Governi e alta finanza: il caso italiano

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza800px-Pieter_BRUEGHEL_Ii_-_The_tax-collector's_office_-_Google_Art_Project
Comunicato n. 76/18 del 10 ottobre 2018, San Francesco Borgia
Governi e alta finanza: il caso italiano
L’attuale situazione dello stato italiano commentata dall’economista e giornalista elvetico Alfonso Tuor. 
L’Italia non è sull’orlo del baratro
Non è ancora l’inizio di un attacco speculativo contro il Governo grigioverde italiano reo di sfidare le regole europee sul deficit e il debito pubblico. Sembra piuttosto la manifestazione di un fiancheggiamento dei mercati finanziari alle minacce di Bruxelles, cui si aggiungono gli attacchi della stampa internazionale e di quella che dovrebbe essere l’opposizione italiana. Il tutto appare volto a far sì che Roma faccia retromarcia sui progetti di spesa per l’anno prossimo che dovrebbero portare ad un deficit pubblico del 2,4% rispetto al PIL, incompatibile con l’obiettivo di ridurre un debito pubblico che supera il 130% del PIL. Se non è l’inizio della guerra dello spread, potrebbe però esserne il preludio, con le agenzie di rating che deprezzano il merito di credito dell’Italia e soprattutto con l’Eurogruppo che avvia una procedura di infrazione delle regole della moneta unica.
Contro uno scenario del genere militano tre elementi. Il primo e il più importante è che la manovra di bilancio è quella di cui l’Italia ha bisogno. Il secondo elemento è che all’avvio di una guerra contro il Governo italiano manca una componente fondamentale, un’alternativa all’attuale maggioranza che possa avere i numeri in Parlamento. Quindi, ed è il terzo elemento, una rottura tra Roma e Bruxelles con mercati finanziari in fibrillazione porterebbe ad una lunga e devastante crisi dell’euro che avrebbe pesanti conseguenze a livello mondiale. Ma entriamo nel merito di questi tre punti.
La manovra, schizzata dal Governo Conte, corrisponde ai bisogni dell’Italia. Infatti scommette su un’accelerazione della crescita economica e mira a disinnescare la bomba sociale rappresentata da 6 milioni di poveri, da una disoccupazione giovanile altissima che induce molti giovani italiani a scegliere la via dell’emigrazione, privando il Paese delle forze migliori. Insomma, dopo anni di politiche di austerità imposte da Bruxelles che non hanno affatto ridotto il debito pubblico italiano che negli ultimi cinque anni è aumentato di 250 miliardi di euro, ora si punta sulla crescita e a ridurre il debito pubblico grazie all’aumento del gettito fiscale che essa provocherebbe. Infatti il Governo gialloverde affianca al reddito di cittadinanza, all’aumento delle pensioni minimi, alla riforma della legge delle pensioni e alla riduzione della pressione fiscale sui piccoli imprenditori anche su un programma di investimenti pubblici di 18 miliardi che anch’esso dovrebbe favorire il rilancio di un’economia imballata da anni di austerità. Insomma, rovescia l’ideologia europea e internazionale della politica “lacrime e sangue” per migliorare i conti pubblici e al suo posto punta sulla crescita per ottenere a medio termine la riduzione di debito e deficit. E’ una sfida da giocare e che potrebbe avere successo, se – come promette il Governo Conte – a queste misure si affiancheranno le riforme della giustizia civile, dell’apparato burocratico, ecc. che frenano la crescita dell’economia italiana. Del resto se si osserva il differenziale dei rendimenti tra i BTP italiani a 10 anni e quelli a 2 anni, che si mantiene tra i 200 e i 300 punti base, viene confortato lo scenario di un rilancio della ripresa. Il successo di questa politica rappresenterebbe un grande smacco per Bruxelles e per tutti i sostenitori (economisti e giornalisti) della decrescita infelice.
Il secondo elemento che induce a ritenere che si potrebbe arrivare ad un’intesa tra Roma e Bruxelles e che le fibrillazioni dei mercati finanziari non saranno eccessive è che non si sono alternative politiche alla maggioranza gialloverde. Quindi, vista la fermezza di Luigi Di Maio e di Matteo Salvini, uno scontro con Bruxelles porterebbe ad una grave crisi dell’euro, che nessuno in Europa vuole soprattutto oggi alla vigilia delle elezioni europee che si terranno il prossimo mese di maggio. Una crisi finanziaria dell’Italia porterebbe ad una nuova crisi dell’euro con effetti destabilizzanti a livello mondiale. Questo scenario non se lo possono permettere né l’Europa né i grandi uomini della finanza che comandano il mondo. Quindi per il momento siamo ancora ad una guerra fatta di scaramucce tesa a far indietreggiare il Governo gialloverde e a raggiungere un compromesso, anche perché nessuno ha interesse ad avviare una guerra dello spread poiché ad uscirne perdente non sarebbe solo l’Italia.