La storia dimenticata: il riscatto dei cristiani schiavi dell’Islam

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 12/16 dell’8 febbraio 2016, San Giovanni di Matha

Le Compagnie del riscatto
Una pagina dimenticata del rapporto tra Europa e mondo musulmano

Fathers_of_the_RedemptionTutta l’area mediterranea, dal primo Cinquecento sino agli albori del XIX secolo, fu segnata in maniera più o meno marcata dalle imprese predatorie dei corsari barbareschi che ebbero le loro principali basi operative nelle reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri, entità semistatuali formalmente dipendenti dall’Impero Ottomano.
Proprio per la sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo fortissimo fu il coinvolgimento dell’Italia. Per più di tre secoli le popolazioni costiere della Penisola dovettero convivere con la costante minaccia di improvvise rovinose incursioni dal mare. Il pericolo, comunque, non era limitato solo a coloro che vivevano sul litorale.
Bastava infatti che un individuo avesse la necessità di viaggiare per mare perché potesse divenire, a sua volta, vittima di un arrembaggio barbaresco. A pagarne le conseguenze furono decine di migliaia di uomini che, catturati, vennero poi trasferiti nel Maghreb o in qualche lontana località del Levante dove furono trattati non come prigionieri di guerra da liberarsi alla fine di ogni conflitto, ma come schiavi a vita in quanto provenienti dal mondo degli “infedeli”.
Insomma, in un quadro di una totale contrapposizione religiosa, il cristiano caduto in mano dei musulmani, non avrebbe mai potuto tornare libero e ancor meno rientrare in patria. In tale condizione come avrebbe potuto un qualsiasi suddito di uno Stato italiano riconquistare la libertà?
Ovviamente si poteva sempre tentare la via della fuga a rischio di crudeli punizioni e finanche della vita; ma pochi provarono ad evadere ed ancor meno furono coloro che vi riuscirono. Oppure ci si poteva convertire al credo del nemico rinnegando la propria fede.
Ma con una tale opzione si rinunciava in partenza ad ogni ipotesi di rimpatrio accettando di vivere il resto della propria vita come musulmano tra musulmani. Si poteva infine sperare di por fine alla propria schiavitù mediante uno scambio di prigionieri, cosa che, di quando in quando, effettivamente avvenne.
Comunque la via più seguita per il recupero della libertà e il ritorno in patria fu quella del riscatto. In altri termini i barbareschi erano disposti a rilasciare lo schiavo cristiano dietro il pagamento di una consistente somma di denaro. Ciò rispondeva ad una precisa logica economica.
In effetti i corsari maghrebini (ma la cosa valeva sostanzialmente per tutto l’Impero Ottomano) considerarono i cristiani caduti nelle loro mani non tanto una forza di lavoro da sfruttare, quanto un possibile strumento di rapido e consistente arricchimento monetario. Non si mancò certo di imporre agli schiavi, soprattutto se giovani e prestanti, lavori che comportavano un notevole logorio fisico. Così moltissimi furono impiegati come vogatori sulle navi; non pochi furono destinati alle miniere, alle cave o all’attività edilizia; altri ancora furono adibiti alle fatiche dei campi…
Ma il loro utilizzo concreto venne sempre considerato temporaneo, giacché nell’ottica barbaresca i prigionieri cristiani dovevano in primo luogo essere trattati essenzialmente come una merce da cui trarre con il massimo profitto possibile favorendone, per l’appunto, il rientro in patria attraverso il versamento di un cospicuo riscatto.
All’atto pratico però, di fronte alla concreta ipotesi di poter essere liberati mediante il pagamento di un riscatto, la sorte non era comunque eguale per tutti gli schiavi cristiani. I ricchi potevano infatti riscattarsi da soli, con relativa facilità, pagando di tasca propria alla controparte cifre spesso spropositate. Ben più problematica la situazione dei più, che ricchi non erano, ai quali non rimaneva che sperare in un qualche intervento della carità pubblica.
Proprio per rispondere ad una simile stringente necessità in Italia (ma il fenomeno interessò più o meno tutta l’Europa) furono fondate e si svilupparono numerose compagnie dette “del riscatto” in quanto finalizzate alla raccolta di denaro da impiegarsi per la liberazione a pagamento di coloro che il linguaggio del tempo indicava come “prigioni del Turco infedele”.
Tali associazioni costituirono la principale risposta solidaristica che l’occidente cristiano seppe approntare a fronte della deportazione coatta in terra islamica di svariate migliaia di persone predate per mare o catturate sulla terraferma dal nemico ottomano e barbaresco. Fu infatti per merito della generosità caritativa delle compagnie del riscatto che tantissimi schiavi cristiani poterono terminare – dietro il versamento di una congrua somma di denaro – la propria prigionia e far ritorno in patria.
In Italia tali istituzioni vennero a costituirsi a partire dal Cinquecento conoscendo poi un incremento eccezionale tra il Sei ed il Settecento in connessione con il massimo esplicarsi dell’attività predatoria barbaresca.
Solitamente legate ai Mercedari o ai Trinitari (i due grandi ordini religiosi preposti statutariamente all’assistenza dei cristiani caduti prigionieri “in mano degli infedeli”) e sostenute attivamente dalle autorità ecclesiastiche, le varie compagnie del riscatto godettero di un largo seguito popolare anche in virtù delle numerose indulgenze e grazie spirituali di cui i loro membri poterono via via giovarsi.
Attraverso la raccolta di un’ingente quantità di denaro (frutto di collette, elemosine, donativi e lasciti testamentari), tali istituzioni costituirono così un anello rilevante per l’approntamento di quello scambio denaro/uomo su cui si fondava buona parte dell’impianto economico della corsa barbaresca. Ciò spiega la loro capillare diffusione in tutte le regioni italiane.
Una delle più precoci fu la confraternita di Santa Maria del Gesù della Redenzione dei Cattivi (ove il termine “cattivi”, derivato dal latino captivi, è da intendersi come “schiavi”), fondata a Napoli nel 1548.
A Roma papa Gregorio XIII, nel 1581, affidò all’Arciconfraternita del Gonfalone la raccolta di denaro per il riscatto dei sudditi pontifici prigionieri in mano musulmani. In Sicilia fu attivissima, sin dal 1595, la palermitana Arciconfraternita per la Redenzione dei Poveri Captivi.
Nei decenni successivi confraternite per il riscatto si costituirono anche in tutta l’Italia centro-settentrionale da Trento a Bologna, da Ferrara a Milano, da Torino a Parma ecc. Nel Granducato di Toscana, alla metà del Seicento, ad una prima compagnia redentrice, sorta a Firenze nel 1598, si affiancò per impulso dei Trinitari una fitta rete di sodalizi che operarono a Livorno, Pisa, Pistoia, Carrara ed in varie altre località, e tale indirizzo fu seguito anche nella Repubblica di Lucca.
Del tutto particolare fu il caso della Repubblica di Genova dove, preso atto del drammatico moltiplicarsi del numero dei sudditi prigionieri in Africa Settentrionale, nel 1597 si decise di affidare ad un’apposita istituzione governativa (il Magistrato del Riscatto) ogni pratica finalizzata alla loro liberazione.
Anche a Venezia la gestione dei riscatti fu affidata ad un ente governativo (i Provveditori sopra ospedali) affiancato dall’importante Scuola della Santissima Trinità, istituita nel 1604 nella chiesa di Santa Maria Formosa. Vi furono però periodi, nella prima metà del Settecento, in cui la Serenissima delegò esclusivamente all’Ordine Trinitario il compito di provvedere al riscatto dei propri sudditi.
Al di là della loro varia natura, tutte le istituzioni sopra ricordate operarono più o meno secondo uno stesso modulo. Primo loro compito fu l’approntamento di liste di concittadini prigionieri in terra musulmana per i quali si sarebbe potuto organizzare il riscatto.
Su ogni nominativo si avviava poi un’indagine preliminare per conoscerne le reali condizioni economiche e patrimoniali sicché, se del caso, la famiglia dell’interessato veniva poi invitata a versare una certa somma da aggiungersi allo stanziamento già predisposto dall’istituzione redentrice. La pratica del riscatto entrava poi nella sua fase esecutiva.
Alcuni sodalizi ebbero la capacità di organizzare dei grandi riscatti collettivi inviando a Tripoli, Algeri e Tunisi proprie specifiche missioni. Però assai più di frequente si preferì appoggiarsi sull’esperienza e sulla disponibilità dei già ricordati Trinitari e Mercedari. Comunque il compito di chi materialmente doveva poi intavolare le trattative con la controparte non fu mai facile.
I criteri e le priorità seguiti dalle autorità barbaresche non erano infatti sempre conciliabili con i programmi dei redentori. Ad esempio di sovente i barbareschi cercavano di imporre il riscatto di elementi vecchi o inabili rifiutandosi al contempo di soddisfare richieste concernenti persone che, per età o per professione, risultassero non cedibili dai loro proprietari.
Talvolta, proprio perché i loro programmi iniziali non si potevano realizzare a pieno per l’opposizione della controparte, i redentori si trovarono nella condizione di poter disporre liberamente di parte del denaro loro affidato. Essi dovettero quindi decidere sul posto quale prigioniero riscattare e, in simili circostanze, si può ben immaginare le molteplici pressioni a cui furono sottoposti giacché ogni schiavo non avrà certo mancato di lamentare le proprie misere condizioni e di esporre i vari motivi per i quali riteneva di dover essere anteposto agli altri.
Non è qui il caso di soffermarci sul variare delle somme che da parte barbaresca vennero richieste per la liberazione degli schiavi. Merita segnalare invece che, per ogni prigioniero riscattato, i redentori dovevano pagare anche tutta una serie di diritti fissi e di tasse accessorie che facevano inevitabilmente lievitare il prezzo finale. A conti fatti, la somma delle spese aggiuntive poteva equivalere addirittura ad un terzo del totale effettivamente versato per un riscatto.
Si può facilmente capire come, in un simile quadro, le trattative non fossero quasi mai brevi e semplici. Talvolta sul prezzo di uno schiavo o di un gruppo di schiavi si apriva una sorta di tira e molla destinato a protrarsi per mesi e perfino per anni. Né mancarono casi, davvero sfortunati, in cui il negoziato si interruppe del tutto.
Né le difficoltà terminavano con la conclusione positiva dell’affare giacché altro gravoso impegno richiedeva il viaggio di ritorno. L’organizzazione dei passaggi marittimi sicuri per i redenti necessitavano di nuovi permessi e di altre spese. In definitiva solo quando la nave che trasportava gli schiavi riscattati approdava in un porto italiano l’operazione poteva dirsi davvero conclusa.
I prigionieri liberati, trascorso in isolamento il necessario periodo di quarantena sanitaria, venivano alla fine accolti trionfalmente nella loro città da cui mancavano da anni e talvolta da decenni.
In loro onore le compagnie del riscatto organizzavano solenni cerimonie consistenti per lo più in lunghe processioni a cui concorreva una folla strabocchevole desiderosa di rivedere e di salutare concittadini la cui liberazione dalla tremenda prigionia in terra islamica aveva i contorni del miracoloso.
Il corteo per solito si concludeva nella sede stessa della confraternita redentrice che, per l’occasione, poteva raccogliere tra il folto pubblico consistenti donazioni ed elemosine proprio sulla scia del riscatto felicemente concluso.

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