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Il ricordo dei dimenticati
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Pio IX si accinge a benedire le
truppe dell’esercito
preposto alla difesa dello Stato
pontificio. |
1860: le vicende risorgimentali stanno
volgendo al termine e gli occhi di tutti
sono puntati su Roma, destinata a diventare
la capitale della nuova Italia. In un
disperato tentativo di salvaguardare il
potere temporale dei Papi, migliaia di
giovani accorrono da ogni parte d’Europa per
arruolarsi nell’esercito di Pio IX. Dalla
primavera del 1860 sino al settembre del
1870, furono quasi quindicimila i soldati
volontari dell’ultimo Papa-Re, destinati a
scrivere una pagina della nostra storia
andata poi dimenticata.
Mobilitati dai comitati
diocesani formatisi in ogni nazione, si
presentarono nella Roma del tramonto
papalino giovani di ogni estrazione sociale:
contadini e studenti universitari, figli del
popolo e cadetti della più blasonata
aristocrazia europea, tra cui il principe
Pietro Aldobrandini, il principe Paolo
Borghese, il principe Francesco Ruspoli, il
principe Vittorio Odescalchi, il principe
Carlo Chigi Albani della Rovere, tutti della
nobiltà romana; il principe Alfonso di
Borbone-Sicilia, fratello del Re Francesco
II; il principe Alfonso Carlo di Borbone d’Austria-Este,
successivamente pretendente carlista al
trono spagnolo; il barone Athanase de
Charette, discendente del leggendario eroe
vandeano. Tra i romagnoli si segnalarono il
marchese Zappi di Imola, i conti Filippo e
Gustavo di Carpegna, il patrizio Odoardo
Corbucci di San Giovanni in Marignano, il
conte Emaldi di Lugo.
L'articolo di Piero Raggi
intende ridare un volto a questi crociati
del XIX secolo che manifestarono in modo
eroico il profondo amore che ogni cattolico
dovrebbe avere per la Sede di Pietro. E’ la
vicenda di una generazione che, di fronte ai
cambiamenti epocali provocati dalle
Rivoluzioni massoniche, rimase fedele alla
concezione cavalleresca dell’esistenza, in
nome del Papa-Re.
Introduzione
I moti rivoluzionari del
1848, che culminarono con la fuga del
Papa-Re Pio IX a Gaeta e la proclamazione
della Repubblica Romana, cadute le illusioni
repubblicane, avevano consentito al
Piemonte, anche se reduce dalla disfatta di
Novara, di farsi paladino della politica
italiana ed il giovane Vittorio Emanuele II
aveva trovato in Cavour un protagonista
all’altezza del momento, scaltro, deciso a
tutto e certamente privo di scrupoli. Sono
noti i suoi indovinati interventi in campo
internazionale per suscitare consensi alla
causa italiana (invio di una spedizione
italiana in Crimea), i discutibili maneggi
per convincere l’imperatore dei francesi ad
intervenire in Italia per la guerra contro
l’Austria. Iniziò così, nel 1859, quella
campagna che attraverso le battaglie di
Montebello, Palestro, Magenta, culminate con
la vittoria di Solforino e San Martino,
condurrà all’armistizio di Villafranca.
La sconfitta austriaca porta
come conseguenza l’abbandono da parte delle
guarnigioni delle Legazioni pontificie di
Bologna e della Romagna, dove si formano
giunte provvisorie di giovani
filo-piemontesi. Pio IX protesta inascoltato
dinanzi alle potenze europee chiedendo il
ripristino dell’autorità pontificia e dei
diritti della S. Sede, ed in Concistoro
chiede la dichiarazione di nullità di tutti
gli atti dell’Assemblea nazionale di
Bologna, presieduta dal Minghetti.
Napoleone, spaventato dalla
reazione dei cattolici francesi propone a
Vittorio Emanuele una confederazione di
Stati italiani sotto la presidenza del
pontefice, ma l’ipotesi viene respinta
perché giudicata contraria ai voti del
popolo italiano. Le mire espansionistiche
del Piemonte non si arrestano, seguirà “la
spedizione dei Mille” che, senza
dichiarazione di guerra, invadeva uno stato
sovrano con l’aiuto della diplomazia inglese
in funzione antifrancese e antiaustriaca.
Ma Garibaldi non si arresta,
l’obiettivo è Roma e già alcune bande hanno
varcato il confine pontificio. Le autorità
pontificie si rendono finalmente conto degli
avvenimenti che ogni giorno incalzano e
corrono ai ripari.
L’esercito pontificio si
organizza
Il piccolo esercito
pontificio composto da volontari cattolici
provenienti da ogni nazione, costituito al
solo scopo istituzionale e di difesa
dell’ordine pubblico, naviga fra mille
difficoltà. Il pro-ministro alle armi, card.
Giacomo Antonelli, viene sostituito da mons.
Saverio de Merode, già valoroso ufficiale
dell’esercito belga e francese; egli in
breve tempo riesce, data l’urgenza del
momento, a far sì che il piccolo esercito
diventi uno strumento efficace, moderno,
bene organizzato, atto a mantenere l’ordine
pubblico ma anche ad opporsi all’invasione
di bande di volontari che si stanno formando
ai confini dello Stato. Egli si avvarrà
dell’opera dell’ufficiale francese de la
Moriciere, vincitore del leggendario Abd-el
Kader, durante la guerra d’Algeria, che
viene nominato generale in capo.
Ha inizio così la “Nona
Crociata”, che attraverso la sollecitazione
dei comitati di arruolamento, l’opera
capillare dei vescovi e dei parroci, farà
confluire a Roma i volontari provenienti da
ogni paese; alcuni, come gli antichi
crociati, hanno sul petto l’insegna della
croce, molti saranno raggiunti dalle
famiglie con armi, cavalli e denaro
destinato all’armamento.
Impossibile elencarli tutti,
citeremo i più illustri: tra i francesi il
conte Gaspard de Boubon Chalus, il conte
Leon del Lorgeril, il conte Theodore de
Quattrebarbes, il barone Athanase de
Charette, il visconte Alphonse de
Chateaubriand, nipote del celebre scrittore,
il conte Hippolite de Momint, il conte de
Becdelievre, valoroso comandante dei
tiragliatori franco-belgi a Castelfidardo,
il conte Palphy ungherese, il polacco barone
de Crovin, gli italiani conte Cesare Caimi,
il principe Carlo Chigi, il marchese
Giovanni Lepri, il principe Francesco
Ruspoli, il conte Cesare Crispoldi, il conte
Odoardo Ubaldini, il marchese Giacomo
Pietramellara, ed altri ancora dal Belgio,
dal Canada…
La situazione politica
precipita, la sinistra ha il sopravvento e
Cavour deve correre ai ripari o la
situazione gli sfuggirà di mano; dinnanzi
alla diplomazia internazionale si affretta a
condannare i rivoluzionari (quelli che poco
innanzi aveva con ogni mezzo spinti al Sud)
e fattosi paladino dell’ordine, si affretta,
per contrastare l’azione di Garibaldi, ad
inviare un numeroso corpo di spedizione per
la conquista delle Marche e dell’Umbria.
Avrà così ottenuto il duplice scopo di
bloccare l’avanzata garibaldina, riprendendo
in mano l’iniziativa, ed atteggiarsi a
nemico della rivoluzione.
La battaglia di Castelfidardo
(18 settembre 1860)
Il pretesto per l’invasione
non mancherà, col beneplacito di Napoleone
(l’ignobile “Fate, ma fate presto”).
Emissari piemontesi muniti di larghi mezzi
vengono inviati nelle due regioni allo scopo
di suscitare focolai di ribellione al
governo pontificio, ingigantendo ad arte
sporadici episodi subito repressi. La
popolazione resta fedele al suo legittimo
sovrano, ma Cavour non demorde, ed ogni
mezzo viene escogitato per favorire
l’intervento armato. La popolazione, secondo
Cavour, oppressa dal governo pontificio e
dalle truppe straniere, inneggia a Vittorio
Emanuele e desidera ardentemente
congiungersi al resto dell’Italia.
Ma tutto è già deciso: un
numeroso corpo di spedizione militare al
comando dei generali Fanti e Cialdini (senza
dichiarazione di guerra ma dopo l’emanazione
di due inqualificabili proclami nei quali
vengono insultati con le più vergognose
menzogne i militari pontifici) viene inviato
ai confini del territorio pontificio mentre
una squadra navale con materiale d’assedio
si dirige ad Ancona agli ordini
dell’ammiraglio Persano. L’esito non può
essere che scontato anche se la diplomazia
pontificia spera in un intervento francese
da Roma, ma la guarnigione francese di Roma
non muove un dito, ed in quello austriaco da
Trieste, assai improbabile dopo l’esito
infausto della guerra del ’59.
Il piccolo esercito
pontificio, che ben poteva contrastare le
bande di volontari italiani, si trova ora
dinnanzi l’armata sarda di oltre
sessantamila uomini, che ha l’ordine di far
presto, di vincere ad ogni costo, evitare
ogni insuccesso, superare in rapidità e
decisione, per ovvi motivi politici e di
propaganda, la pur fulminea marcia di
Garibaldi nelle Due Sicilie.
Il giorno 11 settembre
l’esercito piemontese occupa Urbino e
Pesaro, il 13 viene occupata Senigallia, il
14 è la volta di Perugia e di Foligno, il 16
viene assalita Spoleto, stessa sorte
toccherà al piccolo presidio di S. Leo fatto
segno ad un furioso cannoneggiamento.
L’esercito pontificio non ha
scampo, al gen. la Moriciere non rimane
altra alternativa se non concentrare le sue
truppe in Ancona per evitare una lotta
impari, in attesa dell’auspicato aiuto
francese e austriaco che il segretario di
Stato card. Antonelli continua ad
assicurare. Il giorno 15 il gen. de la
Moriciere si porta con la sua brigata a
Macerata dirigendosi verso Ancona, raggiunto
il giorno 16, dopo un’estenuante marcia,
dalla brigata Pimodan, a Loreto. Ma il
Cialdini, con abile mossa, sbarra ai
pontifici la strada attestandosi sulle
alture di Osimo e di Castelfidardo.
Lo scontro è inevitabile. Il
giorno 18 ha inizio la battaglia ed il
generale Pimodan chiede l’onore di iniziare
l’attacco. I pontifici hanno in un primo
momento il sopravvento, bisogna ad ogni
costo occupare la località delle Cascine
sino alle Crocette e di qui proseguire per
Castelfidardo ed aprire un varco all’armata
pontificia; ma la preponderanza dei
piemontesi e soprattutto la loro munitissima
artiglieria rendono vano ogni sforzo, i
pontifici dovranno soccombere, alcune
compagini si sbandano, il gen. de la
Moriciere riesce a stento a salvarsi,
dirigendosi con pochi uomini verso Ancona,
ed una colonna potrà raggiungere Loreto dove
si arrenderà il giorno dopo. Il generale
Pimodan ferito gravemente più volte cade
morente tra le braccia del suo aiutante
conte di Carpegna.
Quello che resta
dell’esercito pontificio è ora concentrato
in Ancona dove subisce un duplice attacco
dal mare e da terra: la flotta del Persano,
le artiglierie del Cialdini. La resistenza
si protrae fino alla mattina del 28
settembre quando, distrutta la lanterna e le
altre fortificazioni del porto, colpita una
polveriera, scarseggiando i viveri e le
munizioni, nell’impossibilità di continuare
la resistenza avvengono i preliminari della
capitolazione che si concluderà il giorno 30
successivo.
La Massoneria vuole occupare
Roma
L’autorità pontificia non può
più illudersi: il governo italiano sotto la
spinta della Massoneria vuole impossessarsi
dell’intero territorio della Chiesa e
proclamare Roma capitale.
Siamo ai primi mesi del 1861,
quando mons. de Merode riesce ancora una
volta a riorganizzare un esercito sotto la
guida lungimirante del gen. Kanzler,
nominato pro-ministro, ufficiale con un
brillante passato militare, valoroso a
Vicenza nel 1848, ben voluto dai militari i
quali ne riconoscono le indiscusse capacità.
Il governo italiano propone
all’imperatore dei francesi il ritiro del
suo contingente da Roma, la proposta viene
respinta: si arriva alla famosa convenzione
di settembre (15 settembre 1864) stipulata
tra il governo di Parigi e di Torino, senza
che il Papa, il diretto interessato, sia
consultato.
La convenzione prevede
l’intangibilità dei confini pontifici
garantiti dal Piemonte ed il ritiro delle
truppe francesi a mano a mano che saranno
sostituite da quelle del Papa. Il
trasferimento della capitale d’Italia a
Firenze (maggio 1865) provoca nuove
preoccupazioni al Papa. Nel novembre ’66 la
guarnigione francese lascia definitivamente
il territorio della S. Sede ed il Pontefice,
nel saluto di ringraziamento con parole di
tristezza, dice: “non bisogna farsi
illusioni, la rivoluzione verrà qui” ed è
buon profeta.
La campagna nell’Agro Romano
(1867)
Ancora una volta i comitati
insurrezionali, ben foraggiati dal governo
italiano, faranno nascere focolai di rivolta
nello Stato della Chiesa per creare il
pretesto alle truppe italiane di intervenire
per ristabilire l’ordine e la libertà in
casa altrui. In concomitanza ha inizio
l’invasione di bande garibaldine; il piano è
ben preciso, attaccare il territorio
pontificio in più parti e provocare disagio
e disorientamento tra i difensori. Comitati
di arruolamento di volontari si formano
attorno allo Stato pontificio riforniti di
armi, di munizioni, di vettovagliamento e
addirittura comandati da ufficiali
piemontesi, mentre il governo finge di non
sapere e di non vedere.
Questa volta però Garibaldi
si troverà di fronte compagini ben
organizzate e comandate, fedeli al
giuramento prestato al loro Papa e sovrano
che renderanno la vita assai difficile alle
sue bande ovunque disperse. Impossibile
citare i numerosi episodi, le lotte
sanguinose, spesso impari, sostenute con
valore da ambo le parti. Ricorderemo gli
scontri di Montelibretti, Farnese, Bagnorea,
Subiaco e ci soffermeremo sui fatti di villa
Glori, di Monterotondo, di Mentana. Il 23
ottobre il gen. Zappi riceve notizie che un
nucleo di camicie rosse è stato avvistato
sui monti Parioli; la colonna, composta di
circa 80 uomini, scelti fra i più
ardimentosi ha il compito di trasportare
armi per il comitato insurrezionale di Roma.
I garibaldini vengono assaliti da un
distaccamento di carabinieri esteri (43
uomini), sei dragoni e un gendarme a
cavallo. La mischia si conclude con
l’annientamento dei garibaldini, la morte di
Enrico Cairoli, il ferimento del fratello
Giovanni.
I giornali risorgimentali
hanno parole di lode per i volontari
dichiarandoli soccombenti dinanzi ad uno
stragrande numero di zuavi, mentre “gli
zuavi” non intervengono affatto e le forze
sono tutte a vantaggio dei garibaldini. Non
si voleva ancora ammettere che i cosiddetti
“mercenari” si battessero con sì grande
valore.
Altro combattimento, questa
volta di grande rilievo, avvenne il
successivo 25 ottobre quando una colonna di
circa 4.000 volontari agli ordini di Menotti
e Garibaldi, assale Monterotondo, difesa da
323 pontifici e due cannoni. Tutta la
giornata i garibaldini si lanciarono
all’assalto della piazza difesa da una cinta
fortificata. La piccola guarnigione si
difende eroicamente contrastando l’attacco
sino alle prime ore del giorno successivo
quando i garibaldini riescono ad avere la
meglio con l’aiuto di una seconda colonna di
rinforzo ed entrano nel paese bruciando una
delle porte. E’ questa l’unica vittoria dei
garibaldini in tutta la campagna che però
costerà più di 500 uomini fuori
combattimento (con saccheggi, furti
sacrileghi, atti di violenza verso la
popolazione ostile ed il clero).
La vittoria di Mentana (3
novembre 1867)
E veniamo alla battaglia di
Mentana, che segnerà definitivamente la
sconfitta delle compagini garibaldine.
Garibaldi è in difficoltà, di scarsa entità
le operazioni militari dei suoi luogotenenti
Nicotera e Acerbi, l’auspicata insurrezione
romana non avviene (dirà con rammarico il
Bandi: “I romani non si mossero, sarebbero
bastate poche schioppettate”) dispersa la
colonna Cairoli, effimera la vittoria di
Monterotondo. Gli uomini di Garibaldi non
ricevono alcun aiuto dalla popolazione, il
freddo e la pioggia rende ancor più
difficile la vita dei volontari che,
mancando di sussistenza, si danno al
saccheggio e alle requisizioni, invano
frenati dagli ufficiali e dallo stesso
Garibaldi che deve intervenire con mano
pesante.
Il Papa non cessa di
protestare presso il governo italiano che
però, non solo non interviene, ma continua
nella sua ben orchestrata farsa dando ogni
assicurazione in proposito, mentre
Napoleone, sollecitato dalla diplomazia
europea e dai cattolici francesi, deve più
volte far sentire la sua voce, minacciando
un intervento armato. Inascoltato, darà
ordine che una spedizione militare sia
approntata con destinazione Civitavecchia; a
questo punto Vittorio Emanuele, considerando
che questa volta Napoleone dica sul serio,
dovrà pronunciarsi condannando l’invasione
garibaldina con un proclama (“L’Europa sa
che la bandiera innalzata nelle terre vicino
alle nostre sulla quale fu scritta la
distruzione della suprema autorità
spirituale del capo della religione
cattolica non è la mia”), ne consegue grande
scompiglio per l’ordine di scioglimento
delle bande: i filo-monarchici si sentiranno
sconfessati, i repubblicani accuseranno la
monarchia di tradimento e di asservimento
alla Francia. Mai sopite rivalità si
accentueranno tra Garibaldi e Mazzini;
anarchici e socialisti che portano a
defezioni, insubordinazioni, liti che
Fabrizi, Albano Morri e Mosto riescono con
fatica a sedare mentre giunge notizia dello
sbarco del contingente francese.
Il campo garibaldino si trova
in grande difficoltà (le diserzioni - sono
parole di Lanza, e del Mombello ufficiali
garibaldini - non accennano a finire) nel
campo pontificio l’entusiasmo si accresce
per i tanti successi riportati e per
l’arruolamento di nuovi volontari. Fra gli
italiani: Lancellotti, Patrizi, Aldobrandini,
Borghese, Salviati ecc.; e per gli
stranieri: de Christen, Urbano e Armando de
Charette, Sint Sernin, ed un apporto
cospicuo dei comitati di soccorso al papato,
in particolare quello francese e belga, che
elargiscono armi e danaro.
La mattina del 3 novembre due
colonne lasciano Roma: quella pontificia
agli ordini del gen. de Courtin è composta
di 2913 uomini, quella francese agli ordini
del gen. Polhes di circa 2000 uomini; il
comando è affidato al gen. Kanzler.
Verso mezzogiorno si ha il
primo scontro tra l’avanguardia pontificia e
gli avamposti garibaldini. Comanda le forze
garibaldine lo stesso Garibaldi coadiuvato
dai nomi più prestigiosi: Valzania,
Burlando, Fabrici, Missori, Canzio, Menotti.
Il Kanzler ha con sé i generali de Courten e
Zappi, i colonnelli Caino, Lepri, Allet, i
tenenti colonnelli Carpegna, de Charette,
gli ufficiali superiori Ungarelli, Rivalta.
Violenta fu la lotta, serrate le cariche e i
contrattacchi, alterne, almeno in un primo
tempo le sorti della battaglia che però ben
presto volgerà a favore dei pontifici.
Vittoria dovuta essenzialmente alle armi
pontificie col modesto aiuto dei francesi
che intervengono a cose fatte; pretestuosa
l’azione dei chasepots che non fecero
meraviglia alcuna (ancora una volta sono due
ufficiali garibaldini a smentire tale favola
e ridimensionare l’efficacia dell’intervento
francese sulle sorti della battaglia, ma,
come sappiamo, si continua ancora a dire che
Garibaldi fu sconfitto dai francesi,
insistendo su un grossolano falso storico;
era ed è ancora difficile accettare che
Garibaldi che aveva sconfitto i francesi,
borbonici e austriaci e quanti altri fosse
proprio battuto da quei vili “mercenari”
inetti al combattimento per i quali
“sarebbero bastati solo i calci dei
fucili”).
Garibaldi fu lasciato
fuggire, forse per intervento francese, e
arrivato a Figline viene arrestato e
condotto nel forte di Varignano, a La
Spezia. I prigionieri vennero condotti
nottetempo a Roma per sottrarli all’ostilità
della popolazione, il gen. Kanzler e i
reduci pontifici furono ricevuti dalle
massime autorità pontificie a Porta Pia tra
gli evviva e l’accoglienza trionfale della
popolazione.
L’invasione della Città Santa
Dal 1868 al 1870 la calma
regna nello Stato pontificio. Il governo di
Firenze tace, i garibaldini battuti e
dispersi sono in condizioni di non più
nuocere. I soldati pontifici sono dislocati
lungo le frontiere, i centri più importanti
sono presidiati, Roma è tranquilla.
L’8 dicembre 1869 ha inizio
il Concilio Vaticano I, con la
partecipazione di 700 Padri, che avrebbe
solennemente sancito il primato e
l’infallibilità del Papa in materia di fede
e di morale ed in quell’occasione una folla
cosmopolita si era riversata su Roma. Il
carnevale romano riesce splendido e
tranquillo, alle feste sono presenti i
componenti delle case sovrane, spodestate
dal governo italiano. Il governo francese
richiama in patria i militari di stanza a
Roma, chiedendo sempre l’applicazione delle
condizioni della Convenzione di settembre
affinché fosse assicurata la libertà del
Pontefice. Ampie garanzie vengono date dal
governo italiano e dal re medesimo.
Intanto un fatto importante
che avrebbe sconvolto tutto l’equilibrio
europeo sta accadendo in Francia: antichi
dissapori e la mai sopita rivalità avevano
esasperato i rapporti franco-prussiani; ciò
condurrà inevitabilmente alla guerra che
sarà dichiarata il 19 luglio. Nello stesso
giorno la Camera dei deputati italiani e lo
stesso Senato approvano un ordine del giorno
auspicando lo scioglimento della questione
romana secondo le aspirazioni nazionali,
mentre una nota diplomatica fa presente al
governo francese che la situazione negli
Stati del Papa si va di giorno in giorno
aggravando per tumulti e disordini ed il
Menabrea ha l’imprudenza di affermare che i
sudditi pontifici oppressi dal “Prete” di
Roma, mordono il freno sotto il giogo delle
baionette straniere e anelano a
ricongiungersi alla patria italiana. Ancora
una volta si ripete lo stantio ritornello
del 1860 e del 1867, di voler portare la
libertà in casa altrui; in realtà, come
vedremo, si voleva trovare un pretesto per
assalire Roma. Giungono intanto notizie
della guerra di Francia che annunciano un
susseguirsi di vittorie prussiane.
Nel frattempo la sinistra
italiana faceva pressioni sul presidente del
consiglio Lanza affinché si intervenisse
contro Roma, temendo complicazioni di
politica internazionale ed ulteriori
difficoltà per la Chiesa. Contemporaneamente
la sinistra italiana invia in campo
prussiano un emissario a chiedere armi per
l’insurrezione contro il governo regio; si
profila quella rivoluzione tanto auspicata
in particolare dalla massoneria, alla quale
premono soprattutto la distruzione della
Chiesa Cattolica e la scristianizzazione del
paese. Giunge notizia della disfatta di
Sedan (2 settembre 1870) con l’imperatore
vinto e prigioniero. Il Papa non ha più
alleati, la minaccia italiana si fa ogni
giorno più concreta ed il Lanza, dopo aver
dichiarato alla Camera “che marciare su Roma
sarebbe stata impresa ripugnante anche ai
sultani barbareschi ed una manifesta
violazione del diritto pubblico europeo”
dovette rimangiarsi tutto sotto il ricatto
di chi sbraitava più forte.
Iniziano da questo momento
quella serie di trattative sempre respinte
che hanno per scopo l’occupazione di Roma;
il pretesto, come si è detto, è sempre il
medesimo: i disordini in città, che in
verità non avvengono, come sono buoni
testimoni gli osservatori stranieri presenti
nell’Urbe.
L’8 settembre una lettera di
Vittorio Emanuele diretta a Pio IX chiede
l’occupazione pacifica della città; la
risposta del Papa (del giorno 11) non poteva
che essere negativa stante la sua assurdità.
La maschera grottesca dei liberatori era
caduta: un forte contingente di truppe
italiane è già stato dislocato lungo le
frontiere e Vittorio Emanuele ordina
l’assalto del territorio pontificio.
Capo dell’esercito italiano è
Cadorna coadiuvato dal gen. Maze de la
Roche, Cosenz, Ferrero, a lui si aggiunge
Bixio. I militari occupano il 12 Orte, il
giorno 15 Bixio assale Civitavecchia;
costatata l’impossibilità di difendere le
province a causa della grande disparità di
forze, il gen. Kanzler decide di concentrare
tutte le sue forze su Roma. Si hanno nei
giorni successivi proposte di resa da parte
di Cadorna, respinte con alto senso di
dignità e del dovere dal Kanzler.
Piccoli scontri avvengono tra
gli avamposti, mentre la città è tranquilla;
la popolazione, infatti, è incuriosita
piuttosto che inquieta, diranno gli emissari
di Cadorna. Il conte Ponza di S. Martino
racconta, meravigliato, delle acclamazioni
che alle cerimonie per l’Acqua Marcia, per
l’Ara Cœli e la Scala Santa tributa a Pio IX,
il quale si mostrava convinto che gli
italiani non sarebbero entrati in Roma; ma
quando si seppe che la città era circondata
dalle artiglierie pronte a far fuoco, invio
la nota lettera al gen. Kanzler con l’ordine
di non resistere ad oltranza nella difesa,
bensì una protesta atta a costatare la
violenza e nulla di più.
L’onta del XX settembre
Il generale Cadorna riceve
l’ordine di impadronirsi di Roma con la
forza, fatta salva la città Leonina. Alle
cinque e dieci le prime cannonate giungono a
percuotere la barriera dei Tre Archi, Porta
Maggiore, Porta Pia, in seguito il fuoco
diretto verso più punti delle mura viene
fatto convergere su Porta Pia.
Alle 7.20 la breccia è aperta
e poco dopo resa praticabile all’assalto.
Subitaneo l’attacco delle fanterie italiane
presto contrastato dai difensori che hanno
un buon gioco perché protetti dalla cinta
muraria. L’intensa fucileria si protrae
ininterrottamente sino alle 9.30 circa,
quando gen. Kanzler costata l’impossibilità
di una difesa ad oltranza, ma soprattutto in
conformità agli ordini ricevuti dal Sovrano,
decide per la resa.
Viene dato l’ordine di
innalzare in più punti la bandiera bianca:
di ciò ne approfittano le truppe italiane
che invece di arrestarsi come è nella
prassi, occupano le posizioni pontificie.
Alle 10.30 il combattimento è finito
pressoché dappertutto; fanno eccezione i
cannoni di Bixio, per cui la bandiera bianca
issata sulla porta S. Pancrazio e su S.
Pietro, il quale ebbe a scusarsi col dire di
non averla veduta; così come fece il
Cialdini ad Ancona dopo che il gen. de la
Moriciere si era arreso a Persano.
Secondo più testimonianze si
hanno violenze, spoliazioni, atti vandalici
contro i militari pontifici che vengono
sospinti coi calci dei fucili, privati delle
loro decorazioni, dei cavalli, degli effetti
personali in una città in preda al caos più
completo provocato anche dal giungere di
tanti ed improvvisati patrioti, che nessuno
conosce, facili al saccheggio,
all’oltraggio, anche verso i religiosi.
Le due delegazioni, quella
pontificia guidata dal Kanzler, e quella
italiana dal Cadorna, si incontreranno a
Villa Albani per la resa, accettata per
ragioni di forza.
Il mattino del giorno 21 il
Papa alle 10,45 impartisce alle truppe
radunate in piazza S. Pietro l’ultima
benedizione in lacrime, quasi sorretto dai
suoi prelati. I militari cui fu riconosciuto
l’onore delle armi saranno passati in
rassegna dai loro comandanti, indi condotti
in prigionia verso le fortezze di
Alessandria, Verona, Mantova, Peschiera.
Anche questa volta - la cosa
si era ripetuta dieci anni prima per i
reduci di Castelfidardo - il viaggio avviene
tra gli insulti della teppaglia e le
scorrettezze gratuite dei militari italiani.
Tra la fine di settembre e il 15 ottobre
tutti i militari rientreranno alle loro
sedi, fatta eccezione per quei pochissimi
che accetteranno di far parte dell’esercito
italiano.
Conclusione
Questi i fatti militari in
estrema sintesi; ma non si può trascurare
ciò che le cronache d’allora hanno
consegnato alla storia: la partecipazione
alla crociata fu del fiori fiore del
cattolicesimo e delle famiglie nobili di
tutta Europa e non solo, si pensi ai
canadesi e agli americani. Accorsero i
giovani, infiammati dall’azione dei comitati
e dei sacerdoti che inneggiavano alla difesa
di Roma quale novella Gerusalemme minacciata
dagli “infedeli” di quel tempo, massoni,
rivoluzionari, atei delle diverse
colorazioni. Accorsero i rappresentanti,
assai meno giovani, di grandi famiglie
offrendo il loro braccio, già valoroso in
altre battaglie, il loro danaro; sì,
“legittimisti, e retrogradi” come si
sbraitava anche in quel medesimo tempo, ma
pur fieri di andare a difendere una causa
“santa”, cioè disposti a sacrificare il bene
della vita per un bene supremo, senza alcuna
contropartita se non l’orgoglio di quella
“santa causa”.
Il momento storico stava
cambiando radicalmente, altri ideali si
profilano, le autorità costituite da secoli
addietro subiscono attacchi da più parti,
l’ideale religioso non è indenne da questa
prova; ma proprio per questo ancor più
meritevoli sono coloro che vi si
consacrarono.
Perdurano a tutt’oggi
pregiudizi e stereotipi inutili, frutto
della propaganda del vincitore, che poco
obbiettivamente ingiuria, non riconoscendo
le motivazioni ideali di coloro che gli si
oppongono. Non si può tacere la connivenza
di certa storiografia, che dopo oltre un
secolo non riesce a liberarsi dal controllo
ideologico, venendo meno a quell’onesta
intellettuale che dovrebbe caratterizzare
gli uomini liberi.
Piero Raggi |