Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

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Comunicato n. 78/11 del 17 ottobre 2011, Santa Margherita Maria

Gli amici dei forni. La battaglia massonica per la cremazione

La Chiesa ha sempre vietato la cremazione, negando i funerali e la sepoltura ecclesiastica. Invece Paolo VI (“Istruzione” De cadaverum crematione: piam et constantem del 5 luglio 1963) e Giovanni Paolo II (il cd. nuovo diritto canonico del 1983, c. 1176 par. 3) l’hanno ammessa. Sull’argomento pubblichiamo l’elogio della cremazione fatto dagli massoni.

Massoneria italiana e cremazione
Le prime testimonianze certe di questa pratica risalgono al neolitico tra le popolazioni nomadi, tra i soldati caduti in battaglia o riservata alle donne morte durante il parto.
I Greci e gli Etruschi la consideravano un atto di purificazione e di liberazione dello spirito riservato alle persone illustri.
Nel mondo romano questo rito era esclusivo delle classi nobili; solo i ricchi potevano permettersi le sontuose cerimonie funebri con le pire di legni irrorati di balsami: fu anche per questa ragione che le prime comunità cristiane, pervase da un senso di umiltà ed uguaglianza, preferirono, allo sfarzo tipico di queste cerimonie, la semplicità dell’inumazione.
La stessa cultura ebraica considerava la cremazione un onore straordinario riservato ai Re e agli eroi come Davide, Salomone, Saul.
Dopo qualche secolo dall’instaurazione del Cristianesimo, la cremazione dei cadaveri fu abolita poiché considerata una istituzione pagana.In età moderna si ricomincia a discutere di cremazione nella Francia rivoluzionaria, alla fine del 1700.
Nell’Italia ottocentesca, caratterizzata dall’allarmante degrado della sanità pubblica, dalle precarie situazioni igieniche, dall’altissimo tasso di mortalità, e dal proliferare di ogni genere di malattia, illustri esponenti della Massoneria, molti dei quali medici, si adoperarono per dare al paese un insieme organico di disposizioni legislative capaci di razionalizzare il settore ed avviare il “risorgimento” sanitario italiano.
Così anche il paradigma cremazionista fu indissolubilmente legato ad un progetto massonico di modernizzazione della società per questioni non solo igieniche, ma anche morali, religiose ed economiche.
La spinta più convincente in favore dell’ ”incinerazione” veniva, in primo luogo, dall’analisi fatta dalla scienza medica del tempo, che aveva ormai dimostrato come le principali cause di epidemie e affezioni morbose erano da ricercarsi nell’eccessiva vicinanza dei cimiteri alle zone abitate.
Il Professor Ferdinando Coletti, Rettore della Facoltà di Farmacia di Padova, dimostrò come le conseguenze per l’igiene e la salute dei cittadini fossero drammatiche e come le epidemie, che infierivano nelle contrade, fossero la conseguenza di frettolosi e non accurati seppellimenti, per cui tale “propinquità e tale pratica di tumulazione” doveva essere sostituita dalla pratica della cremazione, che preveniva la naturale decomposizione dei corpi, ed offriva la più assoluta garanzia di igienicità.
Coletti si richiamò all’esperienza francese di fine Settecento, allorché, nell’ambito del tentativo rivoluzionario di elaborare un nuovo rito funerario alternativo a quello cattolico, si ebbero le prime cremazioni, avvenute in Europa dopo l’avvento del Cristianesimo, nonché i primi progetti legislativi per dare veste organica e riconoscimento giuridico alla pratica dell’incenerimento.
Egli affrontò anche gli aspetti etico-religiosi della questione, soffermandosi sulla totale inesistenza di precisi vincoli dogmatici, ai quali i cattolici potessero attingere per avversare la cremazione.
Coletti svolse alcune interessanti considerazioni morali sulla questione: sostenne che la morte, ricondotta alle dimensioni di un fenomeno naturale, “svestita d’ogni immagine di ribrezzo, di ogni idea di putredine e vermificazione”, perdesse molti dei suoi aspetti più crudi; si dilungò sul ruolo delle urna, che con la loro presenza materiale all’interno delle case avrebbero svolto una concreta testimonianza di legame fra generazioni, di permanenza e solidità dei vincoli familiari, ma anche di un sentimento di appartenenza alla propria terra.
Come antichi lari, le urna avrebbero esercitato un’influenza salutare sulla morale degli individui, rappresentando una sorta di santuario della famiglia, base eterna dell’ordine sociale.
II 18 Giugno 1867 il Fr.: Salvatore Morelli, presentò agli uffici della Camera dei Deputati una proposta di Legge per circoscrivere il culto cattolico nella Chiesa e sostituire ai Campisanti il sistema della Cremazione.
Il deputato denunciò “l’abuso del culto praticato dal clero cattolico per spirito di fanatismo e per alimentare la più barbara superstizione fra le poveri plebi”.
In nome di un maggior rispetto per tutti i culti religiosi e per i nuovi principi igienici, Morelli chiedeva di instaurare in Italia il sistema della cremazione.
Il progetto, dal contenuto dirompente, non fu preso in considerazione dagli uffici della Camera, che lo archiviarono.
Per farlo conoscere Morelli lo stampò a sue spese, con una prefazione con cui Giuseppe Garibaldi lodava chi aveva osato, “con audacia senza pari, sfidare i pregiudizi dei secoli”.
Affiliato alla Loggia “LA CISALPINA” di Milano, Gaetano Pini fu uno degli esponenti più attivi del nuovo movimento cremazionista.
Volontario nella guerra del 1866 e nella spedizione garibaldina del 1867, conosce e si appassiona delle iniziative umanitarie e sociali di Domenico De Luca che aveva fondato, nel 1864, una clinica per la cura gratuita dei poveri malati agli occhi, con il sostegno economico della Massoneria.
Diede così vita all’istituzione della scuola per rachitici, e nel 1878 fondò la “REALE SOCIETÀ’ ITALIANA DI IGIENE” e la prima “Società per la Cremazione Italiana”, impegnandosi poi per far nascere molte altre società nel Nord della penisola, riuscendo a collegarle tra loro dopo averle raccolte in una “Lega Italiana delle Società di Cremazione”, tutte presiedute o coordinate da esponenti della Massoneria.
Elaborò gran parte del materiale che a mezzo della Massoneria servi alla preparazione della legge Crispi del 1888, che permise alla pratica della Cremazione di entrare ufficialmente nel nostro Ordinamento.
Il GOI (istituito nel 1861 nello stesso anno in cui nacque lo Stato Italiano), deliberò, il 26 Maggio del 1874, che i fratelli si sarebbero impegnati a promuovere presso i Municipi l’uso della cremazione.
Questo il testo della proposta: “La Massoneria Italiana, augurando che i cimiteri divengano esclusivamente civili senza distinzione di credenze e di riti, mentre lascia ai singoli Fratelli ed alle loro famiglie piena libertà di determinare il luogo ed il modo di deposito delle salme dei loro defunti, si propone di promuovere presso i Municipi l’uso della cremazione, da sostituirsi all’interramento.
Raccomanda perciò tale concetto a tutte le Officine e ai singoli Fratelli, lo studio di sistemi atti a raggiungere l’intento in modo cauto, igienico e poco dispendioso.
Le urna contenenti le ceneri dei Massoni e delle loro famiglie potrebbero così essere raccolte nei Templi o nelle loro adiacenze come in un sepolcreto di famiglia.
A Pistoia la “Società per la Cremazione” fu costituita nel Febbraio del 1883 e l’impianto crematorio venne inaugurato nel 1901, grazie all’appoggio delle Logge Massoniche locali ed all’impegno, in seno alla rappresentanza municipale, di due suoi dirigenti: Giuseppe Tesi e Lodovico Canini, ottenendo il concorso del Comune nelle spese per la costruzione del Tempio.
Pochi mesi dopo la Rivista della Massoneria Italiana, organo ufficiale della Comunione, cominciò a trattare il tema della laicizzazione della morte, evidenziando la necessità di rendere assolutamente civili i cimiteri sacri, perché, si scrive, “se il prete ne tiene in mano le chiavi, rifiuterà con cristiano amore, di aprire le porte a coloro che non siano trapassati con tutti i sacramenti della religione ortodossa”.
I Fratelli della Loggia Universo di Roma avevano infatti denunciato che molte volte i Fratelli Massoni non erano stati ricevuti nei pubblici cimiteri laici e la cremazione dei cadaveri fu una delle tematiche trattate in parallelo per alcuni anni, tematiche fatte proprie dalla Massoneria, sino a diventare parte integrante del suo programma, avvicinando all’Istituzione personaggi che ne condividevano le motivazioni ideali.
L’architetto Augusto Guidini concordava con il Fratello medico e scienziato Paolo Gorini nel ritenere che la cremazione non fosse altro che il sistema più decoroso ed innocuo per restituire alla natura gli elementi primi ed indistruttibili che le erano necessari per fabbricare “nuovi viventi. La natura per mettere insieme l’organismo umano trasse dalla terra alcuni principi solidi fissi, e ne compose l’ordito. Poi con sostanze volatili, che tolse dal seno dell’aria atmosferica, ne compose il tessuto. Avvenuta la morte, essa ridomanda la materia per fabbricare nuovi viventi”.
Nella scelta cremazionista dei Massoni del secolo scorso si deve ricercare, oltre alle già accennate motivazioni scientifiche, tecniche ed igieniche, una più profonda concezione della morte della spiritualità iniziatica, che consiste nella consapevolezza nella potenzialità insita in alcuni uomini di potersi reintegrare nell’Essenza Prima.
La morte deve essere intesa come evoluzione, come un momento del processo di mutazione generale, come legge di trasformazione-mutazione: si muore alla vita profana per rinascere alla vita iniziatica, come Hiram che muore e rinasce per richiamare il ruolo centrale della morte come metamorfosi.
Il trapasso non è che l’iniziazione ai misteri di una risurrezione, nel contesto di una metamorfosi della natura di cui il fuoco è principio e simbolo.
In questo rituale processo nulla può essere lasciato alla materialità profana.
Un’ulteriore prolungata fase di decomposizione rallenterebbe o arresterebbe il processo trasmutatorio.
L’opera compiuta nel Tempio è reale, non virtuale, perciò le spoglie mortali devono essere autenticamente purificate, cioè penetrate e consumate dal Fuoco, per essere strutturalmente da esso modificate.
Solo così si realizza il consummatum est, la parte più eterea della materia mortale ed immortale.
Il significato mitico del Fuoco si perde nella notte dei tempi: nel linguaggio alchemico il Fuoco è un sostanza pura, eterna, indispensabile per il compimento della Grande Opera.
Il Fuoco è lo strumento della modificazione degli stati che nella natura appaiono a prima vista stratificati e insuperabili, è il mezzo affinché la vita, trascorrendo dall’una all’altra forma, si riveli.
Attraverso il Fuoco l’uomo dovrebbe bruciare tutte le sue scorie e, divenuto pura scintilla, unirsi alla Fonte da cui si è separato.
Il valore dei riti funebri che fanno ricorso al Fuoco sta nel modificare ciò che è mortale trasformandolo in ciò che non può morire.
E’ interessante notare come la trasmutazione dell’essere fisico e animico che, attraverso il Fuoco, avviene fisicamente sul cadavere che viene sottoposto alla cremazione, si compie anche nell’essere fisico e animico di chi partecipa alla cerimonia funebre rituale nel Tempio Massonico e anche nel Tempio Crematorio.
Sono molti, in questo senso, gli edifici crematori del secolo scorso che ripropongono la simbologia del Tempio: a Milano in stile dorico-greco, il Tempio è sormontato da un Gallo in bronzo, che simboleggia l’annuncio della Luce del giorno, ma anche l’annunciatore esoterico della Luce Massonica; a Torino le urna cinerarie sono sormontate da una Piramide; a Roma, nel cinerario del Verano, vi è una complessa alternanza di simboli politici ed esoterici, dove campeggia l’edera, pianta funebre che rappresenta Dioniso, e che come lui simboleggia la morte rituale e la rinascita, la Luce e l’Oscurità, il calore e la freddezza.
http://www.massoneriapistoiese.it/index.php?pagina=31

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