La genealogia dei Sossa e il martirio del beato Lorenzino

img055Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 73/20 dell’11 settembre 2020, San Giacinto

La genealogia dei Sossa e il martirio del beato Lorenzino

Mons. Umberto Benigni nella sua “Storia Sociale della Chiesa” tratta dell’omicidio rituale giudaico in una corposa appendice al primo tomo del IV volume (dalla pag. 369 alla pag. 387), nella quale descrive l’esistenza e la natura del “delitto rituale ebraico per versare il sangue di cristiani specialmente fanciulli”. Nel lungo elenco di fatti di sangue, riconducibili nel corso dei secoli a questa pratica, si legge anche: “1485. A Marostica (Vicenza) il beato Lorenzino assassinato dagli ebrei il venerdì santo 5 aprile” (in nota: “probabilmente per spillare sangue”).

Si tratta della morte violenta di un bambino di 5 anni, Lorenzino Sossio, avvenuta nella Settimana Santa nel 1485. Tra le pagine di un libretto devozionale pubblicato del 1954 con l’imprimatur della diocesi di Vicenza, “Il beato Lorenzino da Marostica nella Storia e nel Culto” (edizione riveduta e aggiornata di un opuscolo di mons. Giovanni Ronconi del 1885) si legge: “Nel giorno che la pietà cristiana consacra alla morte di Cristo, vagavano per quei luoghi degli ebrei, con il truce disegno di trovare tra i cristiani una vittima da sacrificare in odio a Gesù Cristo”. Il libretto prosegue narrando l’avvistamento della vittima prescelta in località Cà Lugo, nell’attuale comune di Valrovina, e la consumazione del delitto: “Spogliatolo delle vesti, l’appoggiarono con il dorso al tronco di una grossa quercia, gli tirarono indietro le braccia e poi lo legarono le mani e i piedi in forma di crocifisso. La tenera età, le lagrime, i gemiti, lo spasimo di tutte le membra, non valsero a placare quei discendenti dei crucifissori di Cristo, che inveirono ancor più verso il piccino, finché questi, mancandogli le forze, con il pallore mortale sul volto, piegò la dissanguata testa e morì. Allora, staccatolo dalla quercia lo seppellirono, coprendo con terra, sassi e fogliami l’insanguinato cadavere”.

Il corpicino fu ritrovato in una fossa naturale nei boschi di Valrovina e in seguito traslato nella chiesa parrocchiale di Marostica: i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione diffusero rapidamente il culto al piccolo martire. Il testo del libretto prosegue associando la devozione al beato Lorenzino a casi analoghi successi a Trento (san Simonino nel 1474) e nel villaggio tirolese di Rinn, in Tirolo (il beato Andrea Oxner nel 1462): in tutti questi casi la Chiesa permise il culto e autorizzò una Messa e un’Ufficiatura propri.

Le popolazioni di Valrovina e di Marostica (e non solo, essendosi il culto diffuso in altre terre venete), hanno sempre invocato con fede il “loro” martire, con voti e suppliche. Nella chiesa parrocchiale di Valrovina si venera un braccio del fanciullo, mentre in quella di S. Maria Assunta a Marostica vi è un’urna con il corpicino incorrotto. Nella seconda guerra mondiale gli abitanti di Marostica invocarono la protezione del beato e la cittadina fu risparmiata dalla catastrofe bellica. In ringraziamento nel 1947 fu inaugurata una nuova cappella laterale nella parrocchiale per ospitare l’urna col santo, alla presenza dei vescovi di Vicenza e di Reggio Emilia (ex parroco di Marostica). I carnefici erano ormai dimenticati, ma non il glorioso martire.

Tuttavia la serena e profonda devozione popolare iniziò ad essere il bersaglio dell’ebraismo italiano che, dopo il concilio Vaticano II, pretese la soppressione, tra gli altri, del culto di san Simonino e del beato Lorenzino. Già nel 1972 la rivista Shalom parlava di “presunto” martirio (M. Nardello, Il presunto martirio del beato Lorenzino Sossio da Marostica, luglio/agosto 1972). Se a Trento gli israeliti ottennero facilmente dai loro fratelli minori, cioè i modernisti della Curia, la cancellazione del culto (e addirittura l’occultamento del107 le reliquie), a Marostica le cose sono andate diversamente, anche per la presenza in Vaticano di Mons. Piergiorgio Nesti (1931-2009), originario della cittadina veneta, che fece tutto il possibile per intralciare l’operazione. Sta di fatto che l’urna con le reliquie del martire è ancora in chiesa, anche se l’attuale ‘arciprete’ nega che si tratti di un corpo umano e lo definisce una “bambolina”, espressione sgraziata per indicare un semplice simulacro.

Uno dei tanti interventi “negazionisti” è stato all’origine di un libro pubblicato nel 2018: o felix culpa! Infatti, nel 1984 si tenne a Marostica il convegno: “Storia e mito nella vicenda del beato Lorenzino”, dove si affermò che “è risultata evidente la totale assenza di fondamento storico della tradizione del martirio del beato Lorenzino, tradizione di epoca tardiva, carica di contraddizioni” e che “il nome Sossio non risulta fra le famiglie di Valrovina e di Marostica dell’epoca”. Secondo questa versione dei fatti quindi, non solo tutta la vicenda sarebbe frutto della fantasia, ma addirittura il protagonista e la sua famiglia non sarebbero mai esistiti! Quella sera si trovava in sala lo storico Stefano Zulian, legato a Marostica per la tradizione scacchistica della città che, dopo una lunga ricerca negli archivi, studiando le carte del XV e XVI secolo ha Affresco nel capitello dove fu ritrovato il corpo del Beato Sossio in Valrovina dato… scacco matto ai mistificatori, con la pubblicazione del libro “I Sossa e il Beato Lorenzino. La loro storia nei documenti d’archivio”.

Il lettore troverà nelle prime pagine dell’opera la documentazione fotografica dei luoghi più significativi del culto al beato Lorenzino, a iniziare dal capitello costruito sul luogo del martirio, sopra la fossa dove fu rinvenuto il corpo straziato.

Seguono una trentina di fitte pagine frutto delle ricerche dell’Autore negli atti pubblici e privati dal secondo Quattrocento a tutto il Cinquecento nell’area del bassanese. Dei Sossa (Sossio) il Zulian ricostruisce l’albero genealogico e alcuni momenti salienti della loro vita, tra cui il testamento di Nicola Sossa del 1572 trascritto nel libro, decisivo per la ricerca. Di particolare importanza il libro cassa di Angarano (nella metà del XV comunità unita a quella di Valrovina), dove sono registrate alcune spese fatte nel 1485 per il “puto di Varoina”, senza indicazione del nome poiché si trattava di qualcosa ampiamente notorio ai contemporanei.

Ma sono soprattutto gli altri protagonisti della vicenda, gli Israeliti, a rivivere nelle pagine del libro, con un ampio riferimento ai fatti trentini del 1474 (martirio di san Simonino), undici anni prima dell’uccisione del beato Lorenzino. Si intrecciano nomi e luoghi di due vicende identiche con esiti giudiziari diversi. Se a Trento i colpevoli furono condannati, malgrado mille intrighi che manifestarono l’influenza che i detentori di ricchezze avevano presso le autorità imperiali e persino quella romana, per gli analoghi fatti di Valrovina la macchina della giustizia veneta si infranse contro gli scogli dell’astuzia degli usurai. Probabilmente fu concesso un prestito di denaro al Doge, per far fronte a necessità belliche contro i Turchi, in cambio della “dimenticanza” degli atti processuali. L’Autore segue nella sua ricerca in particolare una fa108 miglia di ebrei presenti prima a Trento e poi Bassano e Udine, i Marcuzzo: uno di essi sarà tra i principali indiziati per l’uccisione del beato Lorenzino. Dalle carte compare anche un notaio originario di Valrovina, Giorgio Angelini, probabilmente scomunicato per aver partecipato a delle nozze ebraiche a Bassano, e quindi in buoni rapporti con gli israeliti della zona (se la legò al dito e nel testamento non lascerà una sola moneta alle istituzioni religiose). Su un atto rogato da Angelini nel 1475, una mano postuma disegnerà il cadavere di un bambino (documentazione fotografica riportata dallo Zulian), quasi a dire: “guarda cosa hanno fatto i tuoi amici”.

Il libro da pag. 76 a pag. 131 presenta delle utilissime tavole sinottiche per districarsi meglio nella vicenda, con la disposizione in ordine cronologico degli atti e degli avvenimenti narrati, suddivise in tre colonne: gli ebrei del bassanese, le vicende del territorio e in particolare della famiglia Sossa e infine “casi di cronaca nera” in cui furono coinvolti gli israeliti.bls

Nel complesso si tratta di una ricerca che, meritevole di ulteriori sviluppi, scompagina la tesi di chi negava l’esistenza della famiglia dei Sossa e, per il fatto stesso, la “Pasqua di sangue” del 1485, che causò il dolorosissimo lutto familiare. Non sembra invece condivisibile la distinzione fatta dall’Autore tra gli ebrei Askenaziti e Sefarditi, con l’attribuzione dei delitti rituali commessi nel corso dei secoli unicamente ai primi.

Terminiamo con una nota di colore: la festa liturgica è stata soppressa, ma che fine ha fatto la fiera esterna in onore del beato Lorenzino che si svolgeva all’esterno della chiesa? La risposta la troviamo sul sito “Santi e Beati”, eco della voce affranta della Curia vicentina: “Si celebra ancora, purtroppo, e con grande solennità”. Il beato Lorenzino dal Paradiso guarderà divertito i palloncini e le ciambelle della fiera e i suoi devoti potranno affermare, dopo aver letto il libro, che non tutte le ciambelle dei nemici della fede e della storia riescono col buco.

Stefano Zulian, I Sossa e il Beato Lorenzino. La loro storia nei documenti d’archivio, Attilio Fraccaro Editore, 2019
Il libro si può acquistare su Amazon oppure contattando la tipografia Grafiche Basso di Cassola, tel. 0424.533089, info@grafichebasso.it

Sodalitium 70-71, da pag. 106 a pag. 109:
http://www.sodalitium.biz/wp-content/uploads/soda70-71.pdf