La meritocrazia uccisa dalla democrazia

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzapaliotto
Comunicato n. 29/20 del 27 marzo 2020, San Giovanni Damasceno
 
La meritocrazia uccisa dalla democrazia
 
“Idioti come noi”. La delusione di Bergamo, nel cuore del disastro
 
Buongiorno electomagici: qui Bergamo, epicentro della sardana. C’è una specie di scollamento, qui da noi: una discrasia stridente tra la nostra vita reale e il teatrino messo in piedi quotidianamente dalla compagnia di giro che ci governa, che ci informa, che ci imbonisce.
 
Vedere le giacchette eleganti di Conte o di Casalino, ascoltare le gigionerie di virologi, epidemiologi, igienisti, che si contraddicono tra loro e tra sé e sé, ci fa, più o meno, l’effetto di un letamaio sotto la neve. Più o meno.
Da noi, qui nella terra tra i due fiumi, la gente muore davvero: davvero ogni famiglia conta delle perdite, manco fossimo in guerra. Ma, proprio perché mi trovo qui, dove tutto pare precipitare nell’abisso, vorrei ragionare con voi: vorrei provare a vedere le cose in maniera meno emotivamente coinvolta.
 
I politici, gli scienziati, gli anchormen non ne hanno azzeccata una, è vero: hanno detto, tutti, tutto e il contrario di tutto. Si sono, in un certo senso, comportati proprio come l’uomo della strada, che, prima andava a bere aperitivi sui navigli e, poi, si è rintanato in casa, tremebondo. Tutti, dicevo, a cominciare dai politicanti: da Sala a Salvini, da Zingaretti a Boccia. Hanno riso, scherzato, brontolato, minacciato, sempre a vanvera, sempre fuori tempo.
 
Esattamente come noi. Perché, oggi, la politica impone loro di mostrarsi uguali al popolo che si governa: la legge del consenso li vuole simpatici, accondiscendenti, in linea con il mainstream popolare, i politici. Pena l’oblio: quell’oblio che tocca a chi troppo increbbe al proprio tempo, magari dicendo e facendo cose impopolari. Popolarità, quanti delitti si commettono in tuo nome!
 
E io lo dico adesso, proprio ora, dal centro esatto della tragedia, dallo Schwerpunkt del covid19: era tutto sbagliato. Era sbagliato eleggere dei politici perché ci somigliavano, perché erano miserandi guitti, come, probabilmente, saremmo stati noi, al posto loro: bisogna scegliere i migliori, non quelli che ci dicono ciò che vogliamo sentirci dire. Un politico non deve essere uguale al popolo che governa: deve essere migliore. Non uno di noi, ma uno davanti a noi: sempre due passi avanti.
 
Invece, in questo cataclisma che ci ha costretti a guardare in faccia la nostra miseria presente e futura, tutto ciò che la politica, l’informazione e perfino la scienza ci hanno saputo dire è che ognuno di noi avrebbe saputo fare lo stesso: che le élites non esistono, ma esiste solo una mucillagine indistinta di chiacchieratori sociali, incapace di progetti, incapace di reazione, incapace perfino di chiamare le cose col loro nome.
 
E, in questa gara al ribasso, non mi sento di fare differenze o di stilare classifiche: mi hanno deluso tutti quanti, dalla virologa che blatera di semplice influenza al sindaco che va a cena al ristorante, dal ministro che ridacchia parlando di morti al giornalista che cerca la lacrimevole storia. E, in fondo, mi hanno deluso perché si sono rivelati gentuccia normale, non perché non erano all’altezza.
 
Mi hanno deluso perché sono il ritratto preciso di una Nazione di poveretti, di raccomandati, di inadeguati, che, di fronte alla potenza della natura, tornano a mostrare tutti i loro limiti. Beato quel popolo che, quando ha bisogno di eroi, li trova. Questa è la grande lezione per il nostro futuro: i leader, gli scienziati, i premi Pulitzer, gli statisti, non nascono a casaccio: non verzicano in luoghi in cui abbiano prosperato asini e pecorume. Abbiamo perso una generazione, quella dei nostri vecchi: dedichiamoci a costruire la prossima, quella dei nostri nipoti. Perché, se devo basarmi sulle parole di qualche cretino sardinesco, su quella dei figli non possiamo già più contare.