Intervista di Rivarol a don Ricossa

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 90/19 del 1 dicembre 2019, Santa Bibianavandalitaybeh copia
 
Intervista di Rivarol a don Ricossa
 
L’importante rivista francese “Rivarol” anche quest’anno, in occasione del convegno di studi organizzato da don Jocelyn Le Gal a Parigi  ha intervistato il relatore don Francesco Ricossa. Il tema di quest’anno ha ripreso l’argomento trattato alla giornata per la regalità sociale di Cristo a Modena. Presentiamo al pubblico italiano la traduzione dell’intervista.
 
Don Francesco Ricossa: “Come valutare il fascismo da un punto di vista integralmente cattolico?”
 
RIVAROL don Francesco, in qualità di direttore della rivista dottrinale Sodalitium, alla fine di ogni anno lei tiene un ciclo di conferenze a Parigi, e anche questa domenica primo dicembre, dalle 14.45 alle 18.45, a Parigi, nel decimo arrondissement, a due passi dalla Gare de l’Est (Espace Dubail, 18 passage Dubai). In quest’anno 2019 ha scelto come tema: “Gli amici e i nemici della regalità di Cristo”. Può dirci qualcosa di più?
DON FRANCESCO RICOSSA Nel 1919, proprio un secolo fa, tre fondazioni di movimenti e di riviste ebbero luogo in Italia: il movimento fascista nato in trincea, il Partito popolate italiano (i democratici cristiani di Luigi Sturzo) e la rivista antimodernista e cattolica integrale, molto poco conosciuta in Francia, “Fede e Ragione”. Questo triplice anniversario è una buona occasione per studiare queste tre correnti di pensiero (il fascismo, la democrazia cristiana e il cattolicesimo integrale) alla luce della dottrina della regalità sociale di Cristo che noi difendiamo.
 
R. Può parlarci innanzi tutto della rivista “Fede e Ragione”?
Don F. R. Questa rivista dapprima mensile, poi settimanale, è stata animata da don Paolo de Toth e mons. Benigni e che furono due dei collaboratori del papa san Pio X durante il suo pontificato. Questa rivista durò fino alla fine del 1929. Ciò che in Francia è stato più simile alla rivista “Fede e Ragione”, è la RISS, la “Revue internationale des sociétées secrètes” (la Rivista internazionale delle società segrete). “Fede e Ragione” era ancora più vicina agli ideali cattolici integrali. Nella prima parte della conferenza tratterò dei temi affrontati da questa rivista, ma soprattutto delle difficoltà che essa ha incontrato rispetto alla linea tracciata sotto i pontificati di Benedetto XV e di Pio XI, e soprattutto con la segreteria di Stato del cardinale Gasparri, in modo da trasmettere le giuste idee che i militanti cattolici oggi devono seguire. E d’altra parte al fine di evidenziare che le difficoltà che si sono manifestate nel Vaticano II si potevano già trovare in nuce precedentemente.
 
R. Perché la rivista ha bruscamente interrotto le sue pubblicazioni alla fine del 1929  dopo dieci anni di esistenza?
Don F.R. La rivista “Fede e Ragione” ha interrotto le pubblicazioni in maniera inaspettata. Non nel modo di alcuni periodici che cominciano ad essere pubblicati sempre meno, a perdere dei lettori o ad avere difficoltà economiche. Il paradosso è che la rivista era in piena espansione ma purtroppo subiva degli attacchi sempre più forti da parte dei gesuiti della “Civiltà Cattolica” e della segreteria di Stato del cardinale Gasparri. La rivista era protetta dall’ordinario del luogo, il vescovo di Fiesole, una piccola diocesi vicino a Firenze, dove era stampata. La brusca interruzione di questa rivista alla fine del 1929 è  probabilmente dovuta alla somma di due fattori: da una parte per le pressioni venute è da quegli elementi cattolici (i gesuiti della “Civiltà Cattolica” e della segreteria di Stato) e dall’altra perché l governo fascista, nel clima di pacificazione degli accordi Lateranensi con la Santa Sede, non ha lasciato sopravvivere la rivista, senza dubbio sotto l’influenza del Vaticano. Mussolini infatti, che aveva stima per questa rivista e per il suo direttore, diceva: “Che non si tocchi don de Toth, è il solo che dice la verità, che parla chiaramente e che è persino capace di criticarmi”. 
L’estromissione dei cattolici intransigenti non è stata effettuata solo in Italia in questo periodo, ma anche in Francia, perché nello stesso momento, nel 1929, un sacerdote francese, amico e collaboratore di mons. Benigni, l’abbé Paul Boulin, ha dovuto interrompere la collaborazione alla RISS a causa dell’intervento del comitato di vigilanza della diocesi di Parigi, la qual cosa è paradossale. Un consiglio di vigilanza nominato dal papa san Pio X per lottare contro il modernismo viene utilizzato per epurare gli antimodernisti. Prova che di già a quest’epoca c’erano cose che non erano normali e che spiegano ciò che si è verificato trent’anni più tardi con l’arrivo di Giovanni XXIII e del Vaticano II.
 
R. Eppure il modernismo era stato fermamente condannato da san Pio X? Come è possibile che soltanto quindici anni dopo la sua morte si assista ad una forma di epurazione, di messa in disparte degli elementi cattolici antimodernisti più intransigenti, tanto in Francia quanto in Italia?
Don F.R. Effettivamente il modernismo era stato fermamente combattuto e condannato dal papa san Pio X al punto che il modernismo dogmatico, quello che si occupava di esegesi, dei dogmi, della teologia, dovette temporaneamente battere in ritirata e fare come se fosse morto. A partire dal 1914, e anche un po’ prima, il modernismo cominciò a ritirarsi nel campo che riguardava soprattutto il contingente, ciò che, nell’enciclica “Ubi arcano Dei”, il papa Pio XI chiama molto giustamente modernismo sociale. Questo modernismo si rifugiò per esempio nel movimento liturgico risalente agli anni 1920 e 1930, in questioni politiche e sociali (la democrazia cristiana, il sindacalismo, l’aconfessionalismo), cioè in materie nelle quali è più difficile distinguere ciò che appartiene alla fede da ciò che è di minore importanza. E’ in questa maniera che i modernisti hanno potuto sopravvivere, riprendere le forze, riorganizzarsi e preparare una rivincita folgorante che si è verificata col Vaticano II. Ebbero un certo numero di appoggi in alto loco. Senza questo non si spiegherebbe quel che si è verificato negli anni sessanta e che prevale ancora oggi, sessant’anni dopo.
D’altronde è sempre un andare di male in peggio quando si vede che al sinodo sull’Amazzonia Bergoglio si concede ad un culto panteista con la Pachamama, apre la via al matrimonio dei sacerdoti e compie persino un passo, in maniera insidiosa, secondo il modo di agire abituale dei modernisti, verso il sacerdozio delle donne. Chi può credere seriamente che quest’uomo è il vicario di Cristo?
Anche se la dottrina non è cambiata tra san Pio X e i suoi tre successori (Benedetto XV, Pio XI e Pio XII), come è testimoniato dalla mirabile continuità delle encicliche, non v’è dubbio che i cattolici integrali, che erano i più fedeli collaboratori di san Pio X furono allontanati sotto Benedetto XV e Pio XI e che vi fu pertanto una tendenza assai incresciosa quanto a scelte pratiche, quanto alla nomina, alla promozione e al contrario alla messa in disparte di certe personalità. Fu il lontano inizio, peraltro reale, della situazione che noi viviamo oggi. Io non appartengo a coloro che criticano in maniera esagerata i sovrani pontefici, al contrario, ma è certo che in quel periodo ci furono delle scelte pratiche contestabili. Dopo la condanna del Sillon da parte di san Pio X e l’apparente sottomissione di Marc Sangnier, quest’ultimo fu ritenuto discolpato e potè influenzare e prendere in mano negli anni 1920 e 1930 una parte importante dei cattolici francesi. In Italia questa situazione fu abbastanza simile con don Sturzo; salvo che costui ebbe dei problemi col regime fascista verso il quale era molto ostile.
Per quanto concerne la Francia, generalmente si parla soltanto della questione dell’Action Française e non invece di un’altra questione che ebbe tuttavia conseguenze molto importanti: quella delle associazioni diocesane. Lì si giocò una grande battaglia che ebbe un’influenza considerevole sugli equilibri del cattolicesimo francese e sull’episcopato. San Pio X aveva rifiutato le associazioni di culto , per contro i suoi successori accettarono le associazioni diocesane, il che non era affatto la stessa cosa. Dunque da un punto di vista dottrinale sensu stricto non c’è niente da dire, ma dal punto di vista delle convergenze pratiche tra il governo francese e la Santa Sede e soprattutto delle conseguenze che vi furono sui cattolici francesi, e particolarmente sull’episcopato, vi fu come un cambiamento di indirizzo molto netto che è stato particolarmente infelice. 
 
R. Come giudicare il fascismo da un punto di vista integralmente cattolico?
Don F.R. Il fascismo in senso stretto concerne soltanto l’Italia, il paese in cui il movimento fascista è nato, ma in un senso più ampio concerne tutta l’Europa con movimenti simili. Questo è il problema di un movimento che è stato una reazione nata in trincea per dei pericoli molto reali. Nella mia seconda conferenza, studierò quali sono i punti di accordo e disaccordo tra il fascismo e la dottrina del cattolicesimo integrale e mostrerò come questa rivista di cattolici integrali “Fede e Ragione” ha giudicato il fascismo dell’inizio, il fascismo movimento del 1919, in questo caso si tratta di una opposizione netta e poi il fascismo regime a partire dalla fine del 1922 e del 1923, quando la politica di Mussolini cominciò a cambiare, allontanandosi dall’appoggio della massoneria che era presente all’inizio, e cercando di trovare un accordo fra Chiesa cattolica e movimento fascista.
Mons. Benigni giudicò inizialmente in modo molto severo il movimento fascista nascente, scorgendovi l’influenza della massoneria. In seguito, quando vide che vi era la possibilità grazie al governo nazionale di Mussolini, di operare contro i nemici comuni, vale a dire la massoneria e tutte le sette esoteriche, il movimento modernista e democristiano e altri nemici comuni, scelse la collaborazione. Al punto da dare delle indicazioni al governo, dapprima al ministero degli Affari Esteri ed in seguito al ministero dell’Interno. Come è stato possibile che un difensore del cattolicesimo integrale sia passato da una posizione ostile al movimento fascista ad un attivo sostegno al movimento di Mussolini? E’ quanto dovrò spiegare nella conferenza. 
 
R. Quali furono i rapporti fra il fascismo italiano e la massoneria?
Don F.R. Il fascismo dichiarò apertamente la sua opposizione alla massoneria (non tanto sulla sostanza, bisogna pur dirlo, ma piuttosto per il fatto che la massoneria era una società segreta). Vi fu la risoluzione del Gran Consiglio che escluse la possibilità di appartenere contemporaneamente al partito fascista e alla massoneria, e in seguito fu anche votata una legge nazionale che, di fatto, soppresse le società segrete. Anche se questa legge non menzionava esplicitamente la parola massoneria, quando questo progetto di legge venne discusso in Parlamento, era perfettamente evi dente che si trattava della massoneria.
D’altra parte è assolutamente certo che i principali dirigenti del fascismo italiano, nel momento della marcia su Roma nell’ottobre del 1922, con l’eccezione evidente e notevole di Mussolini, erano quasi tutti iniziati. Le due obbedienze massoniche, il Grande Oriente e la Grande Loggia, diedero persino un sostegno economico al fascismo nella fase iniziale del regime. Ma in seguito degli attentati contro Mussolini furono fomentati dalla teosofia e dai gruppi esoterici. Da una certa collaborazione si arrivò presto ad una aperta ostilità. Per quale motivo vi fu questo cambiamento di linea? E fino a qual punto? Sarà uno degli oggetti di studio di queste conferenze. 
 
R. Pio XI era stato eletto papa da qualche mese  soltanto quando Mussolini giunse al potere nell’ottobre 1922. Quale fu il suo apprezzamento riguardo al fascismo mussoliniano?
Don F.R. L’apprezzamento di papa Pio XI fu sfumato. Vi fu un atteggiamento favorevole quando si trattò di accordarsi con governo di Mussolini al momento dei Patti Lateranensi nel 1929, i quali furono preceduti da molti anni di trattative. Durante questa fase preparatoria vi furono delle difficoltà, ma anche dei reali passi avanti. Poi, in seguito ci fu uno scontro sulla questione dell’educazione cristiana della gioventù, vi fu persino un’enciclica di Pio XI, la “Divini illius magistri”, sull’argomento, e un altro scontro sulla questione dell’azione cattolica. Su questi punti si arrivò quasi alla rottura.
Le riserve di Pio XI nei confronti del fascismo assomigliano a quelle dei cattolici integrali, ciò che è logico perché si tratta di cattolici in un caso e nell’altro, ma ci sono delle sfumature. I cattolici integrali avevano molto apprezzato l’enciclica programmatica di Pio XI, la “Ubi arcano Dei”, ma la linea seguita dalla segreteria di Stato del cardinale Gasparri era totalmente opposta, e soprattutto quella del direttore della rivista dei gesuiti, la Civiltà cattolica, padre Rosa, nemico mortale dei cattolici integrali. I cattolici integrali italiani, come mons. Benigni, si mostrarono dunque globalmente più favorevoli al fascismo-regime della Santa Sede. 
 
R. Cosa pensare del Partito Popolare cristiano, oggetto della sua terza conferenza, quella democrazia cristiana che spesso sembra essere stata appoggiata dopo la guerra dal papa Pio XII, preoccupato di combattere il comunismo, che in quel momento era molto potente in Italia?
Don F.R. Fin dalla nascita del Partito Popolare italiano nel 1919, la rivista “Fede e Ragione” espresse una condanna totale. Durante i suoi dieci anni di esistenza essa criticò fortemente la democrazia cristiana soprattutto circa la questione dell’aconfessionalismo. Il Partito Popolate italiano in effetti si definiva come un partito che non doveva essere né dichiararsi cattolico.
Quale fu d’altronde l’atteggiamento di Pio XII nei confronti della democrazia cristiana? Innanzitutto bisogna sapere che il cattolicesimo intransigente e integrale sotto il pontificato di Pio XII dopo la guerra non esisteva quasi più, e questa è una cosa tragica. A parte il comunismo, l’unico movimento organizzato che usciva dalla guerra vittorioso, era quello democratico-cristiano. Il papa pertanto tenne conto di questo rapporto di forze, preoccupato di combattere un comunismo potente e minaccioso. Tuttavia il pontificato di Pio XII non fu un’identificazione completa con la democrazia cristiana. Sono noti i seri problemi esistenti fra De Gasperi, capo della democrazia cristiana, e Pio XII il quale fu sul punto di rifiutare di ricevere colui che tuttavia era il capo del governo italiano. Pio XII era ben informato circa questi problemi. Quando volle la canonizzazione di papa Pio X, sapeva con quali opposizioni si sarebbe scontrato e conosceva bene mons. Benigni di cui, nel 1911, fu il successore come sottosegretario agli affari straordinari della segreteria di Stato. Pio XII si rese conto pertanto del problema, ma forse non in modo sufficiente, e la situazione era, in ogni modo, di già troppo critica dopo la guerra. 
 
R. Secondo lei che cosa deve fare un militante cattolico oggi?
Don F.R. Difendere la regalità sociale di Cristo, bisogna essere integralmente cattolici e cioè non soltanto aderire a tutto l’insegnamento di Cristo e della Chiesa, il minimo per essere cattolici, ma oltre a ciò è necessario organizzare tutta la società secondo i principi della fede e della morale cattolica secondo l’insegnamento di Cristo e del magistero della Chiesa. Non c’è nessun ambito della vita sociale dell’uomo (politico, economico, di civilizzazione, familiare, educativo) in cui non si debbano applicare i principi della rivelazione e del magistero. Tutti quei movimenti populisti attuali che i media definiscono di destra o di estrema destra o che talvolta si definiscono essi stessi col nome di sinistra nazionale, debbono essere giudicati innanzitutto dal punto di vista del cattolicesimo e della regalità sociale di Cristo. E da questo punto di vista non si può che essere severi. Salvini in Italia, anche se fa dei discorsi di buon senso sul controllo dell’immigrazione, non vuole assolutamente rimettere in questione il “matrimonio” omosessuale così come l’aborto o il carattere laico dello stato. La stessa cosa vale per Marine Le Pen in Francia e per tutti i partiti populisti in Europa e in Occidente che per di più sono sottomessi al sionismo e al giudaismo internazionale, il che è inaccettabile.
Nostro scopo dunque è quello di formare i militanti cattolici di oggi in modo tale che non si lascino attirare da movimenti e soprattutto da dottrine che non sono fondati sulla dottrina della regalità sociale di Cristo. Quali che siano le difficoltà, e sono numerose, il militante cattolico deve combattere con la bandiera cattolica della regalità sociale di Gesù Cristo bene in alto. Bisogna imparare e difendere i buoni principi perché molto spesso c’è grande confusione fra i militanti cattolici di oggi. Pertanto è indispensabile formarsi su tutti i problemi che concernono la dottrina sociale, studiare le buone fonti, i buoni autori ed anche ritrovare una tradizione che purtroppo è piuttosto disconosciuta.
 
“Rivarol” del 27/11/2019, intervista a cura di Jérome Bourbon.
 
Per ascoltare le lezioni tenute a Modena da don Francesco Ricossa sui temi trattati nell’intervista: http://www.centrostudifederici.org/le-lezioni-di-modena-2019/
 
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