La fedeltà del popolo romano al Papa Re

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza60_sbartolomeo-allisola
Comunicato n. 79/20 del 25 settembre 2020, San Cleofa

La fedeltà del popolo romano al Papa Re

Il 20 settembre 1870 le truppe italiane entrarono a Roma con il pretesto di “liberare” la popolazione. Il popolo romano invece rimase fedele al legittimo Sovrano e mostrò apertamente l’insofferenza per gli invasori.

E che i discendenti dei legislatori universali del mondo non siano oggidì degeneri dai loro illustri avi, mi pare abbastanza provato dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di un avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un gran regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti delle passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca. Né fu eroismo d’un momento; poichè quell’esempio dura tuttavia, a grande gloria di chi lo dà, a grande vantaggio di chi lo riceve.

È però da confessare, per amor del vero, che a tale costanza di propositi onorevoli conferirono anche i nuovi venuti. Costoro fecero man bassa sopra molte cose care e venerate. Fecero segno a vituperii l’antico, ma non seppero fabbricare nulla di nuovo, che meritasse il plauso del popolo più artistico della terra. Laonde furono accolti da non pochi col nome di barbari, ed a loro scorno il vecchio adagio : quod non fecerunt barbari fecerunt barberini, venne capovolto. Per tacere d’altro, quale oggidì è la condizione delle Catacombe? Le nuove leggi non provveggono a conservarle e per conseguenza rimangono in balìa di proprietari privati, che ne faranno il comodo loro.

Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eretici di qualsivoglia setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani, i quali, ad onta degli strati eterogenei molteplici e svariatissimi venuti d’ogni parte d’Italia ed anche d’ oltr’alpe a soprapporsi, rimangono pur sempre il fondo della popolazione di Roma, e le danno per così dire il tono generale. I romani antichi dicevano barbari tutti coloro che non godevano della cittadinanza di Roma: i romani moderni chiamano con disprezzo buzzurri tutti gli italiani che non nacquero negli Stati del Papa.

E a carico dei buzzurri non v’è spasso che non si prendano volentieri, se appena lo possano impunemente, anche con qualche scapito della fraterna carità. Uno chiede l’alloggio? Se è buzzurro, è probabile che lo mettano alla porta, ovvero gli diano il peggio. Una fantesca buzzurra si presenta al mercato? Paghi un terzo di più, o se ne vada con Dio. Bisogna intendere da certe buone creature, ite a Roma col marito per necessità d’impiego, i giorni tristi da loro passati colà, guardate con occhio bieco, sospettate, abbandonate, schifate quasi lebbrose.

(…) Una cosa soprattutto si pare evidente, a chi studia con qualche attenzione e con mente spregiudicata il popolo romano. Egli è tenerissimo della Religione. Io l’ho veduto affollarsi alle basiliche di S. Maria Maggiore, del Laterano e di Santa Croce per protestare contro lo sconsigliato e temerario barbetto (protestante, ndr), che osò con pubblico cartello chiamare massima eresia, anzi eresia per eccellenza, il dogma della divina Maternità della Vergine Maria. La sera del 20 aprile 1879 Roma era illuminata allo stesso fine, come nei giorni delle pubbliche festività. Tuttavia la devozione dei romani non fu ancor sazia. Nel tempio di S. Ignazio si indice un triduo solennissimo, il quale ha sempre il medesimo scopo di protesta e di onorevole ammenda dello sfregio fatto alla Madonna, la cara, la diletta Madre e Regina dei romani. E il tempio vastissimo non basta a capire la moltitudine dei devoti, che ne escono plaudendo cordialmente alla fede di Roma, e rallegrandosi reciprocamente di queste, che chiamano le sole consolazioni loro rimaste fra tante cause di affanno e di duolo.

Gaetano Zocchi, LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia, Prato, Tip. Giachetti, Figlio e C. 1881, pagg. 39 – 43.