gli esami erano compiuti. Nel ‘65 uscì il mio libro «Le reliquie di san Pietro sotto la confessione della basilica vaticana», e lì cominciò a scatenarsi la tempesta, perché alcuni, anzi molti, erano felici del risultato; altri no.
Dopo la mia messa a punto che uscì nel ‘67, Paolo VI si trovò obbligato ad annunciare che le ossa di Pietro erano state ritrovate.
Noi sappiamo che Cristo fondò la sua Chiesa sulla roccia di Pietro e le promise la vittoria sulle forze del male. Ora, mi sembra che non sia un puro caso che le ossa del principe degli apostoli, di Pietro, si siano -per miracolosa eccezione- conservate e che siano, per l’appunto, dentro la basilica vaticana, cioè al centro di quella chiesa che -per definizione- è universale. Loro sanno che «catholicos» vuol dire, in greco, universale.

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