1867: la vittoria dei soldati del Papa Re

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova Insorgenzamentana67
Comunicato n. 86/17 del 27 ottobre 2017, San Fiorenzo

1867: la vittoria dei soldati del Papa Re

Si avvicina la giornata del 5 novembre 2017, in cui festeggeremo il 150° anniversario della battaglia di Mentana: http://www.centrostudifederici.org/150-anniversario-della-vittoria-pontificia-roma

Ricordiamo le fasi salienti della campagna dell’Agro Romano del 1867 descritte da Piero Raggi, autore de “La nona crociata. I volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1070)”, Libreria Tonini, Ravenna.

La campagna nell’Agro Romano (1867)

(…) Ancora una volta i comitati insurrezionali, ben foraggiati dal governo italiano, faranno nascere focolai di rivolta nello Stato della Chiesa per creare il pretesto alle truppe italiane di intervenire per ristabilire l’ordine e la libertà in casa altrui. In concomitanza ha inizio l’invasione di bande garibaldine; il piano è ben preciso, attaccare il territorio pontificio in più parti e provocare disagio e disorientamento tra i difensori. Comitati di arruolamento di volontari si formano attorno allo Stato pontificio riforniti di armi, di munizioni, di vettovagliamento e addirittura comandati da ufficiali piemontesi, mentre il governo finge di non sapere e di non vedere.

Questa volta però Garibaldi si troverà di fronte compagini ben organizzate e comandate, fedeli al giuramento prestato al loro Papa e sovrano che renderanno la vita assai difficile alle sue bande ovunque disperse. Impossibile citare i numerosi episodi, le lotte sanguinose, spesso impari, sostenute con valore da ambo le parti. Ricorderemo gli scontri di Montelibretti, Farnese, Bagnorea, Subiaco e ci soffermeremo sui fatti di villa Glori, di Monterotondo, di Mentana. Il 23 ottobre il gen. Zappi riceve notizie che un nucleo di camicie rosse è stato avvistato sui monti Parioli; la colonna, composta di circa 80 uomini, scelti fra i più ardimentosi ha il compito di trasportare armi per il comitato insurrezionale di Roma. I garibaldini vengono assaliti da un distaccamento di carabinieri esteri (43 uomini), sei dragoni e un gendarme a cavallo. La mischia si conclude con l’annientamento dei garibaldini, la morte di Enrico Cairoli, il ferimento del fratello Giovanni.

I giornali risorgimentali hanno parole di lode per i volontari dichiarandoli soccombenti dinanzi ad uno stragrande numero di zuavi, mentre “gli zuavi” non intervengono affatto e le forze sono tutte a vantaggio dei garibaldini. Non si voleva ancora ammettere che i cosiddetti “mercenari” si battessero con sì grande valore.

Altro combattimento, questa volta di grande rilievo, avvenne il successivo 25 ottobre quando una colonna di circa 4.000 volontari agli ordini di Menotti e Garibaldi, assale Monterotondo, difesa da 323 pontifici e due cannoni. Tutta la giornata i garibaldini si lanciarono all’assalto della piazza difesa da una cinta fortificata. La piccola guarnigione si difende eroicamente contrastando l’attacco sino alle prime ore del giorno successivo quando i garibaldini riescono ad avere la meglio con l’aiuto di una seconda colonna di rinforzo ed entrano nel paese bruciando una delle porte. E’ questa l’unica vittoria dei garibaldini in tutta la campagna che però costerà più di 500 uomini fuori combattimento (con saccheggi, furti sacrileghi, atti di violenza verso la popolazione ostile ed il clero).

La vittoria di Mentana (3 novembre 1867)

E veniamo alla battaglia di Mentana, che segnerà definitivamente la sconfitta delle compagini garibaldine. Garibaldi è in difficoltà, di scarsa entità le operazioni militari dei suoi luogotenenti Nicotera e Acerbi, l’auspicata insurrezione romana non avviene (dirà con rammarico il Bandi: “I romani non si mossero, sarebbero bastate poche schioppettate”) dispersa la colonna Cairoli, effimera la vittoria di Monterotondo. Gli uomini di Garibaldi non ricevono alcun aiuto dalla popolazione, il freddo e la pioggia rende ancor più difficile la vita dei volontari che, mancando di sussistenza, si danno al saccheggio e alle requisizioni, invano frenati dagli ufficiali e dallo stesso Garibaldi che deve intervenire con mano pesante.

Il Papa non cessa di protestare presso il governo italiano che però, non solo non interviene, ma continua nella sua ben orchestrata farsa dando ogni assicurazione in proposito, mentre Napoleone, sollecitato dalla diplomazia europea e dai cattolici francesi, deve più volte far sentire la sua voce, minacciando un intervento armato. Inascoltato, darà ordine che una spedizione militare sia approntata con destinazione Civitavecchia; a questo punto Vittorio Emanuele, considerando che questa volta Napoleone dica sul serio, dovrà pronunciarsi condannando l’invasione garibaldina con un proclama (“L’Europa sa che la bandiera innalzata nelle terre vicino alle nostre sulla quale fu scritta la distruzione della suprema autorità spirituale del capo della religione cattolica non è la mia”), ne consegue grande scompiglio per l’ordine di scioglimento delle bande: i filo-monarchici si sentiranno sconfessati, i repubblicani accuseranno la monarchia di tradimento e di asservimento alla Francia. Mai sopite rivalità si accentueranno tra Garibaldi e Mazzini; anarchici e socialisti che portano a defezioni, insubordinazioni, liti che Fabrizi, Albano Morri e Mosto riescono con fatica a sedare mentre giunge notizia dello sbarco del contingente francese.

Il campo garibaldino si trova in grande difficoltà (le diserzioni – sono parole di Lanza, e del Mombello ufficiali garibaldini – non accennano a finire) nel campo pontificio l’entusiasmo si accresce per i tanti successi riportati e per l’arruolamento di nuovi volontari. Fra gli italiani: Lancellotti, Patrizi, Aldobrandini, Borghese, Salviati ecc.; e per gli stranieri: de Christen, Urbano e Armando de Charette, Sint Sernin, ed un apporto cospicuo dei comitati di soccorso al papato, in particolare quello francese e belga, che elargiscono armi e danaro.

La mattina del 3 novembre due colonne lasciano Roma: quella pontificia agli ordini del gen. de Courtin è composta di 2913 uomini, quella francese agli ordini del gen. Polhes di circa 2000 uomini; il comando è affidato al gen. Kanzler.

Verso mezzogiorno si ha il primo scontro tra l’avanguardia pontificia e gli avamposti garibaldini. Comanda le forze garibaldine lo stesso Garibaldi coadiuvato dai nomi più prestigiosi: Valzania, Burlando, Fabrici, Missori, Canzio, Menotti. Il Kanzler ha con sé i generali de Courten e Zappi, i colonnelli Caino, Lepri, Allet, i tenenti colonnelli Carpegna, de Charette, gli ufficiali superiori Ungarelli, Rivalta. Violenta fu la lotta, serrate le cariche e i contrattacchi, alterne, almeno in un primo tempo le sorti della battaglia che però ben presto volgerà a favore dei pontifici. Vittoria dovuta essenzialmente alle armi pontificie col modesto aiuto dei francesi che intervengono a cose fatte; pretestuosa l’azione dei chasepots che non fecero meraviglia alcuna (ancora una volta sono due ufficiali garibaldini a smentire tale favola e ridimensionare l’efficacia dell’intervento francese sulle sorti della battaglia, ma, come sappiamo, si continua ancora a dire che Garibaldi fu sconfitto dai francesi, insistendo su un grossolano falso storico; era ed è ancora difficile accettare che Garibaldi che aveva sconfitto i francesi, borbonici e austriaci e quanti altri fosse proprio battuto da quei vili “mercenari” inetti al combattimento per i quali “sarebbero bastati solo i calci dei fucili”).

Garibaldi fu lasciato fuggire, forse per intervento francese, e arrivato a Figline viene arrestato e condotto nel forte di Varignano, a La Spezia. I prigionieri vennero condotti nottetempo a Roma per sottrarli all’ostilità della popolazione, il gen. Kanzler e i reduci pontifici furono ricevuti dalle massime autorità pontificie a Porta Pia tra gli evviva e l’accoglienza trionfale della popolazione. (…)

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