Fischietattori buoni e fischietattori cattivi

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza whistleblower
Comunicato n. 91/19 del 4 dicembre 2019, Santa Barbara
 
Fischietattori buoni e fischietattori cattivi
Snowden, Assange e la gola profonda dell’Opac
Ci sono due signori negli Stati Uniti. Uno è un agente (forse ex?) della Cia e vive sotto la protezione dell’Fbi. L’agente, infatti, poté raccogliere una serie di informazioni riservate sulla conversazione telefonica in cui il presidente Donald Trump (il “suo” presidente) chiedeva al presidente ucraino Volodimir Zelensky di procurargli materiale compromettente sul figlio di Joe Biden, candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2020 e dunque suo rivale. L’agente, allora, decise che quel vergognoso conflitto di interessi andava rivelato. Smise i panni dell’agente segreto, per definizione obbligato a difendere le massime cariche istituzionali del Paese, e diventò un whistleblower, un guardiano della democrazia. Il sistema americano (che in seguito alle sue rivelazioni ha messo in stato d’accusa il presidente Trump) non lo persegue. Al contrario, lo protegge come un “bene” prezioso per la collettività.
Negli Usa, però, c’è anche un altro signore che a suo tempo decise di battersi per la verità e la giustizia. Un altro whistleblower.  È l’ispettore dell’Opac che fu mandato nell’area di Douma, un sobborgo della capitale siriana Damasco, a verificare se davvero, e come, le forze armate del presidente Bashar al-Assad avessero bombardato con armi chimiche, il 7 aprile 2018, uno degli ultimi caposaldi della resistenza anti-governativa, facendo decine di vittime tra i civili. Tutti ricordiamo il clima di quei giorni: la tesi che Assad fosse colpevole era stata avanzata dalle cancellerie occidentali e fatta prontamente circolare da media ossequienti alle versioni ufficiali. In Italia, intellettuali, intellettualini e uomini e donne dello show business avevano lanciato la campagna “mani sulla bocca”, per significare il dramma di chi era morto soffocato. E Usa, Francia e Regno Unito si erano affrettati a scaricare un altro po’ di bombe sulla Siria, uccidendo altre persone.
Quell’ispettore scrisse ai vertici dell’Opac (l’Organizzazione per la proibizione delle armi i chimiche, premiata con il Nobel per la Pace nel 2013 e nel 2018 diretta da un turco che aveva un americano per vice, guarda combinazione) una lunga lettera (in Italia è stata pubblicata da la Repubblica) per contestare il rapporto finale pubblicato dall’Opac dopo lunghi maneggi ed esitazioni e costruito per alludere comunque a responsabilità di Assad. Un rapporto poco o nulla rispondente a quanto quell’ispettore aveva verificato sul campo. Di quest’uomo, però, nessuno si occupa. Nessuna polizia lo ha messo sotto protezione. Anzi, è stato ed è costretto a nascondersi. A dargli una mano c’è solo la Courage Foundation (https://couragefound.org), un’organizzazione di volontari che cerca appunto di aiutare chi ha rivelazioni importanti da fare. Personalità anche prestigiose (l’ex direttore dell’Opac José Bustani, il direttore di Wikileaks Kristinn Hrafnsson, l’ex capo delle forze speciali inglesi John Taylor Holmes) ma nulla di paragonabile alla forza dell’Fbi.
Una bella differenza di trattamento, soprattutto se teniamo conto di un fatto. Nel “caso Trump”, al di là dei trucchi sporchi del Presidente, è in gioco “solo” la reputazione di un politico, Joe Biden, che comunque deve ancor spiegare come sia successo che, mentre lui si occupava di Ucraina dall’alto del ruolo di vice-presidente degli Usa che allora occupava, suo figlio ricevesse 50 mila dollari al mese da un oligarca ucraino del petrolio e del gas. Nel “caso Douma”, invece si trattava di vite umane. Come minimo, quelle cancellate dai bombardamenti americani, inglesi e francesi.
Non ci dobbiamo stupire troppo, però. Questo doppio standard, in apparenza assurdo, è in realtà la regola. Ci sono dittature che ci stanno benissimo e con cui facciamo cospicui affari. E ci sono dittature che vanno eliminate. Allo stesso modo c’è whistleblower e whistleblower. Chi fa rivelazioni in un senso viene esaltato. Chi le fa in senso opposto viene perseguitato.
Proviamo con qualche esempio. È stata raccontata come una grande operazione di verità e libertà l’inchiesta sui cosiddetti Panama Papers, il più grande furto di dati della storia, realizzato ai danni dello studio Mossack e Fonseca di Panama City. Da lì sono emerse decine di rivelazioni sugli investimenti off shore, a volte legali ma spesso illegali, di attori, calciatori, cantanti e soprattutto politici di ogni genere e risma. Ma allora perché Edward Snowden, il tecnico informatico che collaborava con la National Security Agency americana, è inseguito dai mandati d’arresto degli Usa ed è costretto a vivere in esilio in Russia?
Snowden è stato protagonista di una grande operazione di verità. Nel 2013 ha raccontato al mondo che i servizi segreti americani intercettavano, senza mandato della magistratura, le comunicazioni internet e telefoniche dei cittadini americani, quelle in arrivo dall’estero, quelle dei diplomatici stranieri in territorio americano e anche quelle riservatissime dei principali politici europei, a partire da Angela Merkel e Francois Hollande. Rivelazioni così fondate che il presidente Obama fece approvare prima lo Us Freedom Act (per vietare l’intercettazione selvaggia delle comunicazioni dei cittadini americani) e poi il Judicial Redress Act (per vietare la stessa cosa ai danni dei cittadini stranieri). Di Snowden si potrebbe dire che non solo ha rivelato cose interessanti ma ha anche contribuito a migliorare la grande democrazia americana. Se però mette il naso fuori lo arrestano.
Lo stesso ragionamento può essere fatto per Chelsea Manning e Julian Assange, protagonisti nel 2010 del “caso Wikileaks”. In estrema sintesi, la Manning (un’analista dei servizi segreti militari di stanza in Iraq) avrebbe passato al sito Wikileaks più di 250 mila documenti riservati o secretati del Dipartimento di Stato Usa che Assange (che peraltro non ha mai ammesso la “complicità della Manning) aveva poi messo in rete. Quei documenti ci hanno raccontato un sacco di cose inutili (giudizi sprezzanti su questo o quel politico, pettegolezzi d’ambasciata, voci non confermate) ma anche tante cose importanti. Per esempio, che l’Arabia Saudita era il principale finanziatore del terrorismo islamista e di Al Qaeda, e che l’amministrazione Usa lo sapeva benissimo. Che il vice-presidente dell’Afghanistan, Ahmad Zia Massoud, era un corrotto e che il fratello del presidente Karzai, Ahmed Wali, era un trafficante d’oppio. Che la Siria continuava a fornire armi a Hezbollah. Che il segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato ordine ai servizi segreti di spiare il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Che le operazioni militari in Iraq erano punteggiate di stragi di civili e altre porcherie, come l’uccisione di un giornalista spagnolo poi messa a tacere con pressioni della Cia sul Governo di Madrid.
Un’operazione verità che alla Manning è costata una condanna a 35 anni di carcere. Ne ha scontati poco più di 7 prima del perdono da parte di Obama nel 2017, ma è stata riarrestata nel 2019 per aver rifiutato di testimoniare contro Wikileaks. Perché nel frattempo Assange, braccato dai mandati di cattura emessi dalla Svezia (per un’accusa di violenza sessuale poi caduta) e dagli Usa, è stato costretto a vivere per sette anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, per essere infine arrestato dagli inglesi nel 2019, in attesa di essere estradato negli Usa.
Quando esaminiamo questi casi, dovremmo almeno ricordarci un nome: Mark Felt. Quarant’anni fa era il numero due dell’Fbi ed era soprannominato Gola Profonda da due giornalisti che, grazie a lui, divennero assai noti: Bob Woodward e Carl Bernstein. Furono le rivelazioni di Felt a far cadere il presidente Richard Nixon. Qualcuno è in grado di spiegare perché Felt è ricordato come un eroe e Snowden e la Manning braccati come delinquenti?