Il ’68: giovanilista, parricida, puerile, narcisista

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaIlSessantottoinSvizzera(sit-inaGinevra)
Comunicato n. 78/18 del 18 ottobre 2018, San Luca

Il ’68: giovanilista, parricida, puerile, narcisista

In attesa dell’imminente seminario di studi “Non serviam: il ’68 contro il principio dell’autorità”, che si svolgerà nel corso della “giornata per la regalità sociale di Cristo”, in programma sabato 20/10/2018 a Modena, segnaliamo alcune riflessioni di Marcello Veneziani sul ’68.
http://www.centrostudifederici.org/non-serviamo-68-principio-dellautorita/
GIOVANILISTA
Il ‘68 allargò il fossato tra le generazioni. Promosse una forma di patriottismo anagrafico, fondato sull’appartenenza alla comune età, in base al quale contrapporre la razza dei giovani a quella degli anziani. Non connazionali o concittadini ma coetanei e contemporanei. Si ruppero i ponti tra le generazioni, linguaggi diversi, costumi diversi, modelli diversi. (…) Ma il ‘68 consacrò una categoria anagrafica al rango di valore e di egemonia. Il «largo ai giovani» diventò parola ai giovani, al centro i giovani. E questo ebbe iniziale valenza collettiva, corale, assembleare; per poi avere valenza singola, individuale, egocentrica. I giovani abbattevano limiti e frontiere, innalzavano un muro tra il vecchio e il nuovo e attaccavano i vecchi, detti allora matusa. La prima vera rottamazione degli anziani fu quella sessantottina, nel nome della rivoluzione studentesca. Irruppe la politica in ogni ambito, anche nell’intimità e nel privato. Si profilò una mutazione antropologica: cambiarono le facce, imbronciate, e i vestiti; crebbero i capelli, le barbe, i toni di voce, i modi. Avere diciottenni dava un diritto speciale di parola sulle sorti del mondo.

PARRICIDA
La rivolta del ’68 ebbe un Nemico Assoluto e Permanente, il Padre. Inteso come pater familias, come patriarcato, come patria, come Santo Padre, come Padrone, come docente, come autorità. Il 68 fu il movimento del parricidio gioioso, la festa per l’uccisione simbolica del padre e di chi ne fa le veci. Il 68 fu l’apoteosi del parricidio, il progetto di liberarsi dal padre per andare incontro ai «domani che cantano». Alla perdita del padre ha poi corrisposto la perdita del figlio; il rifiuto del passato ha prodotto il rifiuto del futuro e il dominio egocentrico del presente. Il parricidio si fece infanticidio, tra aborti, contraccettivi e denatalità. Rigetto della paternità e della maternità, anche per se stessi. Chi elimina il padre finirà con l’eliminare pure il figlio. I sessantottini vollero sentirsi figli del proprio tempo anziché dei propri padri. E al proprio tempo assoluto sacrificarono anche quello delle generazioni venture. Il sessantottino non riesce ad accettare il ruolo paterno perché si sente ancora lui il Figlio Unico (variante puerile dell’Unico di Stirner). Rifiuta il figlio non procreando, separandosi dalla famiglia o al più mimetizzandosi da coetaneo dei propri figli. La rimozione del padre fu compensata anche in questo caso dall’avvento della fratellanza; generica perché universale, egualitaria perché orizzontale, 1 sessantottini spezzarono il legame con ogni paternità, presentandosi al mondo come autocreati; trovatelli sulla ruota degli esposti. Da lì il loro congenito esibizionismo. Ogni autorità perse autorevolezza e credibilità; diventò abuso di potere, l’educazione fu rigettata come costrizione e perdita della spontaneità, la tradizione fu respinta come mistificazione e conformismo, la vecchiaia fu ridicolizzata come rancida e retro, il vecchio perse aura e rispetto, si fece ingombro, intralcio, ramo secco, esteticamente repellente. Grottesca eredità, se si considera che oggi viviamo in una società di vecchi. Il giovanilismo di allora era comprensibile, il giovanilismo in una società anziana è ridicolo e penoso, autolesionista e camuffato.

PUERILE
Il ‘68 liberò la sindrome del Bambino Perenne, giocoso e irresponsabile. Che nel nome della sua creatività e del suo genio, decretato per autoacclamazione, rifiuta le responsabilità del futuro, oltre che quelle del passato. Il gioco, l’ironia dissacrante, l’assenza di limitazioni e forme definite. La società senza padre diventò società senza figli; è la generazione dei figli permanenti, autocreati e autogestiti che non abdicano alla loro adolescenza per lasciare spazio ai bambini veri. Lasciateci giocare a disfare e rifare il mondo come castelli di sabbia. La vulgata celebrativa dice che grazie allo spirito del ‘68 si accorciarono le distanze tra popoli, classi, generazioni, ruoli, sessi e il ‘68 fu lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo, anzi tra il vecchiume e la giovinezza. In realtà col ’68 si allargò il fossato tra padri e figli, tra giovani e anziani, tra moderni e arretrati. Peter Pan si fa egocentrico e infantile; abbarbicato al suo infinito presente rifiuta ogni passato e ogni futuro, perché indicano entrambi il tempo che passa e la vecchiaia che avanza. Il collettivismo originario del ‘68 diventò soggettivismo puerile, l’ideologismo che tutto pervadeva al tempo della contestazione, si stempera nella liberazione degli impulsi e degli istinti, fino a ricercare esperienze emozionali, sensoriali. Prima di noi il Nulla, dopo di noi il Diluvio. Après moi le déluge. Da Luigi XV a Militante 68, il nuovo Re.

NARCISO
Col ‘68 serpeggia in forma latente una nuova sindrome che prenderà poi il volo come una farfalla appena si libererà dal bozzolo del collettivismo impegnato: il narcisismo. Il mito di una società estetica, fondata sul principio del piacere e sulla liberazione del soggetto, produsse un’espansione ipertrofica dell’io con quell’effetto preciso e diffuso: il narcisismo di massa. L’egocentrismo generazionale e soggettivo fu l’effetto più profondo del ’68. La convinzione che il mondo si svegliasse con loro, che la libertà nascesse da loro, che l’umanità si redimesse grazie a loro. E che tutto ruotasse intorno ai propri desideri e all’espansione illimitata del soggetto. Ne L’intelligenza in pericolo di morte, uscito nel ‘68, il pensatore cattolico Marcel de Corte descrive lo spirito infantile e narcisista del ‘68 che rifiuta la realtà nel nome del desiderio e piega il mondo al proprio ego; «perenni efebi» che adorano se stessi e perciò sono indotti ad amare il proprio sesso, fino a configurare «una forma larvata di omosessualità».

Marcello Veneziani, “68 TESI CONTRO IL ’68. L’anno maledetto che dura da cinquanta”, il Giornale, 2018.