Cent’anni dalla parte sbagliata

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Comunicato n. 64/18 del 5 settembre 2018, San Lorenzo Giustiniani

Cent’anni dalla parte sbagliata

Segnaliamo un’intervista che Bruno Segre ha rilasciato al quotidiano “La Stampa” per il suo centesimo compleanno. Nelle risposte emergono gli errori del laicismo e dell’anticlericalismo che in modo trasversale (come le sette massoniche che hanno sempre professato e diffuso questi errori) sono presenti nei programmi di diversi partiti italiani, dall’estrema sinistra all’estrema destra. Sono gli errori che hanno combattuto e rovesciato il regno sociale di Cristo, l’unico riferimento che un cattolico dovrebbe avere in ambito politico e sociale. Nell’intervista Segre difende il divorzio e l’eutanasia, accusa la Chiesa Cattolica di “privilegi inammissibili” e auspica una scuola pubblica sempre più forte (contro le scuole confessionali). L’avvocato termina l’incontro con una meschina espressione blasfema. L’augurio che gli rivolgiamo è di mettersi dalla parte giusta almeno negli ultimi giorni della sua vita, per evitare l’eterno abbraccio mortale con quel Satana che, nella sua lunga vita, ha contribuito a far regnare nello stato italiano.

Bruno Segre: “Le mie battaglie per i diritti nella Torino dai mille volti”. I cent’anni dell’avvocato, una vita di impegno politico e civile (intervista di Alberto Sinigaglia, La Stampa del 3/9/2018, pag. 25)

Intervistò la Magnani e Totò, Josephine Baker nuda e la «maestrina dalla penna rossa» vestita: Bruno Segre sognava di fare il giornalista, gli parve un bel mestiere. Ma scelse di fare l’avvocato e fu il primo a difendere un obiettore di coscienza. Avviò nel 1949 vent’anni di battaglie che avrebbero sancito quel diritto. Poi, a fianco di Loris Fortuna, operò all’introduzione del divorzio. Domani compie cent’anni d’una vita ad alta intensità: l’amicizia con Natalia Ginzburg al liceo, gli incontri con Pavese, la laurea con Luigi Einaudi, le umiliazioni delle leggi razziali, l’antifascismo, due arresti, la fuga, la pallottola fermata dal portasigarette, la galera nel mattatoio politico di via Asti, il libero pensiero come fede e come missione. Quante cose ha visto cambiare? Energico e lucido, comincia da Torino, dove fu consigliere comunale eletto nel 1975 nelle file del Psi, quando per la prima volta votarono i diciottenni. Obiettivi raggiunti: Settembre Musica, Punti verdi, Estate ragazzi. Obiettivi sognati: due linee di metropolitana.

Che cos’è cambiato di più in un secolo: il cielo, la gente, i grissini?
«I volti. Per due ondate di migranti: negli Anni 60 migliaia di lavoratori non qualificati, valigie con la corda, “Non si affitta ai meridionali”, scene da Furore di Steinbeck. Quarant’anni dopo, cinesi, romeni, albanesi, africani. Diminuiti gli abitanti da un milione 200 mila a 900 mila, cresciuti i fast-food del malaffare dietetico».

E il carattere dei torinesi?
«Dalla tradizionale riservatezza siamo passati a una certa espansività, a una libertà di costumi incomparabile con le lunghe sottane e lunghi corteggiamenti del passato. Oggi le donne hanno l’iniziativa, gli uomini devono difendersi. Prima c’era più virilità, un impulso sessuale molto più accentuato, lo dimostra la riduzione del numero delle nascite».

Le più evidenti mutazioni sociali?
«L’atteggiamento non più conservatore e reazionario di buona parte della borghesia. Scomparsi il proletariato, la nobiltà, i monarchici. Fine del dialetto: non senti più salutare “cerea”. Scomparso l’uso di togliersi il cappello».

I peggiori difetti della Torino di oggi?
«Una classe dirigente finita sotto processo. Eletti personaggi troppo attenti al proprio tornaconto. Un’amministrazione comunale alla ricerca di consensi. La sinistra organizzata quasi scomparsa. I privilegi inammissibili della Chiesa cattolica».

Resta qualcosa dell’antifascismo, della Resistenza, dello spirito del Dopoguerra?
«Pochi superstiti ricordati solo nei necrologi, associazioni con pochi soldi, lapidi stradali ai Caduti, pietre d’inciampo».

I ricordi più forti delle sue battaglie?
«Il processo al primo obiettore di coscienza Pietro Pinna dinnanzi al Tribunale Militare. Quando durante la campagna per il divorzio noleggiai un aereo che lanciava manifesti su Torino: “Il divorzio non viene dal cielo ma dal progetto di Loris Fortuna che stasera alle 18 vi parlerà al Teatro Gobetti”. Fu un successo memorabile. I miei comizi al Teatro Carignano e al Cinema Romano, i cortei, il volantinaggio, i fischi a Fanfani al Teatro Alfieri».

Alla legge sulla libertà di coscienza ricorrono alcuni medici per negare ad altri cittadini libertà di abortire. Che ne pensa?
«Che la libertà di coscienza vale per tutti. Dobbiamo ammetterla anche per i medici cattolici, sebbene in casi di assoluta emergenza dovrebbe prevalere il giuramento di Ippocrate».

Quale battaglia affronterebbe domani?
«Restano battaglie fondamentali per la democrazia in Italia: l’eutanasia; la modifica delle prescrizioni estintive dei reati; l’abolizione dell’infausta legge Gozzini per le eccessive licenze ai detenuti; il non ammissibile riconoscimento legale dei figli di due padri e di due madri; la riforma delle Forze armate, riducendo l’assurdo numero degli ufficiali rispetto ai soldati; la difesa della scuola pubblica».

Come si vive a cento anni il senso del tempo?
«Il tempo rafforza la serenità, il culto dei propri ideali».

Pensa alla morte?
«Non ne ho paura. È una legge di natura. La natura è la cosa più bella del mondo: il disegno intelligente che regola l’universo».

Lei non crede in Dio. Ma se esistesse, il giorno che le capitasse di incontrarlo, dopo tutto quello che ha fatto si aspetterebbe una benedizione, un premio?
«Capiterebbe solo se soffrissi di arteriosclerosi. Se proprio capitasse, tacerei. “Solo il silenzio è grande – diceva De Vigny – tutto il resto è debolezza”».