Fascismo e Cattolicesimo

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 87/20 del 15 ottobre 2020, Santa Teresa d’Avila
Fascismo e Cattolicesimo  concordato_3g
Segnaliamo la prefazione di don Francesco Ricossa al libro di Raffaele Amato, Vangelo e moschetto. Fascismo e cattolicesimo: sintonie, attriti, battaglie comuni, ed. Solfanelli, Chieti, 2019. 
Per un approfondimento si vedano sul canale YouTube di Sodalitium le tre lezioni tenute da don Ricossa alla giornata per la Regalità Sociale di Cristo (Modena 2019).
“Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: allora la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato, quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando sacerdozio e impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili, la memoria dei quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare. Il fatto che l’Europa cristiana abbia domato i popoli barbari e li abbia tratti dalla ferocia alla mansuetudine, dalla superstizione alla verità; che abbia vittoriosamente respinto le invasioni dei Maomettani; che abbia tenuto il primato della civiltà; che abbia sempre saputo offrirsi agli altri popoli come guida e maestra per ogni onorevole impresa; che abbia donato veri e molteplici esempi di libertà ai popoli; che abbia con grande sapienza creato numerose istituzioni a sollievo delle umane miserie; per tutto ciò deve senza dubbio molta gratitudine alla religione, che ebbe auspice in tante imprese e che l’aiutò nel portarle a termine. E certamente tutti quei benefìci sarebbero durati, se fosse durata la concordia tra i due poteri: e a ragione se ne sarebbero 103 potuti aspettare altri maggiori, se con maggiore fede e perseveranza ci si fosse inchinati all’autorità, al magistero, ai disegni della Chiesa. Si deve infatti attribuire il valore di legge eterna a quella grandissima sentenza scritta da Ivo di Chartres al pontefice Pasquale II: “Quando regno e sacerdozio procedono concordi, procede bene il governo del mondo, fiorisce e fruttifica la Chiesa. Se invece la concordia viene meno, non soltanto non crescono le piccole cose, ma anche le grandi volgono miseramente in rovina” . 
Mi perdonerà il lettore, e anche l’Autore, che mi ha fatto l’onore di chiedermi una prefazione a questa sua opera (pur sapendo che non ne condivido necessariamente tutte le opinioni), la lunga citazione – abbastanza nota ma raramente seguita – dell’enciclica di Papa Leone XIII, Immortale Dei, del 1 novembre 1885 (la parola della Chiesa non ha età, ma è sempre giovane ed attuale). 
Mi sembra opportuna poiché le “sintonie, gli attriti e le battaglie comuni” tra Fascismo e Cattolicesimo non riguardano tanto i rapporti tra un regime politico e la Religione divinamente rivelata (son cose imparagonabili) quanto piuttosto i rapporti propri al campo politico da un lato, al diritto pubblico ecclesiastico dall’altro, tra quelle due Società perfette che devono dirigere gli uomini al fine e al bene comune, temporale o spirituale, a seconda che si parli dell’Impero (lo Stato) o del Sacerdozio (la Chiesa militante). La concordia dei due poteri nella verità porta con sé grandi benefici, il dissidio grandi sventure, sia nell’ordine temporale che in quello spirituale. 
A cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento in Piazza San Sepolcro, a Milano, e a novant’anni dal Concordato tra Regno d’Italia e Chiesa Cattolica, l’Autore ha voluto trattare delle sintonie e delle battaglie comuni tra Fascismo e Cattolicesimo, senza nascondere onestamente anche i numerosi attriti tra un movimento e un regime che resse l’Italia dal 1922 al 1943 (e in parte fino al 1945) e una Chiesa al contempo divina e umana che ha già traversato due millenni di storia. 
Impresa non facile, quella del nostro Autore, anche decidendo di metter da parte la questione ebraica (p. 8, con un accenno a p. 223), non solo in quanto il Fascismo suscita ancor oggi, a più di 70 anni dalla tragica morte di Mussolini, vivissime passioni di odio o di amore, ma anche perché si tratta di questione estremamente complessa. 
Se i rapporti tra Stato e Chiesa sotto il governo Mussolini (e dopo) furono regolati dal già citato Concordato (e dal Trattato) del 1929, che riconosceva – come già in teoria lo Statuto Albertino – la Chiesa come religione di Stato, e se anche la Repubblica Sociale Italiana mantenne in vigore il Concordato (e la religione di Stato), e se non mancarono anche gli attriti (i più noti dei quali sono esposti nell’enciclica di Pio XI Non abbiamo bisogno del 29 giugno 1931), è anche vero che sia nel movimento Fascista, sia tra i cattolici militanti, vi furono attitudini, opinioni e posizioni diversissime riguardo al tema che ci occupa, ovvero quello dei rapporti tra il Fascismo e il Cattolicesimo. 
Ben nota è la distinzione defeliciana tra Fascismo movimento e Fascismo Regime e, come ricorda anche l’Autore, varie e diversissime, spesso contrastanti, furono le correnti di pensiero confluite nel Fascismo che solo la persona di Mussolini, forse, poteva tenere assieme. Diversa anche l’attitudine dei cattolici impegnati in politica nei confronti del Fascismo (e quale Fascismo poi? Quello delle origini? quello del Regime? quello della Repubblica?) non solo tra gli oppositori, ma anche tra coloro – oggi dimenticati – che con il Fascismo collaborarono almeno a partire da un certo periodo: si pensi alla mortale divisione che opponeva i Cattolici integrali da quelli modernisti e modernizzanti che confluirono, col Centro Nazionale Italiano, nel governo Fascista, per non parlare del “partito gesuita” che nel contempo faceva la fronda (con Padre Rosa) o al contrario teneva i contatti (con Padre Tacchi Venturi) con Mussolini. Mons. Benigni e don Paolo de Töth, per fare un esempio, nulla avevano a che spartire con un Grosoli, un Murri, finanche un Gemelli… 
L’autore di queste righe, come è ben noto (ai pochi che lo conoscono) si onora di seguire la scuola detta Cattolico-integrale, che dal 1919 al 1929 fu rappresentata dalla rivista Fede e Ragione di don Paolo de Töth, di Mons. Umberto Benigni e del Marchese Sassoli. I cattolici di “Fede e Ragione” si opposero strenuamente al Fascismo delle origini, quello “Sansepolcrista”, vedendovi a ragione un’opera della Massoneria (basti dire che tutti i “quadrumviri” della Marcia su Roma erano iniziati): “la massa di manovra della setta, oggi, è il cosiddetto fascismo. La massoneria e la setta sono abilissime per assumere la fisionomia e il carattere delle circostanze, nelle quali esse si devono muovere, e la nuova forma, il nuovissimo abito, sotto del quale esse oggi coprono, ipocritamente, il proprio movimento, è il ‘fascismo’” (Fede e Ragione, 10 aprile 1921 p. 5). 
Un giudizio severo che – quanto alla prassi – mutò come mutò il Fascismo, al punto che, ricordando nel 1958 il cattolico integrale Sassoli de’ Bianchi, don Paolo de Töth scrisse: “Nessun uomo di governo aveva parlato della Chiesa con il rispetto del Mussolini; nessuno fino allora Il cardinal Gasparri e Mussolini firmano i Patti Lateranensi aveva auspicato la fine del conflitto fra Chiesa e Stato in Italia, a parte tante buone leggi e la Carta del Lavoro, ispirata tutta quanta ai principi della sociologia cattolica (…). Vero: la superbia offuscò il giudizio a Mussolini fino a spingerlo contro la Chiesa; però non senza mancare di giustizia si potrebbe negare il bene da lui operato, procurandogli fiducia e plauso da altissimi personaggi della Chiesa, che nessuno oserebbe accusare di Fascismo. Come è vero che nessuno ebbe il coraggio del marchese Sassoli nel riprendere a Mussolini la gravissima sciocchezza degli antistorici discorsi pronunciati alla Camera all’indomani del Patti Lateranensi sull’origine del Cristianesimo e della Chiesa”. Un giudizio ben diverso da quello iniziale, equanime, senza acrimonia, come senza servilismo. Un aneddoto mi pare – al proposito – rivelatore. Mi riferisco ad un documento pubblicato e commentato dal prof. Mauro Forno dell’Università di Torino, che riguarda un rapporto inviato al Ministero degli Affari Esteri da Mons. Benigni, dopo un suo viaggio in Inghilterra nell’aprile 1926. Il prelato perugino, che dal 1923 collaborava con detto Ministero, e che dal 1927 collaborò anche col Ministero degli Interni (Polizia politica), informava il governo italiano sulla situazione dei movimenti inglesi favorevoli al Fascismo, nonché contro i nemici comuni che lì agivano. Ebbene, in questo documento con il quale Mons. Benigni collaborava con il Fascismo, e lavorava contro i nemici del Fascismo, non esita a dire di sé: “non sono fascista”. 
Da un punto di vista dottrinale, sia l’Autore che il prefatore vedono, tra Fascismo e Cattolicesimo, attriti e sintonie: in verità, più sintonie, per l’Autore, più attriti per il prefatore. Non credo, ad esempio, che il Dio di cui parlava Gentile (le cui opere sono all’Indice dei libri proibiti) sia veramente, e non solo a parole, quello adorato (e non solo rispettato) dalla Chiesa cattolica; credo piuttosto che si tratti del “dio” dMazzini. E non credo che in campo sociale i principi del Sindacalismo rivoluzionario, alle origini del Fascismo, e ancor meno quelli del povero Bombacci alla fine, si identifichino con la dottrina sociale della Chiesa. L’humus culturale del primo fascismo, di cui parla l’Autore nel cap. 2 (socialisti, repubblicani, futuristi, sindacalisti rivoluzionari, dannunziani; i nazionalisti confluirono dopo), era sostanzialmente anti-cattolico, e come tale fu denunciato anche (e soprattutto) dai Cattolici integrali. Ma siccome un governo si giudica più dalla sua azione piuttosto che dai suoi principi, giacché in gran parte si occupa del contingente, non c’è dubbio che – a partire dal 1923, come detto – i Cattolici integrali sostennero l’azione del governo fascista soprattutto contro i “nemici comuni”, secondo il programma dell’Intesa Romana di Difesa Sociale: contro il Giudaismo internazionale (il “vitello d’oro”), contro la Massoneria e il più vasto mondo esoterico (la “setta verde”), contro il socialcomunismo (“il lupo rosso”) e le liberal-democrazie, contro, infine, il cattolicesimo democratico e i suoi occulti sostenitori in alto loco (“l’internazionale bianca” e “la mano nera”): giustamente l’Autore ricorda le numerose fattive leggi in favore della religione e della famiglia, e la grande benemerenza dell’intervento vittorioso nella guerra di Spagna (dove però i cattolici tradizionalisti si riconoscono nel Carlismo, e non nella Falange). Un paragone tra l’Italia di allora e quella scristianizzata uscita dal conflitto mondiale, anche per colpa della Democrazia Cristiana, non può che andare a favore dell’Italia di allora, scrive Amato, senza timore di poter essere contraddetto. Due punti importanti della politica mussoliniana furono senza dubbio le leggi avverse alla Massoneria del 1925 ed il Concordato del 1929, che segnarono una svolta rispetto ai governi liberali precedenti e che allontanarono dal Fascismo molti massoni e tradizionalisti pagani, che videro rovinare le loro aspettative. L’Italia del 1929 era però uno stato cattolico o uno stato concordatario? I Patti Lateranensi suggellavano la vittoria del Risorgimento oppure la sua sconfitta? O piuttosto, nessuna delle due cose? Già all’indomani della firma del trattato le interpretazioni, lo abbiamo visto, anche tra i contraenti stessi, divergevano. La legge del novembre 1925 contro le Associazioni Segrete (che non contiene il vocabolo ‘massoneria’) era certamente anch’essa un ribaltamento della situazione rispetto al predominio massonico precedente (e susseguente!), ma non impedì, come dimostra il Vannoni (e non nasconde Amato in questo libro) che molti massoni fossero però presenti nella fila del Fascismo: si pensi ai numerosissimi massoni delle origini, da Piazza San Sepolcro alla Marcia su Roma, dal delitto Matteotti fino al 25 luglio (anche se un Farinacci, ad esempio, iniziato all’Obbedienza di Piazza del Gesù e anche a quella di Palazzo Giustiniani, sostenne la RSI), malgrado la dichiarata incompatibilità, dal 1923, tra Massoneria e Partito Nazionale Fascista. La Massoneria puntò sul Fascismo nascente (più su D’Annunzio che su Mussolini, per la verità): ne ebbe un’amara sorpresa. Ha saputo prendersi, dipoi, la sua spietata vendetta. Facciamo sì che non abbia, (umanamente parlando), l’ultima parola.
Raffaele Amato, Vangelo e moschetto. Fascismo e cattolicesimo: sintonie, attriti, battaglie comuni, Ed. Solfanelli, Chieti, 2019 pag. 264 € 19,00