In ricordo di don Francesco Putti

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 102/14 del 22 dicembre 2014, San Tommaso Apostolo

puttiRicorre quest’anno, il 21 dicembre, il trentennale della morte di don Francesco Maria Putti, sacerdote, e fondatore del quindicinale antimodernista “Si si no no” (il primo numero uscì nel gennaio 1975).
Figlio spirituale di Padre Pio, che incoraggiò il suo penitente a rispondere alla chiamata del Signore e a salire l’altare malgrado l’età matura, Don Putti fu sempre un vero sacerdote, nella celebrazione della Santa Messa, nell’amministrazione del sacramento di penitenza, nella direzione delle anime, sull’esempio del frate di Pietralcina. Fu anche di carattere schietto, da buon conoscitore dell’uomo e delle sue miserie, qual era: da qui la scelta, per la sua rivista, delle parole evangeliche: il vostro parlare sia; si si, no no…
L’amore alla Verità, che è Cristo, e alle anime, lo portò a far guerra senza timore ai nemici dell’uno e delle altre, in particolare dei modernisti.
La nostra rivista, “Sodalitium”, ha sovente criticato “Si si no no”; mai però durante la vita di don Putti. Pur non difendendo la vacanza della Sede apostolica (don Putti non era un teologo, ma piuttosto uomo d’azione) la sua rivista, sotto la sua direzione, non polemizzò contro i cosiddetti “sedevacantisti”, ma contro i modernisti ed il modernismo. Don Putti non avrebbe certo mai potuto immaginare che si arrivasse, sul suo giornale, a pubblicare una serie di articoli in difesa della riforma liturgica di Paolo VI!
Profondamente romano nel suo amore per la Chiesa e il Papato, non confondeva però la Chiesa con tanti uomini di Chiesa, dei quali conosceva bene i difetti. Totalmente distaccato dallo spirito mondano, dalle attrattive degli onori e delle cose di questa terra, non fu mai affascinato – al contrario di tanti altri – da quel “mondo” che a Roma, come in tutte le capitali, gravita inevitabilmente attorno al potere per l’appunto – mondano. Della “zona grigia” – né modernisti dichiarati, né dichiarati antimodernisti – egli seppe servirsi per combattere l’errore e conoscere il nemico, senza mai mettersi al servizio di poco innocenti compromessi. Con lui, i servitori di due padroni non ebbero successo…
Ricordiamo don Putti – allora – prima di tutto nella preghiera e nel Santo Sacrificio della Messa. E lo ricordiamo anche ripubblicando le righe che gli dedicammo trent’anni fa’ in occasione della sua morte, in un numero ormai introvabile di “Sodalitium” (n. 6, marzo-aprile 1985, pp. 3-4), sperando che il parlar franco di don Putti non scandalizzi le anime “pie”.

In morte di don Francesco Putti
Il 21 Dicembre 1984 è morto a Velletri Don Francesco Maria Putti. Nato a Roma il 3 aprile 1909. Figlio spirituale di Padre Pio, fu incoraggiato da quest’ultimo a diventare Sacerdote. Venne perciò ordinato il 29 giugno 1956 a Sarzana, all’età di 47 anni.
Don Putti è noto a tutti noi per la sua battaglia contro il neomodernismo infiltratosi a Roma; mediante il suo giornale “SI SI NO NO” denunciava l’autodemolizione della Chiesa (1), senza ambiguità o mezzi termini.
Il suo motto era “Ubi Veritas et Justitia ibi Caritas” (la vera Carità soprannaturale, sta là solo ove c’è la Verità e la Santità).
I progressisti, naturalmente, privi della Carità, gli rimproveravano di difettare nei suoi scritti di Carità. Ma don Putti stesso rispondeva: “in materia di Carità – che non soffochi la Verità e la Giustizia – abbiamo avuto dei buoni Maestri: nel precursore, che ai farisei diceva ‘Razza di vipere’, e ancor più nello stesso Gesù, che ha lanciato le più dure invettive contro i Farisei. (…) Noi, nella Verità e nella Giustizia, rimproveriamo a chi dobbiamo il suo comportamento, per amore. (…) Non è carità nascondere le piaghe dalle quali tutto un corpo è colpito, e per le quali non solo sta marcendo, ma ancor più tende a marcire. L’invocare la Carità, lasciando che terze persone ricevano danno alla propria anima, non solo è mancanza di vera carità, ma è un inganno del demonio che ha ogni interesse dacché i propaghi la falsa carità. Quindi, nessuno si attenda che ci lasciamo distrarre dal demonio” (SI SI NO NO, settembre 1976, anno II, n. 9).
Nel suo giornale don Francesco non si limitava a combattere l’errore in astratto, ma denunciava anche l’errante: il suo buon senso gli diceva che se non ci fossero erranti non ci sarebbero neanche errori, e che se ci sono errori, cioè qualcuno che li diffonde; e per combattere l’errore – per amore della Verità e della Giustizia – bisogna prima combattere l’errante.
Il 7 ottobre 1978 (anno IV, n. 10) in SI SI NO NO scriveva: “Fratelli, la crisi in atto che ha investito la Chiesa in ogni suo ordine e grado, non ha lasciato immune Roma. (…) Lo spatium poenitentiae, per quanto ci riguarda, è terminato: la nostra azione sarà intensificata. Da qui in avanti, i felloni, gli spergiuri, i rinnegati, saranno smascherati. (…) Lo sappiano i lupi travestiti da agnelli: le loro cattedre saranno controllate, le loro lezioni ciclostilate saranno analizzate, i loro libri saranno controbattuti, i loro articoli passeranno al setaccio, le loro trasmissioni radiofoniche e televisive saranno giudicate: a tutte le loro responsabilità saranno finalmente inchiodati. Per amore della Chiesa, noi faremo a questi falsi fratelli una guerra continua, aperta, implacabile”.
Ed ancora in SI SI NO NO del maggio 1978: “Chi è peggiore? il delinquente, o la guardia che, per una certa interna connivenza o benevola affinità, non gli impedisce di commettere il male? Sicuramente, senz’ombra di dubbio, il peggiore è la guardia, perché manca ai doveri specificamente assunti (…). C’è da considerare che delinquenti, e guardie più delinquenti dei delinquenti, nel senso canonico della parola, ci sono anche nella Chiesa (…). Tali ‘guardie-delinquenti’ sono i peggiori traditori di Gesù Cristo”.
Per dieci anni, don Francesco, col suo giornale, è stato un faro, un esempio ed un’ancora per i fedeli smarriti dalla crisi della chiesa conciliare (2).
Ad un giovane sacerdote che gli chiedeva: “Padre, mi lasci un pensiero che mi possa aiutare per il mio sacerdozio”, don Francesco ormai malato e alla fine dei suoi giorni rispondeva: “Ho un solo rimpianto che mi rimangano, qui, tra la lingua e i denti, ancora tante accuse da lanciare contro quei maiali che hanno occupato Roma”.
E’ nostro dovere di carità pregare per la sua nobile anima, affinché sia accolto in Cielo, ove continuerà più efficacemente la sua battaglia in difesa della verità e delle anime giuste, e contro “i felloni, gli spergiuri, i rinnegati” che, così speriamo, saranno al più presto debellati.

Note (del 2014)
Queste righe apparvero su “Sodalitium” nel marzo-aprile 1985, quando eravamo ancora – per poco tempo – membri della Fratenità San Pio X, della quale usavamo ancora delle espressioni meno corrette come “autodemoilizione della Chiesa” e “chiesa conciliare”
1) “Autodemolizione della Chiesa”: famosa e famigerata espressione di Paolo VI, in realtà ingiuriosa per la Chiesa, che non può demolire Sè stessa. Erano i modernisti – con a capo allora lo stesso G. B. Montini – che tentavano e tentano di “demolirla” “dal di dentro”.
2) “Chiesa conciliare”: famosa e famigerata espressione del cardinal Benelli, polemicamente ripresa da Mons. Lefebvre. In realtà i modernisti non hanno giuridicamente fondato una “Chiesa conciliare” uscendo visibilmente dalla Chiesa cattolica, perché vogliono distruggerla dal di dentro. A causa di ciò, l’unica Chiesa, la Chiesa Cattolica, sussiste oggi – almeno dal 1965 – “in stato di privazione dell’Autorità”.

Sodalitium