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Testo della relazione di
Marco Rossi tenuta il 18 dicembre 1999 a
Rimini durante il convegno svoltosi nella
Sala degli Archi, nel Palazzo dell’Arengo,
sul tema: “Bilancio del bicentenario
delle Insorgenze antigiacobine a Rimini e
nelle altre città degli antichi Stati
Italiani. La vittoria della verità storica
sulle mistificazioni della storiografia
ufficiale”. È stato conservato lo stile
parlato. Il relatore, sulla scia degli studi
dello storico Francesco Mario Angoli,
ripercorre le tappe salienti delle
Insorgenze in Romagna, tracciando una mappa
provvisoria.
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Frontespizio della "Veridica
relazione dell'insurrezion riminese"
relativa
agli avvenimenti del 30 maggio 1799 |
Introduzione (redazionale)
1796: le truppe
rivoluzionarie francesi, guidate da
Napoleone Bonaparte, invadono l’Italia
imponendo un nuovo Ordine sociale
apertamente anticristiano. Con l'aiuto dei
collaborazionisti giacobini italiani, gli
invasori rovesciano i legittimi sovrani dai
loro troni, pretendono dalle popolazioni
ingenti contributi di guerra, impongono ai
giovani la leva obbligatoria, fanno razzia
delle opere d'arte e delle ricchezze di ogni
genere, ma soprattutto scatenano un'ondata
di vessazioni nei confronti della Chiesa
Cattolica.
Il Papa Pio VI, anziano e
malato, viene arrestato e deportato in
Francia, dove morirà di stenti; le chiese
vengono profanate, gli arredi sacri
saccheggiati, i monasteri soppressi, i beni
ecclesiastici incamerati, il clero
perseguitato. Nella Penisola, una volta
soppressi i diversi Stati - formalmente
ancora cattolici, ma da tempo corrosi
dall'assolutismo regio e dallo spirito
illuminista - si formano delle repubbliche
fantoccio, al servizio della repubblica
francese.
In molti casi l'aristocrazia
- sempre più decadente e infedele al proprio
ruolo storico di difendere con le armi la
Cristianità - non si schiera, come dovrebbe,
a difesa della Religione e delle istituzioni
cristiane. Sono le popolazioni cattoliche,
con il sostegno dei parroci e dei frati, a
insorgere spontaneamente a difesa
dell'Ordine cristiano minacciato dai nemici
del Trono e dell'Altare.
E' la storia delle Insorgenze
popolari antigiacobine e antinapoleoniche,
che dal 1796 sino al 1815, a fasi alterne
videro contadini ed artigiani, montanari e
pescatori insorgere, armati di forconi,
bastoni e vecchi archibugi, per
salvaguardare i valori ed i corpi sociali
cristiani, portando sulle giubbe gli
scapolari della Santa Vergine e le coccarde
coi colori delle loro terre in
contrapposizione alle coccarde tricolori dei
giacobini.
Dalle colline del Monferrato
alle isole della Dalmazia, dalle vallate
bergamasche alle terre calabresi, ovunque
gli Insorgenti si distinsero per la fedeltà
alla Chiesa ed ai legittimi sovrani: la
Massa Cristiana nel Piemonte sabaudo, i
difensori di San Marco in tutta la
Serenissima Repubblica, le Milizie di
Andreas Hofer nel Trentino imperiale, i
"Viva Maria" nella Toscana granducale, i
popolani a Trastevere e nei Castelli Romani,
l'Armata della Santa Fede nel Regno
borbonico...
Nella Romagna pontificia
l'audacia del popolo fedele al Papa-Re fu
così eclatante da far esclamare agli
ufficiali francesi: "Questa è una nuova
Vandea!". Decine di migliaia di Insorgenti -
dimenticati volutamente nei libri di scuola
- versarono il loro sangue in nome di Gesù e
di Maria, nel disperato intento di impedire
la distruzione dell'edificio religioso e
sociale della Cristianità.
Nel 1799 l'eroismo degli
Insorgenti, con l'aiuto determinante delle
truppe austro-russe, valse una momentanea
vittoria sugli invasori rivoluzionari e sui
giacobini italiani. Le repubbliche fantoccio
si sciolsero come neve al sole, gli alberi
della libertà furono abbattuti, i vessilli
della Tradizione cattolica sostituirono i
tricolori della Rivoluzione. Per qualche
mese i governi di reggenza ripristinarono i
diritti della Chiesa e l'ordinamento
cristiano; nel 1800 Napoleone riporterà la
tirannide nelle terre italiane sino al 1814.
Millesettecentonovantasei
Lo scoppio della Rivoluzione
Francese del 1789 lasciò Rimini nella
consolidata tranquillità dell'Antico Ordine:
la paura di uno sconvolgimento religioso e
politico simile a quello francese non
preoccupò le tranquille popolazioni degli
Stati Pontifici, se non per i racconti dei
sacerdoti francesi "refrattari" (chiamati
così perché avevano rifiutato di giurare
fedeltà alla Costituzione civile del clero)
che si rifugiarono nelle nostre contrade e
che descrissero le atrocità, le violenze e
le rapine che le truppe rivoluzionarie
stavano perpetrando nelle terre cattoliche
di Francia, in particolare in Vandea. Il
popolo cattolico della Romagna pontificia,
non immaginava l'immane opera di
scristianizzazione che le società segrete
avevano elaborato e che stavano diffondendo
in tutta l'Europa.
Quindi i nostri avi furono
colti di sorpresa dalle truppe
rivoluzionarie che nel 1796 invasero i
territori degli Stati Pontifici; nonostante
questo reagirono con prontezza, forza e
coraggio per difendere la Religione, il loro
legittimo sovrano e la loro terra.
Napoleone nomina il generale
Augerau comandante supremo di tutte le
armate francesi impegnate nella campagna
d'Italia, e a lui affida il compito di
sradicare con forza la secolare fedeltà
delle popolazioni italiane nei confronti dei
loro sovrani. A lui ordina di espropriare
ogni tesoro e ricchezza del nostro Paese
utile per sostenere la campagna di
espansionismo in tutta Europa.
Il gen. Augerau in pochissimi
mesi, attraversando i territori del Regno di
Sardegna e la Lombardia, che in quell'epoca
si trovava sotto il governo austriaco,
giunge negli Stati Pontifici e obbliga il
pontefice Pio VI a cedere immediatamente (23
giugno del 1796) le Legazioni di Bologna e
di Ferrara già occupate militarmente,
lasciando quindi di dominio pontificio
solamente la Legazione di Ravenna, che
comprendeva le città di Rimini, Forlì,
Faenza e Cesena.
Nonostante gli accordi, il
gen. Augerau, lo stesso giorno in cui firma
il trattato, invade i territori di Forlì e
Rimini. Da questo momento nasce l'epopea
controrivoluzionaria che vede le popolazioni
delle nostre terre armarsi con schioppi e
carabine da caccia, ma anche e soprattutto,
di falci, forche e bastoni formando così
quella che lo stesso Augerau definì
"l'Armata apostolica".
La prima popolazione a
insorgere contro le truppe del generale
francese è quella di Forlì il 2
giugno 1796.
27 giugno 1796:
insorge Ravenna con tutto il contado
(Santerno, Alfonsine, Piangipane,
Glorie, Mezzano e i paesi limitrofi);
29 giugno 1796: insorge
Faenza dove il popolo disarma le truppe
francesi e rinchiudendole nella rocca mette
i giacobini locali in condizioni di non
nuocere;
30 giugno 1796: insorgono
Lugo, Rimini, Massalombarda, Fusignano,
Argenta, Bangara, Solarolo, Conselice,
Bagnacavallo, S.Agata: come narrano le
cronache dell'epoca, tutta la bassa
Romagna era in armi.
La fine del 1796 vede
insorgere anche Cesena: a capo della
rivolta vi è Francesco Ceccaroli, di origini
aristocratiche; una circostanza, questa,
piuttosto rara, poiché una parte della
nobiltà, per questioni di opportunismo,
tenne un comportamento ambiguo e, in diversi
casi, apertamente filo-giacobino. Da Cesena
la rivolta si diffuse in tutti i villaggi
circostanti:
Capocolle, Ranchio, Rontagnano, Berinoro,
Meldola, Ciala, Mercato Saraceno, Tessello,
Linoro, Polenta, Sarsina, Teodorano,
Falcino, Forlimpopoli, Castelbolognese.
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L'insorgenza riminese del 7 aprile
1799 (disegno di Pasquale Baroncini) |
Tra tutte queste prime
insurrezioni, una in particolare merita un
approfondimento: quella di Lugo di
Romagna che, nei suoi otto giorni di
guerriglia cittadina, rappresenta una tra le
rivolte più tragiche della nostra storia.
Lugo era una cittadina di
8.000 abitanti, tra le più fedeli al Legato
pontificio; anzi, proprio per questo motivo
ottenne agevolazioni fiscali che permisero
un notevole sviluppo del commercio. Il
giansenismo ed il giacobinismo non avevano
per nulla attecchito su questa popolazione
che da secoli godeva del buon governo del
Papa-Re.
Il 30 giugno 1796 arrivano a
Lugo due commissari francesi per prelevare
beni preziosi per un valore particolarmente
elevato, pari a 4 milioni come contributo di
guerra. Tra i beni prelevati ci fu il busto
di Sant'Ilaro, patrono di Lugo e questa fu
la classica goccia che fece traboccare il
vaso. Francesco Mongardini, ex miliziano
pontificio, di professione fabbro e
soprannominato il "Morone", con 20 uomini
assalta il Collegio Trisi in cui erano
depositati i beni sequestrati e riprendendo
la statua di Sant'Ilaro la riporta in
processione con enorme affluenza di popolani
alla chiesa del Carmine; nel frattempo altri
insorti si impadroniscono delle armi
all'interno della Rocca. Dopo vari tentativi
diplomatici il gen Augerau invia 60 uomini
per ristabilire la calma, ma sono circa 200
i lughesi pronti ad affrontarli e per le
truppe francesi non c'é nulla da fare.
Il Cardinale Chiaramonti
(futuro Pio VII) cerca una soluzione
pacifica e la ottiene: amnistia per ribelli
ma occupazione militare di Lugo. La stessa
sera in cui si domanda al popolo
l'accettazione dell'accordo, i francesi non
rispettano i patti e invadono Lugo prima dei
termini. Il popolo grida al tradimento e
questa volta sono mille gli insorti che si
oppongono all'armata francese, che conterà
al termine della battaglia 200 morti contro
i 30 degli insorti lughesi.
A questo punto il gen.
Augerau vista la tenace resistenza della
cittadina invia un battaglione di fanteria,
200 cacciatori a cavallo e due mortai.
Questa volta per gli insorti che
combattevano al grido di "Viva Sant'Ilaro,
viva il Papa-Re" non ci fu nulla da fare: la
città viene messa a ferro e fuoco e l'intera
popolazione sottoposta a violenze di ogni
genere.
Millesettecentonovantasette
Il 1797 si apre con
l'Insorgenza di Urbino il 24
febbraio dove viene abbattuto l'albero della
libertà al grido di "Viva Maria! Viva San
Crescentino!"; in poche settimane vennero
stampate 50.000 immagini di San Crescentino,
che gli insorti portavano sui cappelli per
contrapporle alla coccarda tricolorata dei
francesi.
Il 1797 è l'anno della
sollevazione di tutte le campagne del
Montefeltro e delle Marche. Qui
emerge in tutto il suo coraggio la figura di
Gianbattista Morelli, capo di tutti gli
insorti di S.
Angelo di Vado, San Leo e Urbania.
Una relazione di parte
giacobina, particolarmente faziosa nel
linguaggio, inviata alla Giunta di difesa
generale di Bologna, così si esprime: "La
Vandea della Francia sembra rinascere sulle
vicine nostre montagne. Non é possibile
individuare il preciso numero degli insorti
... l'odio loro è rivolto in particolare
verso i francesi e le loro rapine contro gli
effetti che appartengono alla repubblica ...
sono divisi in due bande chi lotta in nome
del Papa e chi in nome di una indipendenza
territoriale ma entrambe le fazioni
professano la più alta venerazione alla
Beata Vergine di cui portano l'immagine sul
cappello e in nome della quale assassinano
piamente quelli che credono di contrario
partito ... il loro coraggio confina con la
temerità ... sono composti da fanciulli,
giovani e vecchi ma i vecchi sono i più
feroci, i più implacabili...".
Marzo 1797: a insorgere è
Montegrimano alla guida di Don Maffei;
seguono Macerata e
Sant'Agata Feltria, Monte
Cerignone e Penna.
Il 28 febbraio 1797 è la
volta di Forlì dove le cronache
raccontano come durante una cerimonia di
innalzamento dell'albero della libertà,
l'operaio Lorenzo Bofordi si reca sotto la
vicina statua della Madonna ed intona il
canto delle litanie della S. Vergine. Tutto
il popolo forlivese presente si unisce al
canto con conseguente tentativo da parte
delle autorità francesi di sopprimere questo
atto considerato eversivo, che
immediatamente provoca colluttazioni e
rivolta di popolo.
Il 5 marzo del 1797 vede la
coraggiosa presa della fortezza di San
Leo da parte degli insorti di tutte le
montagne circostanti.
Sempre nel marzo 1797,
l'Insorgenza si allarga a tutta la Val
Conca, dove i soli paesi di Tavoleto
e Sogliano fornirono più di 1.300
insorti. A guidare questa Insorgenza era il
parroco di Tavoleto, Don Pietro Galluzzi,
che aveva ordinato ad ogni insorgente di
portare cucito sul berretto l'immagine della
Santa Vergine. La rivolta capeggiata dal
coraggioso parroco ha però un tragico
epilogo quando le truppe francesi capeggiate
dal sanguinario gen. Sahuguet, conosciuto
per aver fatto stragi anche in terra di
Vandea, saccheggia e distrugge Tavoleto
operando una vera e propria carneficina
degli insorti, i cui cadaveri, come
raccontano le cronache dell'epoca, a mucchi
venivano lasciati ai bordi delle strade e
sparsi nei campi. Don Galluzzi riuscì a
salvarsi: al suo posto venne ucciso Don
Gregorio Giannini, un anziano sacerdote da
anni costretto a letto.
Non per questo però
l'Insorgenza è domata, come dimostra un
trattato del 1° aprile che prometteva premi
in denaro a chi catturava insorgenti in
armi.
Il 6 luglio 1797 tutti gli Ordini religiosi
di Rimini vengono soppressi. Gli
unici rimasti in vita (verranno poi
soppressi nel '99), sono i Domenicani che
vengono assegnati all'allora convento dei
Servi di Maria. Tutte le chiese, conventi e
edifici religiosi vengono trasformati in
stalle, scuderie per cavalli, caserme per
soldati francesi con conseguenti
profanazioni di oggetti sacri e furti di
opere artistiche.
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30 maggio 1799: Giuseppe Federici
guida gli Insorgenti riminesi
(disegno di Pasquale Baroncini) |
Millesettecentonovantotto
Il 1798 si apre con
l'insurrezione di Faenza che si protrae dal
2 al 5 febbraio; l'8 e il 9 aprile invece a
sollevarsi è ancora
Ravenna.
A Rimini il 30 giugno
in un discorso pubblico, il giacobino
Camillo Gioanetti sostiene che "tutti i
papi sono stati degli anticristi": queste
parole provocano vivaci reazioni nel
pubblico e seguenti sommosse e rivolte.
Il 1798 è l'anno in cui vi è
l'occupazione di Roma e la conseguente
proclamazione della Repubblica Romana. Pio
VI, ormai ottantenne, viene mandato in
esilio in Francia dove morirà un anno dopo
in seguito ai tormenti del viaggio e dei
continui spostamenti. Illuminante in questo
senso la frase che lo stesso Pio VI disse al
momento di lasciare la Città eterna: "La mia
sovranità viene da Dio e non dagli uomini, e
perciò non posso rinunziarvi, nella mia età
di ottantenne non ho nulla a temere, e
soffrirò tranquillo ogni strazio che di me
potrà fare chi ha la forza in mano". A lui
seguirà un altro papa cesenate, il Card.
Chiaramonti, che allo stesso modo del suo
predecessore fu esiliato in terra francese
dalla quale tornerà solo nel 1814.
Il '98 è anche l'anno della
coalizione tra Inghilterra, Austria, Russia
e Turchia per fermare l'espansione
napoleonica. Gli effetti di questa
coalizione si mostrarono decisivi negli
avvenimenti che l'anno seguente coinvolsero
la città di Rimini.
Millesettecentonovantanove
Il 1799 è l'anno della grande
Insorgenza che portò alla liberazione della
Romagna dalle truppe rivoluzionarie
(liberazione momentanea, in quanto l'anno
seguente i francesi riprenderanno i
territori perduti).
Il 17 maggio 1799
il Conte Matteo Manzoni, proclamato
Comandante in campo di tutte le forze
controrivoluzionarie di Lugo, forte
dell'avanzata delle truppe austro-russe
comandate dal gen. Suvarow, al grido di
"Viva Francesco II! Viva Pio VI!" abbatte i
simboli repubblicani e affigge stemmi
pontifici e immagini della Santa Vergine.
Il 7 aprile 1799
avviene la prima Insorgenza di
Rimini. Come racconta il cronista
Zanotti nel suo manoscritto "Giornale di
Rimino", la causa della sollevazione é la
negazione da parte delle autorità francesi
di portare in processione la statua della S.
Vergine dell'Acqua a cui il popolo riminese
era particolarmente devoto, invocata in
particolare nei periodi di siccità o di
abbondanza di piogge. La processione si
doveva tenere entro il sagrato della Chiesa
e non percorrere le pubbliche vie.
Al momento in cui i sacerdoti
giunti al termine del chiostro si
apprestavano a rientrare in chiesa, dalla
grande moltitudine (le cronache parlano di
circa 8.000 persone, fra cui molti contadini
confluiti dal contado per la cerimonia) si
levò un grido unanime: "Fuori la
processione! Viva Maria!". Scrive lo
storico Francesco Mario Agnoli, le cui
ricerche d'archivio sono state determinanti
per questa mia relazione: "...alcuni preti
tentano di rifiutarsi, altri, come don
Antonio Chiodini, famoso in città per le sue
doti di predicatore e per il suo
antigiacobinismo, si adeguano prontamente
alla volontà della folla, conducendo verso
la piazza la processione, che le guardie
nazionali qui collocate a tal fine tentano
invano di fermare. L'ufficiale comandante
punta una pistola al petto del chierico che
regge la croce, minacciando lui e i vicini
della vita, ma, evidentemente, è passata una
parola d'ordine. I contadini questa volta
sono organizzati e rispondono alla minaccia
impugnando i bastoni, le roncole e le
mannaie celate fino a quel punto sotto i
panni e precipitandosi sulle guardie, che si
volgono a precipitosa fuga sicché la
processione, pur abbandonata alla
chetichella da molti preti, timorosi delle
reazioni dell'autorità, può compiere
interamente il percorso consacrato dalla
tradizione" (da: "Le Insorgenze antifrancesi
in Italia nel triennio giacobino
(1796-1799)", ed. Apes, Roma 1992, pag.
193)..
Il 27 maggio insorgono
Saludecio, Montecerignone, Sasso Feltrio,
Pennabilli e tutte le vallate tra il
Cesenate e Montefeltro. A Pennabilli gli
Insorgenti, guidati dal dottore Luigi Guidi,
abbattono l’albero della libertà e, reso
omaggio alla Madonna delle Grazie, si
dirigono verso S.Leo che dalla presa
del 1797 era stata rioccupata dai francesi.
Il 12 luglio sarà ancora una volta in mano
degli Insorgenti.
Il 30 maggio 1799
viene liberata Faenza che, occupata
di forza dalle truppe del gen. Hulin, viene
assalita dagli insorti di Forlì, Lugo e
Ravenna coalizzati insieme, tanto da
costringere il generale con tutte le sue
truppe ad una precipitosa fuga.
A Forlì il marchese
Francesco Paolucci, a capo del “Direttorio
Segreto della Felice Insorgenza”, disarma la
Guardia nazionale, procede all’abbattimento
di ogni simbolo rivoluzionario e ordina
l’arresto di tutti i collaborazionisti
giacobini.
Nello stesso giorno divampa
la Grande Insorgenza riminese. Questa nostra
giornata commemorativa si riferisce
principalmente a quel 30 maggio del 1799: è
la pagina storica in cui compare con tutta
la sua forza e la sua audacia la figura di
Giuseppe Federici, alla cui memoria oggi
abbiamo scoperto una lapide tra le mura del
Borgo San Giuliano che, insieme al Borgo S.
Nicolò, raccoglieva il maggior numero di
pescatori.
All'epoca dei fatti, come
narra sempre lo Zanotti, Rimini era occupata
dalle truppe del gen. Fabert, che erano in
allarme in seguito all'avvistamento al largo
della costa riminese di un vascello
austriaco, comandato dal tenente Carlo
Martiniz.
Il generale temendo uno
sbarco improvviso fa costruire delle trincee
nelle quali colloca alcuni cannoni per
rispondere ad eventuali bordate della nave,
ma proprio quando si apprestava ad ordinare
il fuoco, venne assalito da un gruppo di
marinai e pescatori riminesi, incitati da un
anziano "Parone" (proprietario di barca) di
nome Giuseppe Federici, soprannominato il
"Glorioso", che con sassi, remi e bastoni si
precipitarono sui francesi costretti a
riparare in città.
Lo Zanotti, nella sua opera
già citata, così descrive il Federici:
"(...) Li precede il Parone Giuseppe
Federici nostro borgheggiano chiamato
volgarmente "il glorioso". Uomo alto di
statura, ed attempato, che da lunga ed
oscura berretta in testa distinto, e da nera
giubba vestito, abbraccia un grosso e tronco
fucile e capo si scorge dell'insorta
marinareccia. Si tengon dietro alcuni suoi
fratelli, è una turba numerosa di gente
sussurrante dal porto...".
Il Martiniz, resosi conto
dell'accaduto, ha in questo modo la
possibilità di entrare in porto, scendere a
terra e marciare al fianco dei pescatori
verso la città dove erano rifugiati i
francesi. I soldati di guardia alle porte
non oppongono resistenza e gli insorti per
le strade del centro chiamano i cittadini
alle armi al grido di "Morte alla
Repubblica! Morte ai giacobini! Viva il
Papa! Viva l'Imperatore! Viva la
Religione!".
La folla degli insorti
ingrossa ed il Fabert preferisce lasciare
Rimini per la porta di San Giuliano. Alla
fuga dei francesi segue l'abbruciamento
degli alberi della libertà, la distruzione
delle insegne repubblicane, la
neutralizzazione dei giacobini riminesi.
Il giorno seguente è dedicato
ai festeggiamenti: una gran massa di
contadini proveniente dai monti armati di
falci, zappe, mannaie, spade rugginose e
qualche archibugio festeggia nelle piazze,
ma la festa è interrotta dalla notizia che
il Fabert anziché dirigersi verso Bologna,
come si era creduto, sta rientrando in
Rimini attraverso il Borgo San Giuliano.
Il Martiniz, coadiuvato dal
Federici, riorganizzano la massa di insorti
e dopo uno scontro di circa un'ora costringe
il Fabert a ripiegare su Santa Giustina. A
questo punto emerge l'esperienza militare
del tenente Martiniz che anziché ritornare
alla tranquillità sino a nuovo attacco del
nemico, organizza rapidamente una sessantina
di cavalleggeri con i quali piomba nel cuore
della notte sulle truppe del Fabert,
accampate appunto a Santa Giustina,
costringendolo, dopo un breve combattimento,
ad una definitiva rotta. Il Fabert riuscirà
a fuggire a San Leo, dove però sarà
catturato e fatto prigioniero dagli insorti.
Con questo episodio termina
la breve cronologia delle più importanti
Insorgenze della Romagna pontificia durante
il triennio giacobino. Prima di concludere
vorrei attirare l'attenzione su un
avvenimento che si verificò a Rimini nel
1796, apparentemente senza legami con i moti
insurrezionali antigiacobini. In quell'anno
un'immagine della Madonna mosse
miracolosamente gli occhi, fatto registrato
anche in altri luoghi dello Stato della
Chiesa. Inserisco questo episodio
all'interno della cronaca delle Insorgenze
antirivoluzionarie poichè ritengo che la
Santa Vergine, con questi miracoli, abbia
voluto rafforzare la fede dei suoi figli in
un momento di particolare prova, come premio
per la fedeltà rivoltale nel corso di tanti
secoli.
L'Immagine della Santa
Vergine oggetto del miracolo era quella
conservata nella Chiesa della confraternita
di San Girolamo, (chiesa andata distrutta
con gli indiscriminati bombardamenti
americani della seconda guerra mondiale)
opera di Giovan Battista Costa; una copia fu
eseguita dal Soleri e collocata nella chiesa
di Santa Chiara, protagonista del famoso
miracolo del 1850.
Lo Zanotti, nel suo "Giornale
di Rimino", così descrive il miracoloso
episodio del 1796: "La sera del 20 luglio si
sparse la voce a Rimini di uno strepitoso
prodigio in un'immagine della B.ma Vergine
che le pupille alzava al cielo, ora e le
abbassava a terra. A tale notizia tutto il
popolo si affollò ad ammirarlo e veduto da
non pochi ne rimase estremamente commosso
prorompendo in pianti sospiri ed
esclamazioni. Per ben due ore mi stetti
assai da vicino di proposito all'immagine,
ed ebbi la particolarissima consolazione di
scorgere le brillanti sue pupille volgersi
ora da uno ora dall'alto lato, ed ora
alzarsi ed ora abbassarsi. Un soave angelico
piacere inondò allora l'umiliato mio cuore
l'alma rallegrassi in non usitato modo".
Questo miracolo fu seguito nei giorni
successivi da cerimonie e processioni a cui
partecipò l'intera popolazione riminese.
Concludo con una
considerazione finale. Il fenomeno della
controrivoluzione è del tutto sconosciuto al
grande pubblico. Studiando e approfondendo
questo periodo storico si resta
impressionati da come nelle Legazioni
romagnole ed in tutti gli antichi Stati
italiani, migliaia di persone siano insorte
per difendere la religione cattolica e la
civiltà. Si rimane ancora più stupiti quando
si pensa come la storiografia ufficiale
abbia saputo occultare tutto questo e
cancellarlo dalla coscienza popolare.
Eppure gli Insorgenti della
fine del XVIII secolo hanno molto da
insegnare agli uomini del XX secolo: in
particolare ci insegnano che la Fede non
deve essere strumentalizzata o avvilita
dall'autorità costituita ma, al contrario,
posta come fondamento di ogni istituzione e
presa come punto di riferimento da ogni buon
governo. |