“Duce, l’Impero che avete creato lo perderete”

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 61/17 del 19 giugno 2017, Santa Giuliana Falconieri

“Duce, l’Impero che avete creato lo perderete” , di Andrea Cionci.

Il Generale Federico Baistrocchi

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“Duce, l’Impero che avete creato lo perderete” con queste parole il generale Federico Baistrocchi si giocò una straordinaria carriera costellata di successi e promozioni sul campo. Del tutto sconosciuto ai più, è un personaggio che merita di essere ricordato per le straordinarie capacità e la lealtà con cui spese la sua vita al servizio del Paese. Proprio due giorni fa ricorrevano i settant’anni dalla sua morte, avvenuta a Roma il 31 maggio 1947, dopo quasi due anni di detenzione che lo minarono irrimediabilmente nel fisico. L’Esercito ha, così, deciso di dedicargli una mostra presso il Museo dei Granatieri di Sardegna a Roma (P.za S. Croce in Gerusalemme), che aprirà i battenti il 16 giugno, nella quale saranno esposti cimeli personali del generale e documenti di eccezionale importanza, come quella lettera che il 18 settembre 1936 egli indirizzò a Benito Mussolini. Baistrocchi aveva profondamente riflettuto sull’ordine del Duce di recuperare armi e materiali dall’Etiopia, dopo la vittoriosa campagna africana. “Con la mia abituale franchezza, pur sapendo di non farvi, anche questa volta, cosa gradita, vi dirò che tale ritorno in patria (di mezzi e materiali n.d.r.) sarebbe esiziale per l’esistenza dell’Impero che voi avete voluto e fondato”.
Anche Baistrocchi presentiva la deflagrazione di un conflitto mondiale, ma ammoniva Mussolini: “La guerra che prevedete sarà lunga […] troverà l’universo diviso in due campi opposti per una lotta senza quartiere e perciò sarà lunghissima e all’ultimo sangue. Trionferà chi avrà saputo meglio prepararsi, resistere, alimentarsi. Il Mediterraneo non è nostro; l’Inghilterra lo domina […] la Francia e anche l’America (poiché ritengo che anch’essa sarà contro di noi) vorranno farci scontare il nostro grande successo in Africa”.
Di quale posizione godeva, dunque, Baistrocchi per potersi permettere di scrivere cosi al Duce? E cosa aveva fatto per meritarsela?

IL DIAVOLO ROSSO  
Così lo avevano soprannominato gli Austriaci nella Grande Guerra. Come artigliere era divenuto il loro flagello: aveva infatti ideato una particolare forma di impiego dell’artiglieria in appoggio alla fanteria che gli era valso questo appellativo da parte degli austriaci e, da parte dei soldati italiani, quello di “artigliere del fante”.
Alla discesa in campo dell’Italia contro gli Imperi centrali, Baistrocchi aveva già maturato una ricca esperienza. Dopotutto, era figlio d’arte: suo padre Achille aveva preso parte a tutte le guerre risorgimentali. Federico era nato a Napoli nel 1871 da antica e nobile famiglia di origini polacche: presto fu inviato al Collegio militare della Nunziatella e poi all’Accademia di Modena. Prese parte alla campagna di Eritrea del 1896, alla campagna di Libia del 1911. Per il suo valore e perizia ottenne varie promozioni per merito di guerra e ben sei medaglie al Valore, ma per lui stesso, la più ambita fu quella d’oro che gli Arditi del 1° battaglione d’assalto gli offrirono per averli accompagnati con il preciso fuoco dei suoi cannoni alla conquista di Q. 800 della Bainsizza.

IL GRANDE INNOVATORE  
AL termine della Grande guerra, promosso Generale ed eletto Deputato, tra il 1924 e il 1933 non si occupò di politica ma esclusivamente di questioni, leggi e riforme militari.
Per questa sua riconosciuta preparazione tecnica ed esperienza sul campo, Mussolini, nel 1933 lo chiamò ad assumere l’incarico di Sottosegretario di Stato per la Guerra e, dal 1 ottobre 1934, anche la carica di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Il temperamento entusiasta ed esuberante di Baistrocchi irruppe nel severo ambiente piemontese di Via XX Settembre portando un vasto piano di riorganizzazione e modernizzazione delle truppe italiane, da attuarsi in due trienni: 1933-36 e 1936-39. Riuscì ad imprimere, da subito, un salutare “scossone” alla sua forza armata: svecchiare, innovare, motorizzare, abbandonando definitivamente i vecchi concetti del primo dopoguerra. Il suo primo impegno fu l’introduzione di criteri più meritocratici per l’avanzamento degli ufficiali.
Si occupò quindi di un piano di riforme che prevedeva l’ammodernamento delle armi in dotazione alla fanteria e all’artiglieria e al loro munizionamento.
Diede il massimo impulso alla meccanizzazione e motorizzazione dell’Esercito con la costituzione organica del Corpo Automobilistico e trasformando e motorizzando reparti di cavalleria, bersaglieri, batterie di artiglieria e creando le prime unità corazzate e autotrasportate.
Si preoccupò di migliorare il trattamento e l’addestramento delle truppe, il suo equipaggiamento e vestiario, con maggiore praticità e comodità rispetto a quanto adottato dai precedenti regolamenti.
Con l’istituzione del nuovo corpo denominato “Guardia alla Frontiera” (GAF) l’Esercito venne svincolato dal compito di assicurare la copertura dei confini per impegnarsi quindi a garantire la difesa del restante territorio nazionale.

PRECURSORE DELLA GUERRA-LAMPO  
L’Italia aveva finalmente un esercito moderno, e i risultati si videro nella campagna di Etiopia. Dopotutto, Baistrocchi non era mai stato favorevole a quell’impresa africana, e non aveva nascosto al Re e a Mussolini le perplessità sull’affrontare una guerra a 8000 km di distanza, ma quando ricevette l’ordine di approntare i mezzi per la campagna, diede il meglio di sé nella preparazione. Rispetto alle quattro divisioni previste, Baistrocchi, che era un grande logista, riuscì a inviarne 20, perfettamente equipaggiate e rifornite. Si mise così in luce per le sue capacità tanto che vi fu un momento in cui Mussolini pensò di sostituire Badoglio (la cui lentezza nel procedere lo esasperava) con lui, ma fu proprio Baistrocchi a sottolineare che un simile avvicendamento avrebbe causato dei problemi nella gestione del Corpo di spedizione da Roma che era sotto la sua responsabilità. In quel mentre, infatti, il generale napoletano era tutto impegnato a “clonare” in Patria tutti i reparti che inviava in Africa Orientale per non lasciare sguarnite le difese in Italia. La campagna d’Etiopia fu un pieno successo e venne definita all’estero un “capolavoro di logistica, strategia e tattica” destando non poche invidie. Possiamo dire che i primi concetti di “guerra lampo” furono teorizzati proprio da Baistrocchi in quegli anni e ad essi, con ogni probabilità si ispirarono i generali tedeschi.
Il generale, tuttavia, era saldamente ancorato alla realtà e riteneva la guerra lampo possibile solo con un rapporto di forze non paritario, cosa che non mancò di far notare a Mussolini. Tra l’altro, rimase ben lontano dal considerare i risultati in Africa come acquisiti definitivamente. Nella famosa lettera, diffidava il Duce dal sottrarre uomini e mezzi dalle nuove colonie appena conquistate: mirava anzi a renderle autonome dalla madrepatria perché sapeva che i mari erano allora dominati dal Regno Unito.

IL MALINTESO CON BADOGLIO  
Fu proprio nella campagna d’Etiopia, con l’accennata intenzione di Mussolini di sostituire Badoglio con Baistrocchi che si verificò il malinteso che mise in allarme il primo dei due generali. Queste infatti furono le parole di Badoglio riportate dal generale Rodolfo Graziani: “Durante la campagna d’Etiopia, Baistrocchi ha tentato di farmi la forca, ma la pagherà. Perché, vede Graziani – incalzò con aria minacciosa – io i miei nemici li strangolo lentamente, così, col guanto di velluto”. In realtà Baistrocchi aveva fatto solo il suo dovere di “tecnico” e non aveva alcuna intenzione di “fare le scarpe” al suo superiore.
L’occasione per disarcionare quello che pensava fosse un rivale, Badoglio la ebbe, tuttavia, quando Baistrocchi scrisse a Mussolini la lucida e profetica lettera del 18 settembre ’36. Fu grazie a questa che Badoglio poté convincere il Duce a destituirlo. Il generale napoletano fu nominato Conte e Senatore de Regno per i grandi meriti acquisti, ma, de facto, fu escluso da ogni ruolo di responsabilità. Mussolini gli propose, poi, di comandare le truppe nella guerra di Spagna, ma egli rifiutò. Come molti italiani anche il generale aveva probabilmente perso entusiasmo verso una politica nella quale non si riconosceva più.

LA STOCCATA FINALE  
Con il crollo del Regime e l’insediarsi di Badoglio come capo del Governo, il 18 aprile 1945 con richiesta del Commissariato per le sanzioni contro i Fascismo Baistrocchi, allora settantatreenne, fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli come un delinquente comune. Qui rimase per un anno e tre mesi in attesa del processo. Al generale instancabile e intrepido, il peso della calunnia fu molto gravoso, tanto che dimagrì di 21 chili. Solo gli ultimi due mesi prima del processo li trascorse nel carcere militare di Forte Boccea, trattato con il dovuto rispetto. L’accusa era di avere, come Sottosegretario alla Guerra, compromesso e tradito le sorti del Paese tanto da averlo successivamente condotto alla catastrofe mediante la fascistizzazione dell’Esercito, influenzandone l’ordinamento, la tecnica militare, la regolamentazione e la disciplina.
Il processo presso il tribunale militare di Roma iniziò il 10 settembre 1946 e fu seguito da tutta la città.

VITTORIA E MORTE  
L’abbondante documentazione della sua attività e le testimonianze a suo favore di un alto numero di personalità militari e politiche di tutti i Partiti, riabilitarono totalmente la sua figura di soldato, di comandante e di italiano. Il processo durò 12 giorni e si concluse il 22 settembre.
Baistrocchi respinse energicamente ogni accusa parlando 5 ore di seguito ed elencando esattamente il suo operato e le sue argomentazioni. Tuttavia, mai ebbe parole contro il suo nemico Badoglio. Su richiesta dello stesso Pubblico Ministero, l’anziano generale fu quindi assolto con formula piena, tra gli applausi del pubblico e grandi manifestazioni di approvazione. La sentenza consacrò la figura di questo ufficiale con pieno, incondizionato riconoscimento. Uscì dal carcere alle ore 15 del 22 settembre 1946.
Già debilitato dalla vicenda infamante del carcere, pochi mesi dopo, morì per un attacco di cuore, il 31 maggio 1947. Riposa alla Certosa di Bologna.
Come scrisse il grande invalido di guerra Carlo Delcroix, per il suo epitaffio: “Visse abbastanza da rivendicare con il proprio nome quello dell’Esercito che si voleva colpire in uno dei suoi Capi più degni, ma il cuore che aveva contenuto il giubilo della guerra vinta e l’angoscia della guerra perduta alla fine si infranse.
La famiglia che amò più di se stesso e l’Italia che servì fino alla morte, nel piangerne la perdita, non vogliono sia perduto il suo esempio”.

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