I Francescani di Terra Santa e la Peste

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzafrati peste
Comunicato n. 74/20 del 14 settembre 2020, Santa Croce

 I Francescani di Terra Santa e la Peste

Non ultima delle sofferenze cui andarono soggetti i Francescani in Terra Santa, deve annoverarsi la peste, che quasi ogni anno faceva apparizione tra i popoli d’Oriente devastandoli e decimandoli, facendo naturalmente, vittime tra i religiosi della Custodia. Nel secolo XVII il P. Manerbi, Custode di Terra Santa, scriveva al Sommo Pontefice che l’ubbidienza mandava in Siria ed in Egitto i Frati a predicare ed amministrare i Sacramenti ai fedeli, e la peste li consumava.

La peste, che trovava suo principale alleato nella mancanza di pulizia dei seguaci di Maometto, scoppiava talvolta con tanta violenza, che il P. Castillo parlando del Cairo nella prima metà del secolo XVII, dice che un giorno da una sola porta della città uscirono cinque mila morti.

Tra i nostri religiosi, che o in esercizio di medicina, o come infermieri, o come sacerdoti assistevano i colpiti dal contagio, numerose erano le morti.

Nel 1600, dei quarantaquattro religiosi ch’erano allora in Gerusalemme, tre soli rimasero in vita. Nel 1643 soccombettero, vittime del contagio, venticinque Frati; nell’anno seguente grande peste in Egitto e Siria, che ebbe a vittime dieci religiosi, tra i quali il P. Marco Antonio da Venezia, cronista e Vicario Custodiale di Terra Santa. Nel 1647 assistendo agli appestati morirono il P. Guardiano d’Aleppo, il P. Presidente di Saida, P. Bernardo Dupin.

Nel 1653 altra grande peste, e vi incontrarono la morte dodici religiosi, tra’ quali il P. Claudio Jarier, distinto missionario, che in Portogallo aveva convertito al Cattolicismo l’Ambasciatore di Svezia a Lisbona.

Meno importante fu la peste del 1670 e quella del 1678, che pure tolsero la vita a sei religiosi. Ma più funesta fu la peste che durò dal Maggio del 1681 al Luglio del 1682: di trentatrè religiosi che morirono in questo tempo, trenta morirono di peste. Altri casi s’ebbero negli anni seguenti, specialmente nel 1658 quando nel solo convento di S. Salvatore ne morirono tre dal 2 al 5 Agosto, due il 10 Novembre, e altri due il venti dello stesso mese.

Nel 1696 scoppiò tremenda l’epidemia che si diffuse in Giudea, Galilea, Siria, Cipro ed in altre regioni d’Oriente, spargendo dappertutto la desolazione e la morte. Non meno di trentadue furono le vittime tra i religiosi, e tra questi otto in esercizio di Parroci. In Betlemme tre parroci, i Padri Alfonso Damasco, Francesco Castello e Clemente da Caltanisetta, si succedettero in quell’anno, morendo tutt’e tre di peste. In Gerusalemme il P. Diego Mariares ebbe a successore, nell’ufficio e nel morir di peste, il P. Francesco, Jordan ; in Cipro il P. Filippo da Cinquefrondi, religioso di grande carità e spirito; in. Damasco il P. Giuseppe Roll e a Damiata il P. Michele da Malta.

Il secolo XVIII non fu più felice pei nostri religiosi. Dall’Aprile del 1701 al Giugno 1703, morirono di peste venti Francescani; e dall’Agosto 1710 al Marzo 1712, altri ventinove. Ma sarebbe troppo lungo voler riferire anno per anno tutti i religiosi morti di peste; leggansi gli “Annali del P. Cirelli. Questi racconta che i religiosi di Betlemme negli anni 1715. e 1720, a causa della peste, furono chiusi in convento coi servi ed i dragomani. Anche in Gerusalemme, dice il Cirelli, manifestatasi la peste in Aprile del 1711, il P. Custode, come era uso, stabilì le precauzioni da osservarsi nel convento di S. Salvatore per isolamento dei Frati; rimasero fuori pel servizio della Parrocchia il parroco P. Agostino da Montefortino, che era anche insegnante di arabo ai nuovi missionari, il P. Filippo della Motta ed il laico Fr. Pietro Gros, che presero domicilio nell’ospizio destinato ai pellegrini. Nel 1720 il Custode P. Gianfilippo da Milano scriveva alla sacra Congregazione di Propaganda: « Da sette mesi siamo in convento, assediati dalla peste ».

Questi assedi della peste erano molto frequenti e prolungati, con grave danno al governo della Custodia. All’apparire del contagio, il convento era completamente isolato: si chiudevano le porte e non era più permesso d’entrare od uscire, e gli stessi Frati vivevano tra di loro separati; tanto che neppure potevano tenersi le riunioni del Discretorio per mesi interi: « A causa della peste, non fu tenuta seduta del Discretorio », si legge nei libri di amministrazione. Il religioso cui era affidato l’ufficio di parroco, per aver cura del suoi parrocchiani si licenziava dai suoi confratelli e prendeva alloggio, talvolta insieme con un suo aiutante, in una casa vicino al convento, col quale, ad ore determinate, si metteva in comunicazione per mezzo di una campanella. Quando un giorno la campanella non aveva suonato, usciva un altro religioso a succedergli, perchè era certo che il parroco aveva soccombuto od era prossimo a morire.

Peggio poi quando si manifestava la peste nel convento stesso. E ciò non era raro, a causa delle sollevazioni dei mussulmani, per cui i cattolici si rifugiavano in convento; allora la peste faceva strage. Fr. Francesco Fernandez, nel 1834, riferiva: « Quasi ogni giorno si aveva qualche religioso colpito di peste: cominciava a sentire dolore di capo, seguivano vomiti, diarrea e due o tre buboni; all’apparire di questi segni, il colpito perdeva l’uso della ragione, e in capo a ventisei o trenta ore spirava assistito da un religioso spagnuolo a nome P. Luigi Garzia della provincia di Burgos, il quale dopo venti giorni di questa caritatevole assistenza, soccombè egli pure. In trenta giorni morirono così diciannove religiosi ».

Nel 1799 a’ quattro Maggio morì di peste a Giaffa il P. Ladislao da Viterbo, nuovo Custode, che era appena sbarcato a Giaffa.

Soltanto quando le leggi sanitarie dei paesi civili poterono essere imposte ai paesi mussulmani, si ottenne la diminuzione del terribile flagello, l’Europa fu tranquilla sul pericolo che la minacciava e ogni tanto la colpiva; e i Francescani poterono attendere più tranquillamente alle Missioni loro affidate.

Tratto da: Almanacco di Terra Santa per l’Anno di Grazia 1923, Gerusalemme. Tipografia Dei PP. Francescani, pagg. 56-57